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La Grande Boucle arriva tra i monti delle tribù celtiche

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Lettura consigliata degustando “Madame de” (Château de la Selve)

Tappa 4: cani e cagnacci

Il primo arrivo in salita del Tour 2020 giunge in anticipo rispetto ai tempi consueti della Grand Boucle, abituata a proporre tappe relativamente tranquille durante la prima settimana di corsa riservata quasi esclusivamente alle ruote veloci del gruppo. E invece la quarta tappa si concluderà a Orcies-Merlette, resort sciistico nelle Alte Alpi dove nel 1971 Luis Ocaña rifilò quasi 9 minuti di distacco a sua santità Eddy Merckx.  Dopo il traguardo, il Cannibale soprannominò il tormentato scalatore spagnolo El Cordobes ponendo l’accento sulla facilità con la quale aveva matato l’intero gruppo, lui compreso. Un’ossessione, quella di Ocaña per il campione belga, tanto che finì per ribattezzare il proprio pastore tedesco cambiandogli nome da Rex in Merckx. L’assonanza era simile, il cane rispondeva e faceva la cuccia e il ciclista spagnolo gongolava per essere lui il padrone. Altri tempi. C’è comunque aria di fermento tra i big di questo Tour. Nairo Quintana ha visionato gli ultimi 7 km di salita per tre volte al mattino. In macchina, ovviamente. Si parte. Dopo 33 km ecco Serres, una delle cinque cittadine francesi ad avere un nome palindromo (per la cronaca le altre sono Laval, Callac, Noyon ed Èze, dove il Tour è transitato il giorno prima). I sei fuggitivi di giornata transitano da La Fare-en-Champsaur, ma a differenza di quanto fece Napoleone Bonaparte nel 1815 di ritorno dall’Isola d’Elba non si fermano a ristorare le membra. Il gruppo infatti insegue con la bava alla bocca. Battistrada e inseguitori costeggiano il fiume Drac fino ad arrivare alla foce di uno dei suoi principali affluenti, il Drac Noir. È lì che inizia l’ultima salita di giornata alla volta di Orcières-Merlette. Riassorbiti i fuggitivi di giornata, i big di classifica mettono i propri gregari alla frusta davanti a tirare. Il ritmo lo fa la Jumbo-Visma di Primoz Roglic, promessa slovena del salto con gli sci convertitosi al ciclismo dopo un infortunio. Durante la riabilitazione poteva solo pedalare, una volta ristabilitosi del tutto capì che preferiva scalare le montagne piuttosto che saltare giù da un trampolino. C’è odore di polvere da sparo. Entra in scena Van Aert, Strade Bianche e Milano-Sanremo in bacheca prima di partire per il Tour in funzione di gregario di Roglic. Sulla carta è un velocista con sentori di finisseur ma sulle rampe di Orcières-Merlette impone un ritmo indemoniato da passista consumato. Il gruppo dei migliori si assottiglia, Bernal e la maglia gialla Alaphilippe mal celano smorfie di sofferenza. Quando Van Aert finisce il lavoro entra in scena Sepp Kuss, che lancia la volata a Roglic che scatta secco. Lo sloveno vince con la pipa in bocca, come si suol dire, dando un segnale chiaro a tutto il resto del plotone: per vincere questo Tour ci sarà da battere l’intera Jumbo-Visma e il suo capitano. Intanto però la maglia gialla resta sulle spalle di Alaphilippe.

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Tappa 5: non c’è gloria senza fuga

L’unico sussulto di giornata arriva subito dopo la tappa dalla sala VAR del Tour. Sì, esiste anche nel ciclismo. La giuria infligge 20” di penalizzazione a Julian Alaphilippe, che perde la maglia gialla in favore di Adam Yates. Galeotta fu una borraccia ghermita da LuLu a -17 km dall’arrivo. In frazioni poco complicate come questa, il regolamento del Tour vieta i rifornimenti nei primi 30 e negli ultimi 20 km di corsa. Le regole sono regole, anche se appaiono capziose. A prendere una borraccia si rischia di perdere tempo, non di guadagnarlo. La quinta tappa del Tour de France 2020 verrà ricordata per essere una delle pochissime della storia senza neppure una fuga. Colpa del vento, dice qualcuno, che spira in senso contrario toccando anche i 30 km/h. Nessuno se la sente di evadere dal gruppo, trascorrendo qualche ora a porta delle telecamere e a beneficio dei munifici sponsor presenti su maglie e biciclette che verrebbero inquadrati. Rien, niente, come scrisse sul proprio diario Luigi XVI prima di coricarsi in data 14 luglio 1789 salvo poi essere svegliato da un certo trambusto nei pressi della Bastiglia. Qua invece non succede niente per davvero. In gruppo si ride e si scherza, ci sarà da battagliare solamente all’arrivo.

«Quando il presente è stopposo, friggi il mito» scriveva Gianni Mura e la partenza da Gap suggerisce facili evasioni nella storia del ciclismo. In questa cittadina delle Alte Alpi si svolsero i mondiali del 1972 vinti da Marino Basso o persi da Franco Bitossi, a seconda di quale parrocchia si frequenti. Ho capito la potenza evocativa di quell’evento un giorno all’arrivo della Firenze-mare a Lido di Camaiore, quando parlai con un vecchio appassionato di ciclismo. Molto candidamente mi confessò che in vita sua aveva pianto solo in due occasioni: quando morì sua madre e quando Bitossi perse il mondiale a Gap. Seguirono dieci minuti di monologo nel quale dissertava sulla dabbenaggine di Bitossi nel voltarsi continuamente negli ultimi 100 metri di corsa e considerazioni sparse sui buon costumi della madre di Marino Basso, suo compagno di squadra reo di avergli, secondo lui, rubato la vittoria. Il gruppo transita sornione da Montélimar, patria del torrone bianco o nougat, prima di arrivare a Privas dove invece la specialità culinaria son i maron glassè.

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L’arrivo in volata di Wout Van Aert. (bicitv.it)

Quale sia invece la specialità come corridore di Wout Van Aert non è ancora chiaro. È invece di totale limpidezza il fatto che sia il corridore più in forma del gruppo, che abbandona l’aria da gita cicloturistica una volta oltrepassata la flame rouge che indica l’ultimo km di gara. La condizione di Van Aert è troppo eruttiva per far sì che il belga non vinca in volata. Bol e Bennet restano a guardare, ma quest’ultimo conquista la maglia verde della classifica a punti. Da buon irlandese, a Bennet il verde dona.

Tappa 6: tra i monti delle tribù celtiche

Il Tour de France prosegue il suo percorso verso ovest. Classica frazione della Grand Boucle con un lungo tratto di pianura che anticipa la lunga ascesa finale divisa in tre parti sulla catena montuosa delle Cevenne. Si parte da Le Teil nel dipartimento dell’Ardeche. Tratti distintivi: la chiesa romanica di Saint-Etienne de Mélas, una delle più antiche di Francia che sta lì, grigia ed austera, dal IX secolo e la mouche, stomaco di maiale ripieno di cavolo, salsiccia, prugne e saltuariamente altre verdure. Come aspetto, ricorda un po’ “Â çímma” decantata da Fabrizio de Andrè, soltanto che in quella ricetta sotto forma di canzone la carne è di vitello. Divagazioni culinarie a parte, a differenza del giorno precedente stavolta la fuga prende corpo nei pressi di Alba-la-Romaine, un tempo capitale della tribù celtica degli Elvi con chiari origine romane. Sono in otto a tentare l’avventura verso Mont Aigoual, dove è posizionato l’arrivo, e i nomi sono altisonanti. Roche, Herrada, Van Avermaet, Cavagna, Boasson Hagen, Oss, Powless e Lutsenko, per un totale di 181 vittorie in carriera. Il gruppo lascia andare e i fuggitivi vanno d’amore e d’accordo per più di 160 km, quando iniziano i primi scatti in salita. Il primo a provarci è Neilson Powless, l’unico della fuga a non aver vinto neppure una corsa in carriera. Vorrebbe regalarsi una vittoria per il compleanno ma Alexey Lutsenko gli concede solo pochi metri di vantaggio prima di raggiungerlo e superarlo. Da lì in poi è un assolo del corridore kazako che passa in vetta al Col de la Lusette con 23” sul suo più diretto inseguitore, Jesus Herrada. Dopo un brevissimo tratto di discesa, inizia la scalata al Mount Aigoual dove il Tour non ha mai posto un arrivo di tappa prima di oggi. In vetta resiste stoicamente l’ultima stazione meteorologica di montagna ancora abitata posizionata a 1.567 metri sul livello del mare. Dalla cima si dice si possa vedere un quarto della Francia. Del paesaggio non se ne cura Lutsenko, che resta focalizzato su un unico obiettivo: vincere. La pedalata del kazako è ancora fresca, mentre dietro Herrada insegue con la bocca spalancata. È una vittoria già scritta e per di più in solitaria dopo una lunga fuga.

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Un incredulo e stremato Lutsenko dopo il trionfo nella sesta tappa del Tour. (abcnews.go.com)

Lo stato del Kazakistan torna ad affermarsi in una tappa del Tour dopo dieci anni dall’ultima vittoria a firma Aleksandr Vinokurov, il più celebre e vincente sportivo della storia del paese. Il gruppo arriva a quasi tre minuti di distanza. Alaphilippe, colto in fallo il giorno precedente, tenta uno scatto di puro orgoglio nel finale ma guadagna solo un secondo su Adam Yates, che mantiene serenamente la maglia gialla.

 

Leggi anche:

Un, deux, trois… Tour!di Pietro Pisaneschi, dedicato alle prime tre tappe del Tour de France.

I Pirenei parlano sloveno” di Pietro Pisaneschi, incentrato sul successo di Pogacar, la maglia gialla di Roglic e le difficoltà di Aru e Zakarin. 

Foto copertina – Il sorpasso di Alexey Lutsenko ai danni di Neilson Powless in vetta al Col de la Lusette. (flipboard.com)

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