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La forza delle “vespe” nel silenzio della vetta

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Tappa 13: in salita sul vulcano

Tappa di montagna al Tour de France. La tredicesima frazione propone un sali-scendi continuo lungo il Massiccio Centrale. È l’inizio di un intenso fine settimana che, nell’idea degli organizzatori e nelle previsioni degli addetti a lavori, dovrebbe riscrivere la classifica generale testando il polso ai corridori che hanno l’ambizione di arrivare in giallo a Parigi. Nei primi dodici posti della classifica generale troviamo dodici corridori di dodici squadre diverse racchiusi entro i due minuti. Incertezza sì, ma fino ad un certo punto perché Primoz Roglic e la sua Jumbo-Visma hanno, per adesso, palesato uno strapotere difficile da soverchiare.

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Il Puy Mary, dove sono stati costretti ad arrampicarsi i protagonisti del Tour. (iaurillac.com)

Il menu di giornata prevede 4400 metri di dislivello. L’altimetria della frazione assomiglia ad un elettrocardiogramma. Si parte da Châtel-Guyon città termale nel cuore del complesso paesaggistico chiamato Terra Volcana per i suoi monti che un tempo eruttavano lava e oggi giudicheranno silenziosamente i ciclisti intenti a scalarli. Provano ad andare in fuga ventisette corridori e fin da subito si intuisce che avremo due corse in una. La prima, affascinante e disperata, dei fuggitivi alla ricerca di un successo di tappa. La seconda, a colpi di scatti e sguardi, tra gli uomini di classifica. Dopo il secondo GPM di giornata – Col de Guéry – la fuga si assottiglia a diciassette corridori, di cui sette battono bandiera francese. Si transita da Lanobre, con il castello di Val e le sue sei torri di fortificazione fiabescamente appoggiato fin dal XIII secolo sulle rive del fiume Dordogna. I ciclisti durante la loro carriera girano mezzo mondo, eppure non hanno un secondo di tempo per godersi certe bellezze. Tengono lo sguardo dritto verso la strada con la concentrazione che annebbia la vista lateralmente. Peccato.

Ai -18 km inizia il Col de Neronne. Davanti, Daniel Martinez e Leonard Kämna hanno guadagnato vantaggio sul resto dei fuggitivi e puntano a giocarsi la vittoria. Dietro invece la sofferenza assume i contorni di due ciclisti francesi, Romain Bardet e Guillame Martin, che si staccano dal gruppo dei migliori: a fine giornata usciranno dalla top 10. È la fine dei sogni di gloria della Francia che aggiorna il conteggio degli anni trascorsi dall’ultima vittoria di un Tour de France: trentacinque. I due davanti intanto iniziano l’ultima asperità di giornata, il Puy Mary, lo stratovulcano più grande d’Europa dove una tappa del Tour non si è mai conclusa. Martinez e Kämna si studiano: il primo è decisamente più forte in salita.

Una curva della salita è stata dipinta con scacchi arancioni. Viene in mente la curva degli olandesi sull’Alpe d’Huez, ma in realtà è opera di una squadra di rugby, il Racing Club St Cernin, che ha colorato la strada come la loro maglia da gioco. Le pendenze sono arcigne: si tocca il 13%. Martinez, colombiano avvezzo a certe rampe di garage, pianta uno scatto secco in faccia a Kämna agli ultimi 100 metri e vince la tappa.

Daniel Martinez festeggia la vittoria della tredicesima tappa. (eurosport.it)

La vera corsa però è dietro, tra i big di classifica. Tadej Pogačar scatta e la maglia gialla Primoz Roglic risponde. Non lo fa invece Bernal che perde terreno. I due sloveni si danno cambi regolari fino al traguardo e il gioco è fatto. Pogačar sorride perché con Bernal staccato di 38” si è preso la seconda posizione e la maglia bianca di miglior giovane. Avrebbe di che sorridere anche Roglic, che adesso tiene a quasi un minuto di distanza un serio pretendente alla vittoria finale, ma non lo fa. Non perché non sia contento, semplicemente Roglic non sorride mai.

Tappa 14: partire in contropiede

L’arrivo del Tour a Lione non piace a Grégory Doucet, il sindaco locale. Ecologista convinto, oltre alla TAV non vuole che transiti dalla sua amata città neppure la Grande Boucle. La reputa un carrozzone ambulante che sperpera e inquina. E pensare che quest’anno, per misure anti-Covid, l’interminabile carovana pubblicitaria che anticipa i corridori e distribuisce omaggi ai tifosi è stata ridotta da 160 a 100 veicoli “soltanto”.

Si parte da Clermont-Ferrand, con la sua caratteristica cattedrale gotica di Notre-Dame-de-l’Assomption di colore nero. Merito della pietra lavica di Volvic con la quale è stata costruita; bella, inquietante ed eterna al tempo stesso. Pronti, via e Stefan Küng ed Edward Theuns partono in fuga, ma non ci credono neppure loro ad un’azione così da lontano e dopo poco mollano. Chi non rinuncia ad una vittoria al Tour è Peter Sagan, che mette subito la sua Bora-Hansgrohe a tirare in testa al gruppo. C’è da capirlo, è fermo a quota 113 vittorie in carriera dal Tour dello scorso anno – vittoria di tappa a Colmar. Mai digiuno per lui è stato più lungo. La maglia verde Sam Bennett si stacca subito. Prova a rientrare trainato dalla squadra, ma poi rinuncia e dispensa pacche sulle spalle ai compagni. Tappa che mette a dura prova la tenuta della palpebra mentre «l’ennesimo caffè brucia indisturbato lì sul gas», per dirla alla Sergio Caputo.

Cabala: nel ventunesimo secolo a Lione hanno vinto solo italiani – Ale “Jet” Petacchi nel 2003, Matteo Trentin nel 2013. In tempi come questi ci si appiglia a tutto. Mentre la Bora stantuffa con Sagan al seguito, al posto delle pecore conto i castelli inquadrati dall’elicottero. Arrivo a quota quattro, ma il mio occhio è rapito da un orologio in stile Liberty che sorge al centro di una delle cinquecento rotonde di questo Tour. Siamo a Tassin-la-Demi-Lune, mancano 15 km all’arrivo e finalmente scocca l’ora in cui la corsa si ravviva. Stufo del giogo imposto alla corsa dalla Bora, Tiesj Benoot attacca. Viene riassorbito, ma è solo il primo tentativo di colpo di mano.

Ai -7 km ecco la Côte de la Croix-Rousse, trampolino di lancio per qualche attacco dei finisseur presenti in gruppo. Ci provano un po’ tutti – Alaphilippe, Kämna, De Gent e persino Bernal -, Sagan tentenna ma tappa tutti i buchi portandosi davanti. Vuole sorvegliare la corsa, nessuno oggi deve toglierli l’arrivo in volata e si volta a sinistra per controllare i rivali. E mentre fa ciò, in fondo alla discesa, Søren Kragh Andersen parte da destra “in contropiede”.

Lo scatto di Andersen, che coglie di sorpresa Sagan e il resto della truppa. (ilpallonegonfiato.com)

Il termine, preso in prestito dal calcio, fu inventato da quella fucina di neologismi applicati allo sport che era Gianni Brera il quale lo mutuò dal greco antico traducendo liberamente la parola anti-pous con la quale si definiva l’ingresso della danza del coro sulla scena delle tragedie greche. L’effetto era quello di sorprendere gli spettatori e Kragh Andersen ci riesce con quelli del Tour. Nessuno lo prende più. Percorre l’ultimo chilometro e mezzo a 55 all’ora e alza le braccia al cielo di Lione. Questione di tempismo e di attesa, due componenti essenziali del ciclismo. Per chi corre e per chi lo guarda.

Tappa 15: la forza delle vespe

È il giorno del Grand Colombier, il colosso del Giura. Si scala per la quarta volta nella storia del Tour, ma è tempo di primati. Per la prima volta infatti la strada che porta ai 1501 metri della sua vetta verrà percorsa dai corridori in quasi tutta la sua interezza. In cima, non ci sarà pubblico ma solo silenzio per godersi pienamente il gusto dell’impresa. È una tappa divisa in due. I primi 98 chilometri sono pianeggianti, poi inizia l’ubriacatura di salite, durissime.

La fuga si sostanzia in quattro avventurieri coraggiosi a caccia di punti per la maglia a pois, che identifica il miglior scalatore del Tour. Per adesso è sulle spalle di Benoît Cosnefroy che l’ha conquistata sulle docili salite delle prime tappe e che adesso deve mantenerla su queste pendenze in doppia cifra che mordono i polpacci. Cosnefroy non è però in fuga, bensì nel gruppetto dei velocisti il cui unico obiettivo oggi è arrivare entro il tempo massimo per non essere estromessi dal Tour. È singolare al limite dell’oltraggioso non vedere la maglia a pois là davanti in tappe come questa, ma siccome il 2020 ha cambiato la nostra percezione di sorpresa nessuno si stupisce più di tanto. Jesus Herrada scollina per primo sul Montée de la Selle de Formentel – ultimi 3 chilometri di salita con 12.9% di pendenza media, anche chi non mastica numeri e altimetrie può intuire siano duri – seguito da Pierre Rolland, Simon Geschke e Michael Gogl. I big sono tutti insieme, con “le vespe” giallo-nere della Jumbo-Visma a difesa della maglia gialla di Roglic davanti a tirare.

Rolland si avvantaggia sugli altri fuggitivi e passa per primo al GPM del Col de la Biche. Culla sogni di vittoria oggi, ma dietro il gruppo dei migliori incalza, lasciandogli appena 1’30” all’inizio della salita del Grand Colombier in località Culoz. Solo a vedere il lavoro che svolge in salita la Jumbo-Visma le quotazioni di vittoria del Tour da parte di Roglic si innalzano e ben si intuisce l’importanza della squadra nel ciclismo che sì, è fatto di imprese di singoli, ma che la maggior parte delle volte traggono profitto dall’indefesso lavoro dei gregari. E di gregari Primoz Roglic ne ha di squisita qualità. Dopo Van Aert tira Gesink, prima di lasciare spazio a Tom Dumoulin, che da capitano altrove con un Giro d’Italia in bacheca si è ritrovato a fare da gregarione a Roglic. Il ritmo è debordante, la maglia gialla vuole vedere in faccia chi riesce a resistergli e, sorpresa delle sorprese, si stacca Egan Bernal. Il colombiano della Ineos aveva già dato segni di cedimento nei giorni precedenti, ma oggi per lui è crisi nera. La squadra gli si stringe amorevolmente attorno mentre lui fa penzolare la lingua a beneficio di telecamera. Fuori uno. Si stacca anche Nairo Quintana. Fuori due, fra una decina di chilometri la classifica del Tour assumerà tutt’altra fisionomia rispetto al mattino.

Al forcing della Jumbo resistono in dodici. Adam Yates prova a scattare ma rimbalza indietro. Dumoulin continua a profondersi in uno sforzo indicibile pedalando regolarmente a 22 km/h. Non ne ha più, si volta in continuazione per segnalarlo a Roglic che mostra un volto privo di espressione. Dovevano vedere quel volto i rematori delle galee quando giravano la testa in direzione del capitano munito di frusta. Lo sloveno è impassibile, una maschera di concentrazione e determinazione che stravolge la percezione di cattiveria agonistica. Roglic spreme Dumoulin fino ai 600 metri dal traguardo e sembra quasi voglia dirgli «stai facendo solo il tuo dovere, continua». Poi, quando l’olandese esausto abbassa l’intensità di pedalata, la maglia gialla parte.

Il solo a rispondere è Pogačar. I due sono connazionali e qualcuno dice amici. Sì, ma fino a quando? Arriverà il momento in cui saranno rivali. Ancora una volta, le grandi montagne del Tour parlano sloveno. Pogačar salta Roglic negli ultimi cinquanta metri e centra la seconda vittoria di tappa in questa Grande Boucle. Sgranocchia anche qualche secondo alla maglia gialla grazie all’abbuono. Terzo uno splendido Richie Porte, il tazmaniano della Trek-Segafredo. Nel silenzio della vetta senza pubblico, Egan Bernal arriva mestamente a oltre sette minuti di distanza. Ha perso dieci posizioni.

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Pogacar batte Roglic sul Grand Colombier. (rsi.ch)

Per la vittoria del Tour se ne riparla l’anno prossimo. La classifica è stravolta. Dietro Roglic, c’è Pogaćar a 44” poi viene Uran a 1’34”, Lopez a 1’55” e Yates a 2’03”. Il resto della compagnia è lontano, troppo lontano. Quando mancano sei tappe a Parigi, questa Gran Boucle sembra sempre di più assumere in contorni di uno scontro a due. Ed entrambi parlano la stessa lingua.

 

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Foto copertina – oasport.it

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