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Verso casa di “Poupou”

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Lettura consigliata degustando “Le Royle” (Coopérative des Vignerons Uniré Île de Ré)

Tappa 10: da un’isola all’altra

Il Tour riparte dopo il giorno di riposo con l’inquietudine dei tamponi effettuati il giorno precedente. In questo strano 2020 anche il termine “positivo” ha assunto un’accezione diversa in termini ciclistici ma fa ugualmente tremare tutto il gruppo della Grande Boucle: con due casi di coronavirus accertati tra corridori e staff la squadra interessata sarebbe costretta ad abbandonare la corsa. Vengono registrati 4 casi in totale, uno per squadra, ai quali si aggiunge la positività che fa più scalpore di tutti: quella del direttore del Tour, Christian Prudhomme.

Anche se non può cantar vittoria, il Tour sembra aver resistito alla prima settimana di corsa con i contagi sotto il livello di guardia e si appresta ad andare al mare. Per la prima volta nella sua storia, la Grande Boucle prevede una tappa che parte e finisce su un’isola, dalla Île d’Oléron alla Île de Ré.

Nel mezzo, un’allegra scampagnata lungo la costa con l’Atlantico di fianco. Nervosismo fin dal primo chilometro. Il vento ha fatto più danni delle salite durante la prima settimana e stare guardinghi al riparo in mezzo al gruppo è l’imperativo degli uomini di classifica. Qualcuno ha ribattezzato la frazione come “échappée maritime”, la fuga marittima, ma di fughe tra i corridori neanche l’ombra. Come due bucanieri di lungo corso, Stefan Küng e Michael Schär provano a gettarsi nell’avventura ma le loro piccole caravelle a due ruote vengono respinte dalle raffiche di vento oceanico. L’occhio dalla corsa si sposta dunque sul mare dove la luce del tardo pomeriggio settembrino stria il blu increspato dalle onde. In mezzo, austero e solitario, si erge il Fort Boyard, un tempo avamposto del Regno di Francia a difesa dell’arsenale di Rochefort e oggi set di un fortunatissimo show televisivo. I francesi, al tempo, temevano l’Impero Inglese, mentre i ciclisti in questo Tour temono le rotonde – se ne contano 500 in tutto il percorso di quest’anno – e gli spartitraffico. Uno di questi, beffardamente posizionato dietro ad una curva, costa caro a Pogačar e Martin, che assaggiano l’asfalto.

Île de Ré-La Rochelle

Il ponte che unisce Île de Ré e La Rochelle. Paesaggio niente male per una pedalata. (hotels.com)

Dopo 103 km il gruppo arriva a Rochefort, che venne ribattezza “la Versailles sul mare” da quando Luigi XIV, ansioso di dominare su terra e mare – il cielo era demandato ad altre entità -, ivi installò l’arsenale del Regno. L’ultima delle 550 navi da guerra costruite uscì dal cantiere nel 1927. Lasciata La Rochelle, il gruppo compatto si immette sul lungo ponte che collega la terra ferma alla Île de Ré pedalando sospesi a 42 metri d’altezza sopra il mare. L’isola dove è posizionato il traguardo odierno è stata da sempre terreno di scontri cruenti tra le flotte francesi, inglese e tedesche, ma oggi l’unica ricerca di supremazia territoriale riguarderà i velocisti del gruppo. La Deceunick-Quick Step ha lavorato tutto il giorno per Sam Bennett, che non può sbagliare. L’irlandese vince allo sprint battendo Ewan e Sagan e riconquista l’ambita maglia verde. Sul traguardo piange e dedica la vittoria al padre, ex giocatore di calcio, con il quale nel 2013 strinse un patto: se in quell’edizione del Tour of Britain non avesse vinto neppure una tappa sarebbe tornato dritto filato al college. Vinse e da quel giorno la sua unica università è quella della strada.

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Sam Bennett, più veloce del vento, arriva prima di tutti. (cicloweb.it)

Tappa 11: quarta battaglia di Poitiers

È una delle ultime opportunità per i velocisti di andare a caccia di una vittoria di tappa prima della passerella parigina dell’ultimo giorno di corsa. Gli interessi delle squadre che ancora non hanno portato niente a casa da questo Tour si intrecciano con quelli di Sam Bennett e Peter Sagan di conquistare l’ambita maglia verde. Il colore della maglia che identifica il leader della classifica a punti – tradotto: il miglior velocista del Tour – fu scelto da À la Belle Jardinière che, a differenza di quanto suggerisce il nome, non c’entra niente con il giardinaggio ma era semplicemente una catena di negozi che faceva abiti su misura. Perché il verde? Era il colore maggiormente utilizzato per pubblicizzare il proprio marchio. Il marketing e la comunicazione esistevano già nel 1953, quando la maglia fece il suo esordio. Dopo la gita al mare, il Tour riprende la propria corsa verso est. Si parte da Châtelaillon-Plage con la sua spiaggia costruita da zero. Nonostante fosse una rinomata stazione balneare di inizio 900, con le sue costruzioni in stile Belle Époque, il vento e il mare avevano completamente risucchiato il lido. Sono serviti 500.000 metri cubi di sabbia posata negli ultimi 20 anni per tornare ad avere una spiaggia. Questa era difficile: francesi 1, pecora Dolly 0.

Per fortuna non c’è bisogno di clonare i fuggitivi. Essi nascono di continuo, spontanei in mezzo al gruppo. Si può essere fuggitivi per vocazione o per opportunità. Quello di oggi, Matthieu Ladagnous, è un ibrido tra i due. Solitamente svolge funzioni di gregario dei capitani della Groupama-FDJ, Thibaut Pinot e Arnaud Démare, ma siccome il primo è attardato in classifica e il secondo non pedala in gruppo a questo Tour, allora oggi ha via libera dalla squadra. Resterà in fuga da solo per 124 km, sorvegliato dal gruppo che lo tiene lì a “bagnomaria”: un po’ accelera, un po’ rallenta, ben consapevole che tanto la fuga e il suo protagonista non avranno scampo. Ma Ladagnous, a 35 anni suonati, è abituato al gioco del gatto col topo dopo undici fughe in carriera al Tour de France. Andò vicinissimo a vincere nella prima datata 2007, ma fu ripreso dal gruppo nei pressi di Compiègne quando mancavano 500 metri al traguardo. Ladagnous ha comunque tempo di transitare da solo a Echiré, cittadina rinomata per il caseificio che produce il burro dal sapore di nocciola presente ogni giorno sulla tavola dell’Eliseo – e di qualche altro capo di stato o regnante europeo. Per non far disperdere i sentori di questa terra viene confezionato in piccoli contenitori di legno di pioppo. Riassorbito Ladagnous, che si consola con il numero rosso di combattivo di giornata, il gruppo procede d’amore e d’accordo fino al traguardo posizionato a Poitiers, teatro di ben tre battaglie nella storia della Francia. Quella del 732 di Carlo Martello contro i mori, offrì a Fabrizio de Andrè – coadiuvato da Paolo Villaggio – l’opportunità di cantare le insaziabili voglie del sovrano di ritorno a casa. Più che del corpo le ferite – delle cadute degli ultimi giorni – dai velocisti son sentite le bramosie di vittoria. La battaglia a colpi di lunghi rapporti inizia ai -350 metri. Bennett è in testa, Sagan sgomita alla sua destra con Van Aert, ma “giunti alla fin della tenzone” la spunta di nuovo Caleb Ewan, che rinviene da dietro e vince al fotofinish.

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Stavolta la spunta, per un soffio, Caleb Ewan. (thenewdaily.com.au)

Bennett, sempre più di verde vestito e “cavaliere assai valente”, si complimenta con Ewan mentre la giuria declassa Sagan che dalla seconda posizione finisce ultimo. Argomento del contendere: la spallata inferta a Van Aert vicino alle transenne. Per lo slovacco “più dell’onor poté il digiuno” di vittorie.

Tappa 12: favole e leggende dal Tour

È la frazione più lunga di questa Grande Boucle: 218 km, da Chauvigny a Sarran Corrèze. Distanza irrisoria se pensiamo alla tappa più lunga in assoluto della storia del Tour de France. 7 luglio 1919, settima tappa. Il gruppo orfano di tre vecchi vincitori, François Faber, Octave Lapize e Lucien Petit-Breton, periti in guerra per difendere la nazione, parte da Les-Sables-d’Olonne direzione Bayonee. Distanza: 482 km con l’oceano tenuto a destra. L’idea piacque talmente tanto a Henri Desgrange, l’inventore del Tour, che la tappa verrà inserita ininterrottamente fino al 1924. Le distanze di oggi sono invece ben più umane e la fatica, seppur presente, assai diversa. Tappa nei dipartimenti di Vienne, Alto Vienne e Corrèze dal sapore antico e medievaleggiante con i tanti castelli che punteggiano il verde imperante da queste parti. Uno di questi, lo Château de Montméry, con le sue torre e torrette, stagni e fiumi nel parco, sembra lo scenario perfetto per una fiaba con dame e cavalieri. In realtà il castello è stato costruito dall’imprenditore americano Théodore Haviland che decise di fondere in esso tutti gli stili possibili dal romanico al gotico passando per il rinascimentale fino a quello di inizio 900.

Frazione lunga significa fuga certa. Ad inizio tappa ci provano in sei, ma il tentativo non va a buon fine e il gruppo li riassorbe ai -42 km. I fuggitivi hanno però il tempo di passare da Saint-Léonard-de-Noblat. La cittadina a forte caratterizzazione medievale, con il suo viadotto a ventidue archi che la scruta dall’alto è celebre per due motivi. Il primo è la tomba di San Leonardo, dove si recano le donne che non riescono ad avere figli, il secondo è l’ultima dimora di Raymond Poulidor, dove si recano gli appassionati di ciclismo. Poupou, come veniva amorevolmente soprannominato dai tifosi, è scomparso il 13 novembre 2019 ed è stato forse il ciclista più amato di Francia. In quattordici Tour de France non è mai riuscito ad indossare la maglia gialla neppure per mezza giornata, pur essendo finito otto volte sul podio – record. La Samaritaine, il grande magazzino di Parigi, realizzò uno spot con Poulidor che trovava il simbolo del primato del Tour su uno degli scaffali nel negozio – «Si trova di tutto alla Samaritaine» era lo slogan.

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Raymond Poulidor e Jacques Anquetil al Tour del 1964. (francebleu.fr)

Il grande rivale fu Jacques Anquetil – cinque Tour vinti -, due figure diametralmente opposte in bici e giù da essa. L’episodio più pertinente per descrivere i due avvenne nel 1987 all’ospedale di Rouen, dove Poupou va a fare visita ad Anquetil, divorato da un cancro, era ricoverato. I due parlano per un po’, poi al momento dei saluti Anquetil si rivolge al rivale: «Raymond, anche stavolta arriverò prima io». In una cosa Poulydor è stato primo in assoluto: essere testato per un controllo antidoping al Tour de France.

Balzo temporale nel presente. Siamo sulle rampe più dure della salita di Suc au May quando Marc Hirschi decide che è giunto il momento di prendersi il proscenio e scatta per liberarsi dalla compagnia del gruppetto di testa. Come Poupou, ha un conto in sospeso con la sfortuna. Nella seconda tappa è stato battuto da Alaphilippe, che non poteva perdere. Nella nona invece ha dovuto soccombere allo strapotere sloveno sui Pirenei. Oggi sarà diverso: vuole arrivare da solo a Sarran. Scollina con 18” su Soler e Schachmann che lo inseguono. Il gruppo dei migliori è dietro, sornione, ad oltre un minuto. Hirschi si getta in discesa giù dal Sac au May come se a braccarlo fosse il demonio. Per sfruttare tutta l’aerodinamicità possibile, si siede sulla canna della bici, schiaccia il petto sul manubrio e incassa la schiena sotto la sella.

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Uno dei giovani più talentuosi del cisclismo mondiale, lo svizzero Marc Hirschi, conquista al Tour la prima vittoria da professionista. (news.yahoo.com)

Tocca i 75 km/h, una scheggia che fende l’aria. Il vantaggio aumenta sensibilmente, dietro manca l’accordo e poi lo svizzero è più in giornata e rilancia l’andatura anche negli ultimi km in leggera salita. Per paura che anche oggi qualcuno spunti da dietro a rubargli la vittoria, Hirschi pedala per qualche metro anche dopo la linea bianca del traguardo prima che i massaggiatori della Sunweb lo abbraccino. Per tutto il suo attacco solitario, non si è voltato neppure una volta: si sarebbe accorto che aveva fatto il vuoto dopo appena pochi metri.

 

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Un, deux, trois… Tour!” di Pietro Pisaneschi, dedicato alle prime tre tappe del Tour de France.

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Foto copertina – markingthespot.com

 

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  1. […] “Verso casa di ‘Poupou” di Pietro Pisaneschi, dedicato ai successi di Sam Bennett,… […]

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