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I Pirenei parlano sloveno

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Lettura consigliata degustando “Argile” (Château Lafitte)

Tappa 7: di vento e d’ingegno

Il Tour attraversa i dipartimenti dell’Aveyron e del Tarn. La tappa è catalogata come “flat”, piatta, ma chi ha dimestichezza con la zona e con le altimetrie sa bene che di pianura propriamente intesa i corridori ne troveranno poca. Si parte da Millau, che al tempo dell’Impero romano era la capitale della ceramica con i suoi 600 laboratori che sfornavano piatti di terracotta rossa da esportare in tutto l’Impero. Oggi la città è famosa per il suo viadotto autostradale sospeso a 343 metri d’altezza – più della Torre Eiffel, ci tengono a sottolineare i francesi. Pronti, via e subito si inizia a salire. Peter Sagan ha deciso che vuole riconquistare la sua ambita maglia verde e mette la sua Bora-Hansgrohe alla frusta in testa a fare il ritmo sulla Cote de Luzençon. La mossa produce l’effetto sperato, anche grazie al vento che spira in senso contrario alla corsa. Il gruppo si frantuma come un piatto caduto sul pavimento della cucina. I velocisti rivali, sorpresi da un avvio di tappa così veemente, perdono subito contatto. Arriveranno al traguardo con distacchi corposi. Sagan passa secondo allo sprint intermedio di Saint-Sernin-Sur-Rance e, con Sam Bennett attardato dietro, dopo 58 km di gara si veste già virtualmente di verde. Per scoprire a sue spese la durezza della vita moderna, dal verde di questi boschi dove visse isolato per dodici anni emerse nel 1800 Victor d’Aveyron, passato alla storia come il “ragazzo selvaggio” le cui vicende sono state narrate da Truffaut in un film del 1970. Anche la sua storia, come ogni Tour, finì a Parigi, ma senza gloria alcuna, come attrazione per scienziati e gente comune.

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Peter Sagan, ancora a secco di vittorie, si tiene stretta la sua maglia verde. (oasport.it)

Una delle cose più interessanti del ciclismo sono invece i ventagli (o echelons, o bordures). Nascono da un accordo tra i corridori che si posizionano uno accanto all’altro in diagonale e servono a contrastare il vento laterale che si abbatte sulla strada. I ventagli sono come le femmes fatales: belli e spietati. Se sei dentro ad uno di essi, resisti, se ne resti fuori, sei spacciato. Se ne accorgono subito Pogacar e Landa, rimasti intruppati nel secondo ventaglio. Il primo, quello con dentro gli altri di big di classifica, si allontana inesorabilmente a 47 km/h. In totale sono 41 i corridori che si giocano la volata finale a Lavaur. Non ci sono treni, i velocisti devono arrangiarsi passata la flame rouge e usare l’ingegno così come fece un prigioniero protestante del XVII secolo rinchiuso nella torre della cattedrale. Costretto al lavoro forzato di suonare le campane ogni ora, inventò un marchingegno in legno che lo facesse al posto suo. La fatica fisica risparmiata gli servì per sfuggire eludendo le guardie. Il jaquemart tuttora presente a Lavaur ricorda l’impresa. Sagan vorrebbe monetizzare il grande sforzo compiuto dalla squadra fin dal primo km, e invece resta imbottigliato nel traffico sconclusionato della volata. Finirà tredicesimo ma con la maglia verse sulle spalle – Bennett giunge 114°… -. Alla fine la spunta nuovamente Van Aert. Troppo forte, troppo in forma. Volata imperiale. Landa e Pogacar giungono al traguardo a 1’20” dalla maglia gialla Adam Yates.

Tappa 8: tra bestie e Pirenei

È il giorno dei Pirenei, aspri come una limonata fatta in casa e dai nomi gutturali che duri fatica a pronunciare o scrivere. Scoperti dal Tour nel 1910, hanno anticipato di un anno l’inserimento nel percorso delle sorelle più glamour, le Alpi. 19 luglio 1910, con arrivo a Luchon e punto di svolta nella storia del ciclismo: è il giorno della prima tappa pirenaica della storia. Vince Octave Lapize, che spinge la bicicletta sul Tourmalet e mulina il pugno in aria gridando «Assassini!» agli organizzatori del Tour. I Pirenei oggi sono duri, allora con bici di quindici chili e un solo rapporto erano inumani. Il ciclismo del tempo capisce però che le salite, anche più di una in serie, vanno scalate e non circumnavigate. Senza gli sforzi bestiali dei pionieri su due ruote cosa avremmo oggi? Lapize morirà il 14 luglio 1917 nei cieli di Flirey abbattuto da un aereo nemico. In quell’occasione non ebbe il tempo di gridare assassini.

Si parte da Cazères-Sur-Garone e si arriva a Loudenvielle dopo 141 km. Nel mezzo Col de Menté, Port de Balès e Peyresourde, quarta salita più scalata nella storia della Grande Boucle. I Pirenei cominciano a mietere vittime. Sulla prima salita si ritira Giacomo Nizzolo che non è stato bene fin dal primo giorno mentre sul Port de Balès crolla Thibaut Pinot che sente riacutizzarsi tutti insieme i dolori relativi alla caduta rimediata durante la tappa bagnata di Nizza. «Non mi piace sognare troppo. Non voglio più sognare» aveva dichiarato all’Equipe prima della partenza del Tour mentre si godeva tre giorni di riposo nella sua casa di campagna tra i suoi alberi da frutta, le sue galline, le sue mucche, le sue caprette, il suo stagno con i pesci morti a causa del caldo. Adesso è circondato da tutta la Groupama-FDJ che lo scorta in salita. Al traguardo arriverà con oltre 25 minuti di ritardo, dando addio ad un sogno giallo che non voleva fare ma che tutti i francesi orfani di una vittoria in classifica generale al Tour dal 1985 gli chiedono, imploranti, di coltivare.

Durante la tappa salta anche un altro francese, Julian Alaphilippe. Vediamo se troverà spazio e tempo di vincere un’altra tappa da qui a Parigi. C’è corsa, però, davanti e riguarda due uomini in fuga: Nans Peters e Ilnur Zakarin. Il francese scollina per primo in cima al Peyresourde, dove c’è tanto pubblico e non tutto all’interno delle transenne o munito di mascherina. Il fiume di persone si apre mentre i due raggiungono il Gran Premio della Montagna. Peters si getta in discesa verso Loudenvielle e Zakarin desiste dall’inseguimento.

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Ilnur Zakarin alle prese con la discesa, da sempre il suo tallone d’Achille. (AP Photo/Thibault Camus – oasport.it)

La discesa non è decisamente il suo terreno. È terrorizzato come il bambino che pensa all’uomo nero rinchiuso dentro l’armadio della sua cameretta. Sotto la sella della propria bicicletta, il russo ha agganciato una catenina con il medaglione di qualche santo a cui votarsi. Zakarin teme che la salita lo inghiotta e rischia di sbandare per eccessiva prudenza. Tiene le mani alte sugli ammortizzatori del manubrio invece che basse sulle corna, frena dove non deve frenare. Zakarin in discesa sembra una marionetta che ha perso qualche filo. Nans Peters lo sa e scende a tutta randa non voltandosi mai indietro e gustandosi il sapore della vittoria in solitaria sul traguardo di Loundevielle. Nel vasto bestiario dei soprannomi del ciclismo popolato da falchi, aquile, pulci, tassi, aironi, cobra, Peters è “il pinguino”. Basta dare uno sguardo ai suoi occhi, alle sue sopracciglia e al suo naso per capirne il motivo. Gli uomini di classifica arrivano a 6’40” dal pinguino. Nel finale Pogacar guadagna 40”, Bardet 2”. Un po’ di gloria i francesi, alla fine, l’hanno avuta.

Tappa 9: a lezione di sloveno

Pinot va in fuga insieme ad una dozzina di corridori. É la seconda ed ultima giornata sui Pirenei che già hanno fatto selezione il giorno precedente. Si parte da Pau, sede di tappa obbligatoria del Tour de France che tocca la città per la settantaduesima volta nella sua storia. Di più, solo Parigi e Bordeaux. Si scalano cinque salite: Cote de Artiguelouve, Col de la Hourcère, Col de Soudet, Col d’Ichère e Col de Marie Blanque. Una cantilena di nomi e pendenze che i ciclisti affronteranno in serie senza un attimo di respiro. Dopo pochi km si ritira Fabio Aru. Le telecamere indugiano sulle sue difficoltà e il sardo risponde mandando al diavolo il cameraman.

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Tutto il disappunto di Fabio Aru racchiuso in un’immagine. (eurosport.it)

L’entusiasmo per la fuga di Pinot si estingue rapidamente. Il francese perde le ruote dei fuggitivi e poi quelle del gruppo. Anche in questo caso le telecamere lo inquadrano ma Thibaut mantiene il suo aplomb, dignitoso anche nella sofferenza e francobollato dalla sfortuna, che a differenza della fortuna ha tutte le diottrie. Sul Col de la Hourcère si avvantaggia lo svizzero Marc Hirschi, lo sconfitto della seconda frazione. Il connazionale Cancellara, ultimo svizzero a vincere una tappa al Tour e suo procuratore, lo ritiene il Kylian Mbappè del ciclismo per farsi ben volere in terra di Francia. La nebbia agli irti Pirenei piovigginando sale. Hirschi arriva in cima alla salita avvolto nella nebbia. Gli spettatori con il volto celato dalla mascherina e la testa coperta dal cappuccio sembrano dei sopravvissuti dentro una nube tossica. La nebbia si dirada verso il Col de Soudet. Una poiana volteggia nel cielo osservando il gruppo che bracca lo svizzero dopo aver inghiottito ad uno ad uno gli altri fuggitivi.

Davanti tira solo la Jumbo-Visma di Primoz Roglic che si incarica di fare l’andatura pur non avendo la maglia gialla in squadra. Yates ringrazia, ma già presagisce che tra poco la corsa esploderà. E infatti non appena le pendenze del Col de Marie Blanque si fanno in doppia cifra, Roglic tenta l’allungo portandosi dietro Bernal, Landa e il connazionale Tadej Pogacar. Yates non risponde e il giallo della sua maglia inizia a sbiadire. Al Gran Premio della Montagna passa primo Hirschi, seguito da Roglic e Pogacar. Lo svizzero della Sunweb si butta in discesa “a tomba aperta” ma sente il fiato sul collo dei quattro dietro che sbuffano. La tappa fa gola: ci sono i secondi di abbuono in palio. Nel tratto di piano che anticipa l’arrivo di Laruns, il cui castello di Espalungue ospitò il moschettiere Aramis per un breve periodo, Hirschi perde secondi fino a rallentare e farsi recuperare dal gruppo per giocarsi la volata. Negli ultimi 300 metri di corsa, il fuggitivo ripreso parte forse un po’ troppo in anticipo e Pogacar lo salta mettendo la sua ruota davanti a tutti. Passa il traguardo a braccia aperte, urlando prima di mettersi le mani in testa incredulo per la sua prima vittoria al Tour. Roglic è secondo per un pruriginoso bis sloveno e Hirschi solo terzo. A 11” secondi arrivano Bardet, Martin, Uran e Quintana, mentre Yates accusa un ritardo di 54”.

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La gioia di Primoz Roglic, fresco di maglia gialla. (eurosport.it)

La nuova maglia gialla è Primoz Roglic, che corona un eccellente lavoro di squadra in questi primi nove giorni di corsa. In classifica generale Bernal è secondo a 21” e Martin terzo a 28”. Con questi tempi si ripartirà martedì, dopo il giorno di riposo, a La Charente-Maritime dopo che i Pirenei, anche per quest’anno, hanno emesso la loro incontrovertibile sentenza.

 

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