9 aprile 1970: la notte in cui si scatenò il carosello

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Carosello è il tema principale di questo articolo. Inteso non come il programma televisivo pubblicitario tramesso sulla Rai per circa 20 anni dalle ore 20:50 alle ore 21:00 di ogni giorno, ma come rito collettivo, gioia sfrenata da condividere ed esibire, insieme a tanti altri nostri simili accomunati dal tifo, per le strade dopo una vittoria sportiva. Una vittoria non ordinaria o qualunque, ma tanto importante ed entusiasmante da indurci a rispolverare fuori dagli armadi sciarpa e bandiera della nostra squadra, a prendere le chiavi della nostra auto e iniziare a strombazzare clacson in giro per la città fino a ritrovarci tutti incolonnati in una sorta di estemporaneo ed improvvisato corteo senza meta e direzione precise. E mentre la festa impazza, chi non è tifoso o segue le vicende sportive con più distacco e disinteresse resta incuriosito ma non partecipa a quel trambusto, ne resta estraneo. C’è anche chi proprio non lo riesce a sopportare, ne è infastidito, non comprendendolo, non condividendolo, maledicendo tutte le ore di sonno perse a causa di “quegli esaltati”.

Non che i caroselli siano merce così frequente. Gli ultimi su larga scala, diffusi su tutto il territorio nazionale, ce li ricordiamo la scorsa estate in occasione delle vittorie della nostra Nazionale agli Europei di calcio, con l’apoteosi finale dopo i trionfali calci di rigore di Wembley contro l’Inghilterra. Non li scatenano più invece, da tanto tempo ormai, le nostre squadre di club calcistiche che in Europa non riescono proprio più a vincere nulla. Negli ultimi anni, sempre a livello calcistico, sono stati piuttosto sottotono anche dopo le assegnazioni degli scudetti, un po’ per la generalizzata perdita di fascino del nostro campionato, un po’ perché vincono sempre le solite grandi, un po’ per colpa del calendario “spezzatino” che ha finito per determinare matematiche vittorie del titolo per squadre che in quel momento neppure stavano giocando.

9 luglio 2006, in strada esplode la festa per la vittoria dell’Italia ai Mondiali di Calcio di Germania 2006. (Foto di Michele Romani)

Entusiasmanti caroselli vengono per fortuna ancora inscenati in provincia, con intere comunità a festeggiare una promozione, una salvezza, un piazzamento storico della compagine da cui si sentono rappresentati, per cui provano attaccamento, affezione, orgoglio.

Nel nostro Paese il carosello però non sempre è esistito, è una tradizione radicata ma non antichissima. Molti ne hanno fatto risalire la “prima volta” al post partita di Italia-Germania, la semifinale dei Mondiali di Messico 1970. Un incontro diventato leggenda, uno dei momenti più esaltanti dello sport italiano che ha ispirato tanti libri e il film del 1990 Italia-Germania 4-3, commedia che dipinge il match come vero e proprio spartiacque culturale e generazionale. Dopo i primi novanta minuti piuttosto ordinari terminati sull’1-1, un intero Paese seguì le sorti della Nazionale di Riva e Rivera, Mazzola e Facchetti, Burgnich e Albertosi. I tempi supplementari regalarono un’incredibile altalena di emozioni, raccontate sulle frequenze televisive della Rai da Nando Martellini e su quelle radiofoniche da Enrico Ameri. Dopo la rete decisiva di Rivera e il fischio finale dell’arbitro, esplose in ogni angolo d’Italia una gioia irrefrenabile, incontenibile. La gente scese in piazza, si riversò in massa in strada con le automobili per festeggiare degnamente quell’epico successo e l’approdo della Nazionale in una finale mondiale a 32 anni di distanza dall’ultima volta.

carosello

Festeggiamenti a Milano in occasione dei Mondiali 2006. (Foto Pindaro)

In realtà è difficile stabilire quale sia stato il primo carosello in assoluto in Italia. Sicuramente però, qualche mese prima di quei festeggiamenti, ce ne era già stato uno imponente in Lombardia. Più precisamente a Varese, il 9 aprile 1970, immediatamente dopo l’incredibile impresa sportiva firmata dall’Ignis, la formidabile squadra di pallacanestro della città che quel giorno conquistò la prima Coppa dei Campioni della sua storia, vincendo un trofeo fino a quel momento appannaggio esclusivo di squadre sovietiche e Real Madrid, con l’eccezione vincente di Milano nel 1966. Il trionfo varesino fu ancora più goduto perché sorprendente, del tutto inatteso, ottenuto nel palasport Skenderia di Sarajevo davanti a seimila spettatori contro la favorita corazzata dell’Armata Rossa di Mosca.

La grande Ignis vincitrice della Coppa dei Campioni 1970. (varesenews.it)

La squadra varesina, guidata dal coach bosniaco Nikolic, non si fece demoralizzare dai pronostici sfavorevoli, non avvertì la pressione di quella partita che segnava un importante appuntamento con la storia. Reagì prontamente anche all’espulsione di uno dei suoi giocatori di maggior talento, l’americano Jones, punito dopo una rissa con un giocatore russo. La partita restò a lungo tesa ed equilibratissima, fino al ventisettesimo minuto, quando l’Ignis, grazie ai ganci di capitan Flaborea e ai canestri di un giovane Dino Meneghin e dell’ala messicana Manuel Raga, iniziò a prendere il largo, producendo l’allungo decisivo. Con il risultato finale a recitare 79-74, subito dopo il fischio finale a Varese si accese e divampò la festa, il centro cittadino fu invaso da tifosi e cortei di auto imbandierate, il suono dei clacson riecheggiò in ogni dove.

Varese negli anni successivi approderà ancora a tante finali, vincerà tanto in Italia e in Europa, comprese altre quattro Coppe dei Campioni, ma mai più nulla sarà entusiasmante, commovente, trascinante come quella folle nottata di caroselli del 9 aprile 1970.

 

Foto copertina – Carosello in strada per la vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006. (Foto di Michele Romani)

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