Il numero 10 è morto. Il numero 10 è tornato

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Il giorno in cui il numero 10 è morto è il 9 luglio 1997. Roberto Baggio, il migliore numero 10 della sua generazione e uno dei migliori numeri 10 della storia del calcio viene letteralmente rifiutato da Carlo Ancelotti per il suo Parma. “Non c’è posto per quel tipo di calciatore nel mio 4-4-2”. Tanti saluti a tutti.
Quello che fregava Baggio e il 10 in generale era la troppa comunanza fra quel numero di maglia e il genio, che da Sacchi in poi voleva dire soltanto anarchia inaffidabile.

Come per tutti i ruoli il tempo che scorre ne modifica fortemente il valore e il senso. All’inizio c’erano Sindelar e Meazza, ovvero 10 senza numero e senza investitura che però sapevano creare gioco offensivo e destavano quell’ammirazione classica degli Antichi per i geni, ovvero, seguendo Tacito, per chi “suumgeniumpropitiare, suamexpeririliberalitate”(favorire la propria natura geniale, far prova della propria liberalità), ovvero per gli uomini capaci di mostrarsi come individui irripetibili grazie al saper fare con ingegno una determinata arte.

Quando poi arrivò il numero dietro la schiena un calciatore ne prese possesso, Valentino Mazzola. In campo Mazzola non era solo estro e regia offensiva, ma riuscì a portare al suo massimo grado il tuttocampismo già presente in Giovanni Ferrari ed essere il perno fondamentale del Grande Torino. Il suo genio è molto più vicino alla concezione moderna come la intendeva Charles Perrault, secondo cui il genio non è soltanto rivolto alla creazione, ma anche alla “consapevolezza della creazione”, ovvero alla concezione assoluta che ogni sua azione avesse poi una ricaduta potente sull’intera squadra.

Dagli anni ’50 in poi dal Sudamerica si diffonde in tutto il mondo un’idea nuova, in cui c’è un calciatore dotato di estro estremo, abile nella creazione quasi dal nulla, con spesso pieno affidamento da parte della propria squadra grazie alle facoltà che Johann Christoph Gottsched per il genio settecentesco sintetizzava in acumen, ingenium e imaginatio, ribadendone ancora una volta l’unicità.
Si continua così almeno per 20 anni e dentro questa idea per cui, come per Johann Georg Sulzer“il genio (e il numero 10) è più facile da sentire che da definire”, ci finiscono i vari Pelé, Maradona, Cruyff e tanti altri.

Con Arrigo Sacchi c’è un’inversione di tendenza drastica, il numero 10 perde valore perché per i nuovi allenatori non ha nessuna facoltà superiore di trasmissione all’intera squadra del suo “sentire geniale”, ma è solo d’inciampo ad una progettazione sistematica dell’assetto-squadra secondo un congegno sempre perfettibile di spazi e tempi. Chi non era in quegli spazi e in quei tempi, come Ancelotti pensa del Baggio del 1997, non può che essere poco utile. E poco può la definizione kantiana secondo cui “il genio è il talento che dà la regola all’arte”. Le regole da quel momento vengono in primo luogo dagli schemi e l’elemento nietzschanodionisiaco–distruttivo del genio col 10 crea solo confusione.

Il numero 10 inizia così un cammino nel deserto (anche perché con Kierkegaard “il genio è fuori della condizione comune” e non può semplicemente spegnersi), che lo vede vagare per il campo, da seconda punta al fianco di un centravanti di peso, esterno principalmente destro per fare meno danni possibile, mezzala affaticata e sempre attaccabile, falso nueve per chi è nostalgico, ala sinistra con compiti di copertura. Fino ad oggi.

Come ho scritto anche su Quattrotretre calciatori come Dybala, Firmino, Forsberg, Maddison e Lorenzo Pellegrini (ma avete visto anche il Reyna del Borussia Dortmund?) insieme ai loro allenatori stanno ridefinendo il ruolo, i compiti e il valore del numero 10, da una parte secondo un’ottica positivista, ovvero secondo l’idea che è davvero “geniale solo chi sa”, come afferma Ralph Waldo Emerson, “coinvolgere tutti in quel vitale insieme che è l’opera”. Sta tornando il numero 10 quindi con una nuova idea di genialità che è l’insieme di libertà ma anche di utilità massima per la squadra nella sua interezza.
Questo aspetto della capacità del dieci di tornare ad essere centrale in una squadra e intorno a lui costruire una nuova forma, come indicato da Gottfried Benn nei suoi studi sul genio che dal disastro della degenerazione nietschana pone le basi per nuovi modelli, è molto forte in tanti allenatori contemporanei, consci che non la phantasia debole, ma l’imaginatio forte di un numero 10 vero può dare tanto e addirittura far vincere. Il numero 10 morto in un mercoledì di luglio del 1997 è tornato a vivere e a farci immaginare il futuro.

Bibliografia
Tacito, “Dialogus de Oratoribus”, Paravia 1974.
M. Fumaroli, “La Querelle desAnciens et desModernes”, Gallimard 2001.
Johann Christoph Gottsched “VersuchEinerKritischenDichtkunstfür die Deutschen”, Forgotten Books 2018.
Johann Georg Sulzer, “Teoria generale delle belle arti”, CLUEB 2011.
Sul “sentire geniale” leggere Johann Gottfried Herder, “Ancora una filosofia della storia per l’educazione. Contributo a molti contributi del secolo”, Meltemi 2020
Immanuel Kant, “Critica della capacità di giudizio”, Rizzoli 1995.
Soeren Kierkegaard, “Opere”, Sansoni 1972.
Ralph Waldo Emerson, “Teologia e Natura”, Marietti 2010
Gottfried Benn, “Il problema del genio”, Adelphi 1992
Sui concetti di Phantasia e Imaginatio, leggere “Psicologia e alchimia”, in “Opere”, Bollati-Boringhieri1995.

Immagini tratte dall’opera “Il numero del Genio” di Paolo Castaldi (realizzata per LACOLLETIVA 2019 Overtime Festival)

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3 Commenti

  1. […] al suo stile di gioco, i piedi fatati, il dribbling ubriacante, i capelli ricci e lunghi, il numero 10 sulle spalle, la maglia azzurra, una certa somiglianza fisica, gli fanno attribuire l’appellativo […]

  2. […] Frutta candita. Un vino molto difficile da inquadrare e da classificare. Proprio per questo ricorda la classe, l’eleganza e le giocate del Divin Codino, che abita a pochi chilometri dall’azienda Menti. In grado di stupire e fare la differenza. […]

  3. […] sportivi” di Becco Giallo. I dribbling di Baggio richiamano un po’ il “Maradona” di Paolo Castaldi, ma credo che questo non sia un mistero. È stato proprio il libro del milanese a spingere gli […]

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