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Claudio Chiappucci: tutto nacque da una “fuga bidone”

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fuga bidone

La migliore ipotesi per una definizione è quella proposta da Mauro Della Porta Raffo su “Dissensi & Discordanze”.

«Scappano. Un gruppetto di frilli o pressappoco. I big lasciano fare. Pensano: «Li prendiamo senz’altro. Dove vanno?». Il vantaggio aumenta. Dietro si guardano. Tiri tu? Tiro io? Non tira nessuno. E quelli arrivano. È questa la fuga bidone. Quella che nessuno prende sul serio. E che provoca risultati a sorpresa. Imprevedibili».

La fuga bidone è uno dei miti linguistici del ciclismo. Una di quelle formule che viene da un altro tempo e che ci premuriamo finché possibile di conservare.  L’en danseuse, per esempio. Quella maniera di avanzare sollevandosi sui pedali, come un ciclista ballerino che sia sospeso nell’aria. Un suono che non ha alcun senso se slegato dalla voce di Adriano De Zan, che sulla sillaba finale indugiava, si soffermava, e pure lui così sollevava per danzare. En danseeeeeuse. Oppure l’ammiraglia, la macchina al seguito, uno dei neologismi di Gianni Brera. La punzonatura che mise in crisi il ragionier Ugo Fantozzi alla ricerca di una sua definizione. Il ventaglio, il succhiaruote, il surplace. C’era una volta anche la cotta, poi qualcuno l’ha trasformata in crisi di fame. Devono essere stati i reality di cucina.

La fuga bidone è una cosa che gli altri sport non hanno. Forse solo la politica compete con un istituto analogo. Detto in maniera altrettanto classica: il governo balneare. I due fenomeni hanno in comune l’improbabilità nella loro partenza e la fatale sconfitta al loro arrivo. Peraltro il loro calendario coincide. Tutt’e due arrivano col caldo.

La fuga bidone più felice della storia è quella partita al Giro d’Italia nel 27 maggio del 1954. Sesta tappa, da Napoli a L’Aquila, 252 chilometri. Al ventottesimo se ne vanno in cinque, arrivano con mezz’ora di vantaggio perché nessuno dà loro credito, e uno dei cinque conserverà vantaggio e maglia rosa fino a Milano. Il vincitore del biglietto della Lotteria si chiama Carlo Clerici, uno svizzero di padre italiano che quel giorno ha 25 anni. L’anno prima aveva aiutato in corsa Hugo Koblet, svizzero come lui, sebbene corressero per due squadre diversa. Clerici venne licenziato dalla sua e Koblet dovette farlo assumere. «Eravamo certi di staccarlo sulle Alpi – avrebbe spiegato Magni – fino ad allora non aveva vinto nulla, invece si dimostrò un buon corridore». Non solo ma Koblet fu generoso, capovolse i ruoli e gli fece da gregario. Clerici vinse il Giro con 24 minuti di vantaggio sull’amico. Fausto Coppi rimase a mezz’ora. Raccontò Marco Pastonesi su La Gazzetta dello Sport alla sua morte nel 2007: «Poi tornò gregario, una vita di borracce e spinte, inseguimenti e piazzamenti. E come succede spesso ai gregari, era un gentiluomo: sposò una ragazza che aveva salvato da una valanga».

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Hugo Koblet e Carlo Clerici in una delle loro tante battaglie. (eurosport.it)

La cosa curiosa è che nel 2010 sempre a L’Aquila arrivò un’altra mezza fuga bidone. Mezza perché dentro c’erano anche grandi corridori, ma ormai usciti di classifica. Così il gruppo li lasciò andare, senza prevedere che quelli non avrebbero corso per la vittoria di tappa ma per rientrarci, in classifica. Proprio per una questione di filologia ciclistica, Gianni Mura contestava il fatto che si trattasse di vera fuga bidone. Tende a chiamarla fuga anomala. La corsa alla maglia rosa ne fu in ogni caso stravolta.

Una fuga bidone può anche dare l’avvio a una carriera insospettabile. Prendiamo Claudio Chiappucci. Nell’estate del 1990, nei giorni di luglio in cui l’Italia è tutta presa dai Mondiali di calcio e il mondo sta guardando la sfida di Boris Eltsin al Pcus, parte con lui dentro la fuga bidone più famosa nella storia del Tour de France.  Succede che al secondo giorno di corsa, dopo il cronoprologo di Futuroscope, in quattro si prendono un vantaggio di una decina di minuti sui favoriti. La maglia gialla finisce a un canadese, Steve Bauer, ma tra i bizzarri animatori della corsa c’è un varesino già di 27 anni, si chiama Claudio Chiappucci, e l’aggettivo massimo che Gianfranco Josti su Corriere della Sera riesce ad abbinargli per la carriera fatta fino a quel momento è “simpatico”.

I signori del Tour lo vedono davanti e lo lasciano andare. L’americano Greg LeMond ha in fuga un suo compagno, il francese Pensec, e dunque se ne frega due volte. Sean Kelly racconterà: «Sono andato da Fignon a proporgli di mandare qualcuno dei suoi a tirare: io avrei fatto lo stesso con i miei. Mi ha risposto di no». La fuga bidone genera in qualcuno più ansia del solito perché se è vero che la vittoria al Tour si calcola in minuti, è anche vero che l’anno prima LeMond ha vinto per 8 secondi. Vuoi vedere che? Peraltro in quegli stessi giorni un tennistino croato di 19 anni non testa di serie, tale Goran Ivanisevic, sta facendo una fuga bidone nel tabellone di Wimbledon fino alla semifinale. Potrebbe essere un’estate che fa saltare un doppio banco.

Bauer tiene la maglia nove giorni, poi la passa a Pensec e il 12 luglio arriva la cronoscalata di Villard-de-Lans, quando alla vigilia del giorno di riposo, ventiquattro ore dopo l’impresa di Bugno all’Alpe d’Huez, Claudio Chiappucci si piazza all’ottavo posto di tappa e si prende il primo in classifica generale. Colpo di scena. Quindici anni dopo Francesco Moser. L’Équipe osserva, si fa due conti e scrive che a questo punto Chiappucci non è più solo simpatico. È il favorito.

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Il simpatico Claudio Chiappucci in maglia gialla. (targatocn.it)

Sulla prima pagina de la Stampa, Gian Paolo Ormezzano il 13 luglio del 90 si fa portavoce dello stupore.

«È una maglia bagnata di fatica sporca, ferina, non sa di denaro facile. Per chi era pronto agli entusiasmi calcistici, si tratta quanto meno di un esercizio contorsionistico impegnativo. Entusiasmarsi per Chiappucci, che fra l’altro ha un fisico sgraziato e un cognome gluteico, è più difficile che commuoversi. In fondo fu presentato dal secondo giorno del Tour quale beneficato di una fuga-bidone, come vengono dette al Tour quelle trascurate dai favoriti. Il giallo di Chiappucci poi è accentuato dal fatto che è arrivato quando ci si attendeva una seconda consecutiva grande prova di Bugno. Ma chi è questo 27enne Chiappucci, come si permette di disturbare il riserbo dolente del Paese per la vicenda dei calciatori azzurri al Mondiale? Certa gente chiede: Chiappucci vincerà il Tour? E sembra chiedere: ma mica questo Chiappucci vincerà il Tour!? Sottinteso: come si permette?».

Professionista da cinque anni, figlio di commercianti, papà Arduino morto da poco per un ictus, mamma Renata titolare di una merceria a Uboldo, in provincia di Varese, colpita da un aneurisma: questo Chiappucci scosso da un doppio dramma familiare al punto da rischiare di inabissarsi è un perito elettronico appassionato di tennis.

Nel 1986 a Porrentruy, Giro di Svizzera, viene investito da una macchina, si rompe la clavicola e si frattura il piede sinistro. Deve ricominciare daccapo. Questa è la genesi della sua esplosione ritardata.

L’anno prima del Tour ha vinto una Coppa Placci ed è stato convocato dal CT Martini per il Mondiale di Chambery. A fine stagione ha anche vinto il Giro del Piemonte. Dice: «Non ringrazierò mai abbastanza il direttore sportivo Boifava per avermi portato al Tour». Non era scontato. «La Francia ha cancellato la mia vitaccia da gregario». Gianfranco Josti su Corriere della Sera scrive: «Un anno fa era uno dei tanti. Adesso pedala in maglia gialla».

Nasce l’accostamento a Calimero. Per questa sua marginalità, per tutto il ciclismo inespresso che contiene, per una sua tendenza – scopriremo – a farsi vittima, a sentirsi trascurato. Accaddero molte cose nei giorni successivi sulle strade di Francia, mentre Chiappucci pedalava in maglia gialla. LeMond gli tende un trappolone a Saint-Étienne, mandando in fuga il compagno Pensec. Chiappucci lo insegue, spreme la squadra, lo riprende e quando scatta direttamente l’americano non ne ha più. Quattro minuti persi così.

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Erik Breukink e Greg LeMond a Saint-Étienn, la tappa che segnò la svolta del Tour (cyclingweekly.com)

Dice che gli altri italiani lo boicottano. Gianluigi Stanga, che è il direttore sportivo della Chateau d’Ax, la squadra di Gianni Bugno, gli risponde male: «Ma che vuole? I complimenti? Beh, glieli facciamo. Se li merita. E qui la cosa finisce. Noi che abbiamo vinto la Milano-Sanremo e il Giro d’Italia, abbiamo il diritto e il dovere di correre come vogliamo. Non vedo perché dovrei impostare la nostra corsa sul fatto che lui ha la maglia gialla».

Bugno è persino più duro: «Chiappucci la smetta con questa storia che lui è solo e che nessuno lo vuole aiutare, o che io non lo soccorro. Intanto, se ben ricordo, lui ha fatto il Giro contro di me. Poi, ha voluto la maglia gialla? La maglia gialla vuol dire potere. E chi ha potere ha anche chi glielo vuol portar via. La maglia non la si regala a nessuno. Perciò non può pretendere nulla. E le alleanze sono vietate dai regolamenti. Quel che ho fatto al Giro, l’ho fatto con le mie gambe. Io ho la mia dimensione, Chiappucci la sua. Sanremo e Giro, comunque, non me li porta via nessuno».

In maglia gialla allora è Chiappucci che attacca sui Pirenei: Aspin, Tourmalet, Luz-Ardiden. «I francesi sono stupiti e cominciano ad amarlo» racconta Beppe Conti in Storia e leggenda del grande ciclismo (Graphot, 2005). LeMond lo accusa di averci provato pure quando aveva una ruota a terra per una foratura. Una baraonda che l’americano ha esperienza e squadra per gestire. Tanto sa di avere la cronometro individuale a due giorni dalla fine. Ci arriva con 5 secondi appena da recuperare, può far friggere e battere il povero Chiappucci, secondo a Parigi, ma con una nuova carriera da cominciare.

Dentro saprà metterci altri due podi al Tour (terzo nel ‘91, secondo nel ‘92), tre podi al Giro d’Italia (secondo nel ‘91 e nel ‘92, terzo nel ‘93), una Sanremo vinta nel ‘91, un quarto posto al Fiandre e uno alla Liegi, due secondi posti al Lombardia, un secondo posto al Mondiale di Agrigento disegnato per lui nel ‘94. Avrà una narrazione (si dice così, no?) da attaccante indomito e generoso.

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@chiappucciclaudioeldiablo on Facebook

Gianni Mura su la Repubblica lo descrive così alla fine del Tour 1992.

 «Senza dover citare Brecht, non considero Bull un eroe, ma è certamente il corridore che ha illuminato la corsa di una luce più viva e continua. Piace a tutti, anche al clan di Indurain, per come interpreta il suo ruolo. Che non è più, che non è solo quello del guastatore. Ammetto di aver avuto qualche dubbio sulla grandezza assoluta di Chiappucci fino a un anno fa. Mi pareva eccessivo in alcuni lati folkloristici, e per altri lati condannato al ruolo di grande perdente, come un Poulidor con più sangue in corpo. Adesso mi tolgo metaforicamente il cappello e mi inchino. Quello che Chiappucci ha fatto nella tappa del Sestriere è ai limiti del credibile, è una delle più grandi imprese del ciclismo. Da notare che la sua fuga non l’ha fatta da sconosciuto ma da sorvegliato speciale. È arrivato tardi al ruolo di campione, ma lo è, e non assomiglia a nessuno. Esce enormemente ingrandito dal Tour. Per me, che leggo le classifiche e non mi sforzo di ascoltare la voce delle strade, Indurain ha vinto il Tour, ma Chiappucci è stato più grande di Indurain».

Nel rievocarne le imprese, su “La Gazzetta dello Sport” Rino Negri il 13 luglio 1999 ricorda:
«Ancora il Sestriere sulla bocca di tutti quando Chiappucci arrivò solo dopo aver scatenato la battaglia quando mancavano 223 km all’arrivo. Era il 18 luglio 1992. Il Diablo, attaccante nato, lo aveva detto alla partenza da Saint Gervais che al Sestriere i suoi avversari avrebbero visto i sorci verdi. Si riferiva in particolare a Indurain, che viveva di rendita sui minuti guadagnati sulle cronometro. Chiappucci voleva fare qualcosa di eccezionale e ci riuscì. Si dovevano superare le salite di Saises, Cormet, De Roseland, Iseran e il Moncenisio. Quando capì che chi era in fuga con lui cominciava a risparmiarsi, partì deciso. Mancavano 126 km al traguardo. Nel finale lottò come un disperato e fu stupendo. La reazione di Indurain fu rabbiosa, ma inutile. Chiappucci vinse con 1’34″ su Vona e 1’45” su Indurain e Bugno che venne criticato perché collaborò con lo spagnolo. Re Miguel vinse il Tour e Chiappucci fu secondo a 4’53” ma l’impresa del Sestriere fece rivivere a tutti quella realizzata da Coppi quarant’anni prima». 

Nel suo libro Il carattere del ciclista (De Agostini, 2016) Giacomo Pellizzari scrive di lui:

 «Ci sono modi per vincere tutto senza vincere niente. È la loro bellezza. Sono momenti di straordinaria emozione e, nel contempo, sono perfettamente inutili. Ci ubriacano di tensione, ci fanno sognare e trepidare, eppure non cambiano nulla. Claudio Chiappucci è stato il più formidabile simbolo di tutto questo. Si fa prima a dire che cosa non ha vinto, rispetto a quello che ha conquistato. Claudio non ha vinto praticamente nessuna delle grandi corse. Eppure ha vinto tutto. Anzi, ha sbancato. Ha conquistato il cuore dei tifosi, italiani e francesi, ha stravinto la diffidenza di critici, giornalisti, addetti ai lavori ed è persino primo nella speciale classifica degli scalatori che hanno cercato di imitare Coppi. Come c’è riuscito lui, non c’è mai più riuscito nessuno. Ha stravolto ogni previsione, disorientando sia i suoi avversari sia i suoi fan a casa incollati alla tv. Se ti aspettavi che facesse zac, lui faceva zic. Se volevi un bel zic, ecco che faceva zac. Se credevi che da leader in maglia gialla la portasse fino a Parigi, lui puntualmente la perdeva per strada. Come un orsacchiotto che cade dal finestrino di un’auto in corsa. Un magnifico e scriteriato filibustiere della pedivella, questo era Claudio Chiappucci. Se Marco Pantani era il Pirata, lui era il Corsaro Nero». 

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Maurizio Fondriest, Gianni Bugno e Claudio Chiappucci (inbici.net)

Alessandra Giardini e Giorgio Burreddu ci offrono in Vedrai che uno arriverà: Il ciclismo fra inferni e paradisi (Absolutely Free editore, 2014) una lettura abbastanza definitiva del personaggio Chiappucci e della sua rivalità di quegli anni con Gianni Bugno.

«La solitudine ti plasma. Claudio era un timido, ma le difficoltà lo hanno cambiato, insegnandogli a ottenere quello che aveva in mente. In carriera Chiappucci è stato contrapposto a Bugno. Gianni l’elegante, il talento, mai una parola fuori dal seminato. Claudio il generoso, lo scalatore sgraziato, l’urlatore. Eppure Chiappucci poche volte è stato davvero Chiappucci, più spesso è stato quello che non era Bugno. Per uscire da questa spirale di confronti e paragoni infelici ha fatto tutto e il contrario di tutto, si è giocato la camicia, i pantaloni. Qualche volta è rimasto in mutande. Azioni pericolose, illogiche, tanto spettacolari da risultare inconcludenti, il più delle volte. Ha dovuto fare i conti con la sua parte irrazionale, non per limitarla ma per sfruttarla a proprio vantaggio. «Cosa ho capito di me stesso? Che sono forte».

Resta trent’anni dopo il ricordo di una maglia gialla che riportò l’Italia nella dimensione del grande ciclismo, dal quale era lentamente scivolata fuori. I trionfi parigini di Pantani e Nibali sono anche figli di quegli attacchi scriteriati, velleitari e da meraviglioso sconfitto di Claudio Chiappucci.

 

Questo articolo è stato rielaborato per Overtime ed è tratto da “lo Slalom”, una newsletter mattutina per abbonati: una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, sii siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento, con montaggio a cura di Angelo Carotenuto.

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Foto copertina – suiveur.it

 

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