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Sui Pirenei è… “naturale”!

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Degustazione consigliata leggendo “I Pirenei parlano sloveno”di Pietro Pisaneschi

Il Tour de France, come naturale che sia, approda sui Pirenei. Difficile capire se sia più corretto scrivere “Les Pyrénées” o “Los Pirineos”. Per evitare diatribe diplomatiche, meglio semplificare. Meglio usare Pirenei. Tappe fisse per la Grande Boucle. Da sempre. Come i passaggi, gli arrivi o le partenze da Pau. Salite che hanno celebrato imprese epiche, di un ciclismo che difficilmente ritroviamo nelle corse patinate e omologate dei nostri giorni. I Pirenei ci hanno emozionato. Continuano a farlo. Hanno emesso sentenze. Alle volte inesorabili, senza scampo. Hanno donato fama e gloria a ciclisti mediocri. Hanno visto fughe e crisi nere. Gioie e dolori. Come naturale che sia.

château lafitte

Château Lafitte. (Roman Forquy©)

Vi consiglio di prendervi mezza giornata e recarvi allo Château Lafitte – si trova proprio a Monein. Un’antica casa padronale ricca di fascino, immersa in un ambiente eccezionale, tranquillo e collinare. La più antica testimonianza rinvenuta rivela l’esistenza dello Château già nel XIV secolo. Ma il castello nella sua configurazione attuale è opera di lavori eseguiti nel XVI secolo. I terreni formavano allora una vasta proprietà agricola, la vite e il vino occupavano già un’importante attività del dominio (precursori!).

Gli attuali proprietari sono Philippe e Brigitte Arraou. Cercano da trent’anni di restituire al castello lo spirito che aveva perso. Un sogno divenuto realtà: riavviare la produzione del vino. Dal 2012 il figlio Antoine, appassionato e generoso vignaiolo, è impegnato nella salvaguardia e nella gestione della tenuta. Produce vini di alta qualità rispettando l’equilibrio del terreno e della vite. Ha certificato tutta la produzione rendendola biologica, aprendo la strada ai vini naturali.

Lo spirito è quello di Rudolf Steiner, fondatore della biodinamica all’inizio del XX secolo. La fattoria come organismo vivente. Château Lafitte come entità basata su tre pilastri: una storia guidata dal rispetto, un vigneto sostenibile, uno spirito di devozione alla terra. Ma anche piacere e convivialità. In vigna come in cantina. Al lavoro come a tavola. La voglia di condividere il frutto del lavoro appassionato. In armonia con la natura.

Cinque ettari composti in parti uguali da Petit Manseng e Gros Manseng. Intorno alberi da frutto e cereali. Le pecore in inverno, le api il resto del tempo, contribuiscono alla biodiversità degli appezzamenti. La ricerca continua della biodinamica, con le sue dimensioni sociali, umane, ambientali e persino astrali.

Il risultato? Un’uva sorprendente, deliziosa e sana. Naturale.

I vini di Château Lafitte sono il frutto di un lavoro che lega strettamente l’uomo alla natura. L’unico intermediario: la cantina, stupenda. Un nuovo edificio eretto nel 2018 a firma dell’architetto Palois Geoffroy Boulin. Un luogo minimale, autonomo dal punto di vista dei consumi elettrici – il tetto è fotovoltaico. La pulizia delle macchine agricole è affidata all’acqua piovana. Un interrato con pozzo canadese permette di beneficiare di freschezza costante e naturale. L’elegante sala ricevimenti è l’ideale per degustazioni guidate ed eventi aziendali. Per non parlare della terrazza. La vista sui vigneti è mozzafiato.

Château Lafitte – Design by Palois Geoffroy Boulin. (Roman Forquy©)

Sei sono le etichette. Da anni la necessità di produrre in cantina due gamme di vini: vini AOC in biodinamica, e vini più personali, liberi e naturali: a ciascuno il suo.

Jurançon Sec” – 80% Petit Manseng, 20% Gros Manseng – è il risultato di una vendemmia di metà ottobre. Fermentazione spontanea, nove mesi di affinamento sulle fecce fini, in botte di rovere. Al naso è leggermente tostato, come se fosse un pane appena uscito dal forno. Lievito e crosta croccante. Segue poi una nota di frutta candita. La bevuta chiama nuovamente il sorso, mantenendo la bocca rotonda e fresca. Rispetto a vecchie annate si avverte maggiore mineralità, evitando le note troppo ricche, complesse e profonde. Il palato è agrumato, tagliente. Bello da bere con frutti di mare, ostriche, preparazioni di pesce – salmone marinato alla catalana e tonno al sesamo. Sui Pirenei è solitamente abbinato al formaggio di pecora a inizio o fine pasto. Alle volte con prosciutto di campagna – mi permetto di dissentire. Visto il carattere cristallino e salino, d’estate me lo immagino alle Isole Eolie mentre ci gustiamo il tramonto accompagnati da amici e spaghetti alla bottarga. Se invecchiato i sentori cambiano verso il miele, il sidro e la vaniglia. Note erbacee e affumicate. Paglia e uva spina. A quel punto foie gras, forse un po’ scontato ma certamente ideale come abbinamento. Consigliati anche cibi speziati e pollami. Da abbinare anche a cucina asiatica, zuppe thailandesi, dessert e dolci.

château lafitte

Antoine Arraou. (Roman Forquy©)

Jurançon Doux” è per metà Petit Manseng e per metà Gros Manseng. L’uva è raccolta sempre a metà ottobre. A differenza della versione secca i mesi di affinamento sulle fecce fini sono quindici, in vasche di acciaio. In degustazione lo ammiriamo nella sua doratura. Naso di agrumi, poi pesca e frutta esotica. Una bocca vivace, ma con una morbidezza naturale. Un vino esotico ed equilibrato in cui avvertire miele e frutto della passione. Melone, nocciola ed erba appena tagliata. Le note ossidative lo rendono molto interessante e sontuoso. L’acidità e la dolcezza sono perfettamente bilanciate, senza rendere stucchevole la bevuta. Il palato è piacevole e viscoso. Insomma, niente da invidiare a molti Sauternes. Bello da sperimentare tra uno o due decenni. Consigliato per l’aperitivo con tartine al foie gras o a tavola con formaggi erborinati o piatti a base di frutta – risotto alle fragole e mela cotta. Lo immagino anche abbinato a crumble di mele, torta californiana e crostata all’albicocca, secondo me super!

Da bere ben fresco a otto gradi. Tirare fuori dalla cantina cinque minuti prima del servizio.

château lafitte

Château Lafitte – Jurançon Sec, Jurançon Doux.

Argile” è senza dubbio la bottiglia più particolare. L’etichetta richiama il legno di frassino. Veramente molto accattivante ed elegante. Unica perplessità: a prima vista non sembra una birra artigianale? Petit Manseng in purezza, vendemmia a metà settembre. Solo 900 bottiglie. Da 50 cl. Il vino è naturale, fermentato e affinato in anfora di terracotta, senza aggiunta di prodotti enologici e solfiti. Con una bella e schietta mineralità, questo vino bianco secco vi sorprenderà per il suo equilibrio. Impressiona per la sua freschezza, la sua vivacità e la sua lunghezza. Va degustato con attenzione e pazienza. In apertura il naso sembra leggero. Poi si apre, per non fermarsi più. Il sentore della pera, della mela, del frutto della passione. Ma anche agrumi freschi, polline dolce, polvere di roccia, buccia di kumquat, odore di ozono – bellissimo il residuo carbonico.

Château Lafitte – Argile.

Ogni annata ha però la sua tavolozza aromatica unica, come ogni vino naturale. In evoluzione si avverte la nocciola, il miele d’acacia e la crème brûlée. Il dolce del residuo zuccherino è percettibile ma per nulla impetuoso, ben moderato dall’acidità e dalla mineralità che si abbinano in modo naturale ai profumi di albicocca e mango, una persistenza in bocca davvero notevole. Il finale è sorprendente e caldo, ma potrebbe non piacere a tutti.

È un vino conviviale, un po’ ruffiano se vogliamo. Da gustare con ostriche, ricci e lumache di mare. Vista la struttura, lo proverei bello fresco con una piadina, cipolla e sardoni scottadito oppure con seppie ripiene di formaggio e capperi.

Ma anche da solo. Così, naturale.

Magari mentre guardiamo la Grande Boucle alla tv.

ARGILE, VIN NATUREL (2018)

Châteaux Lafitte

ALC 12,5% vol – 500ml

Euro 40,00

Foto copertina – Château Lafitte. (Roman Forquy©)

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  1. […] Lettura consigliata degustando “Argile” (Château Lafitte) […]

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