Quando Alberto Sordi “comprò” Omar Sivori

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Foto copertina – giocopulito.it

Aveva già nuotato nudo in “Un giorno in pretura” e gli avevano urlato: «Facce Tarzan». Aveva già sognato di giocare a baseball, lui Santi Bailor, in “Un americano a Roma”. Era stato il giovane podista compagnuccio della parrocchietta in “Mamma mia che impressione” e sarebbe diventato un improbabile cavaliere ne “Il Conte Max”, oltre che un disastroso sciatore in “Vacanze d’Inverno”. Ma Alberto Sordi nello sport è soprattutto l’uomo che compra Omar Sivori da presidente del Borgorosso Football Club, quando fa allo stesso tempo la satira di un mondo e la parodia di sé stesso, diventando per gli anni a venire un modello di improbabilità e un termine di paragone per i dirigenti del calcio italiano. I “ricchi scemi” li aveva già definiti il presidente del CONI, Giulio Onesti.

Siamo nel 1970. Luglio. I Mondiali messicani si sono da poco chiusi con la sconfitta in finale della Nazionale italiana contro il Brasile. Sivori ha smesso di giocare da quasi due anni. In un Napoli-Juventus, per smania di rivincita verso la sua vecchia squadra, si è gettato dentro una rissa, ha litigato con l’arbitro, si è fatto espellere e ha preso 6 giornate di squalifica. Ha già un ginocchio ballerino. Gli pare l’occasione giusta per annunciare che basta così. È un ex.

La produzione del film “Il presidente del Borgorosso Football Club” fa rientrare Sivori in Italia per le riprese. Nella parte di sé stesso, Omar è il calciatore ingaggiato da Alberto Sordi alias Benito Fornaciari, un impiegato del Vaticano che ha ereditato dal papà Libero la squadra di calcio con le magliette bianconere in questo paesino romagnolo che è un po’ Bagnacavallo e un po’ Lugo. Qualche anno dopo in zona, con gli stessi colori, il Cesena del presidente Manuzzi darà la scalata al calcio italiano andando dalla Serie C fino alla Coppa UEFA. Senza Sivori, senza stranieri, con Pippo Marchioro in panchina e i gol di Giovanni Urban. Nel film compaiono i difensori della Roma Aldo Bet e Sergio Santarini, la parte del portiere è interpretata da Oriano Testa del Bologna. Nel cast anche il futuro romanista Valerio Spadoni, il mediano del Baracca Lugo Germano Pistori e l’ex portiere della nazionale Giorgio Ghezzi. Alla sceneggiatura aveva collaborato Adriano Zecca, ex calciatore della Roma tra il 1949 e il 1953.

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Alberto Sordi e Omar Sivori (corriere.it)

Strano caso, questo film. È temuto dal mondo del calcio più di quanto alla fine meriti. All’inizio delle riprese, nell’estate del 70, il calcio italiano si spaventa delle macchiette di Sordi e si irrigidisce. La società di produzione del film, la Explorer, aveva ottenuto il permesso dalla direzione dell’hotel Gallia di girare durante i giorni delle trattative di mercato, a metà luglio. La sceneggiatura, riferisce il Corriere della Sera in quei giorni, prevede che Sordi sia ripreso «insieme al segretario generale dell’Inter, Manni, al direttore sportivo del Napoli, Angelini, e a Walter Crociani, esperto della campagna acquisti-cessioni». Il permesso viene negato all’ultimo istante e la produzione deve allestire un set alternativo sempre all’interno dell’hotel, ma distante dal vero calciomercato. A Lietta Tornabuoni che lo incontra in agosto per la Stampa, a proposito dei presidenti delle squadre di calcio Sordi dice: «Gli unici personaggi davvero interessanti del calcio sono loro. Sono i tifosi più passionali e morbosi, a volte tanto pazzi che bisognerebbe interdirli. Per la squadra sono capaci di distruggere famiglie, di mandare industrie in rovina, di seppellire la propria reputazione in una tomba di cambiali protestate: altro che demone del baccarà, altro che amori maledetti, altro che campagne elettorali. Sono i drogati sportivi cui nessuno fa mai il controllo antidoping. Gli eroi e i martiri del calcio sono loro: i presidenti delle società». Ma poi rivela: «Sono stati loro a impedirci di girare durante le trattative al Gallia, a non aiutarci in nessun modo. Si vede che avevano la coda di paglia».

“Il presidente del Borgorosso” spaventa fino a pochi giorni prima della sua uscita. La RAI invita Alberto Sordi a presentarlo alla Domenica Sportiva, poi si raffredda e si ritrae. Il campionato è fermo per una partita della Nazionale contro la Svizzera. In studio è prevista la presenza di Facchetti e Mazzola. Sordi protesta con i giornali. «Avevo accettato l’invito per esprimere il mio compiacimento nei confronti del giornalista Alfredo Pigna che stimo per le sue doti. Evidentemente, pressioni da ambienti a me sconosciuti hanno impedito che la tv potesse rispettare l’invito. Vorrei sapere chi sono queste persone e di cosa hanno paura. Se temono che il personaggio da me interpretato nel film possa turbare la quiete di qualcuno, sono in errore. Il film è un elogio e una continua esaltazione per il gioco del calcio e io impersono la figura di un presidente che dà tutto, anche la camicia, per la sua squadra. Se poi temevano un confronto tra il Borgorosso e la Nazionale italiana, che domani sarà ospite della trasmissione, questa è forse l’unica ragione che posso capire».

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Alberto Sordi dona il gagliardetto del Borgorosso a Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola (doppiozero.com)

La polemica monta e la RAI trova una via d’uscita. I suoi dirigenti spiegano che si trattava di ostacoli di natura organizzativa, nel frattempo superati. Sordi può andare in studio a presentare il film. Concorda con un redattore le battute che dirà. Il suo intervento, una decina di minuti, si può vedere su YouTube. Mostra spezzoni del film. Accenna alla polemica: «C’è stato un po’ di tentennamento per questa mia partecipazione alla Domenica Sportiva, forse temevano che io arrivassi con i miei zebrotti del Borgorosso Football Club. Il film non ha polemiche, non entra in una critica di costume, è un film che esalta il calcio italiano, perché io lo amo profondamente. È un racconto semplice, ingenuo, spontaneo, com’è il cuore di tutti gli sportivi e di tutti i tifosi».

A Sordi insomma preme tranquillizzare, preme dire che non c’è satira verso il calcio. Sordi lo conosciamo. È una maschera “più amara che feroce” (Emiliano Morreale). Fra i tipi della commedia all’italiana non è a lui che appartiene il compito di dare scandalo. È “l’italiano medio” (Goffredo Fofi) non quello estremo. La funzione di mostro è per Ugo Tognazzi, non a caso il preferito di Marco Ferreri. Sordi indispone, non sconvolge. Sordi irrita, non turba. In studio prende in giro Niccolò Carosio, la Nazionale per i passaggi sbagliati contro la Svizzera, i calciatori che potrebbero essere utili all’agricoltura. Sono sberleffi, al massimo graffi. Non sono ustioni. Pochi giorni più tardi, il film è nelle sale.

Scrive Alberico Sala su Corriere d’Informazione: «Una buona occasione gualcita: per mancanza di misura, e di un vero arco narrativo. Alberto Sordi percorre tutto il film come un battitore libero. Una girandola di scenette che illumina appena, sullo sfondo, il quadro di costume. Musica da sagra, con canzoncine grasse». La Stampa è meno severa. Scrive che il presidente del Borgorosso è una macchietta da mettere accanto a quella del dottor Tersilli: «Ma anche così timido il film diverte per i tanti appigli con la cronaca contemporanea, per i miti risvolti umoristici d’una realtà furibonda, per le macchiette e le trovate ispirate a un bozzettismo di tradizione. Diverte soprattutto nella prima parte, ben lastricata dalla sceneggiatura, mentre nella seconda la stanchezza dei motivi produce la solita impressione di abborracciamento».

Oltre che recensire il film, il Corriere d’informazione affida la sua analisi a un cronista di sport, Gian Mario Maletto, che presto diverrà causa involontaria della rottura delle relazioni tra Brera e Arpino. Il primo dirà del secondo che «come scrittore di romanzi era e resta il mio Nobel privato. È quando si occupa di sport che non va oltre un Maletto qualsiasi». Chiusa parentesi. Scrive Maletto: «Il Benito Fornaciari Valli del film non ci racconta quel che c’è davvero dietro la facciata del calcio, sia quello provinciale di Borgorosso (ovverossia di Lugo e Bagnacavallo, dove è stato girato il film), sia quello delle grandi città del Nord, del Centro o del Sud. Abbiamo capito: a rischiare le querele, nel raccontare le cose come stanno, dovremo essere sempre e soltanto noi giornalisti. Il film di Sordi sembra ogni tanto sul punto di metter della carne al fuoco: i motivi anche politici, magari soltanto di amministrazione locale, che possono spingere a contendersi la presidenza di una società di calcio, l’intervento dei sensali del mercato, i rapporti fra i dirigenti e quegli enigmatici personaggi che sono spesso i giocatori, perfino la superstizione. Senonché tutto viene ogni volta risolto con meno ancora che con una strizzatina d’occhio; viene risolto sul piano della più scontata banalità, quando non della barzelletta, come nel caso – previsto anche quello – del dirigente che si sacrifica per e con le mogli dei giocatori in ritiro. E così tutto il resto».

Qualche giorno dopo, Sordi sentirà l’esigenza di tornare a parlare della polemica con la RAI per la partecipazione alla Domenica Sportiva. Liliana Madeo scrive che «da circa vent’anni egli rappresenta in modo esemplare sugli schermi una certa Italia arruffona e neghittosa, infingarda e petulante, l’italiano arrangione e trasformista, facile al pietismo e all’autocommiserazione, un po’ sfacciato e un po’ moralista, sempre pronto al compromesso e alla vanagloria. Da quando Sordi è alla ribalta, mai nella sua vita privata si sono registrati gesti clamorosi o avventati o discutibili, mai uno scandalo, un esibizionismo, un’impennata. È sobrio, parco, morigerato: solo sotto questo aspetto il pubblico lo conosce. Che cosa lo ha spinto a entrare in polemica con la Rai tv?». «Ho scoperto che la famosa democrazia è spesso soltanto una parola, che i diritti dei cittadini non sono rispettati: la cosa si è risolta positivamente solo perché mi chiamo Sordi, ma per uno qualsiasi sarebbe andata in altro modo. Ecco: mi rendo conto delle ingiustizie continue, e sento che non si può più continuare a sopportare. Conformista io? Vorrà scherzare! Io ho preso in giro i vizi e le debolezze degli italiani. Le mie idee sono moderate, sono un cattolico militante, credo nella famiglia, nell’indissolubilità del matrimonio, nell’autorità dei genitori sui figli, eccetera; ma questo non vuol dire che non marci coi tempi. Finora per opportunità, per scelta, non mi sono esposto. Sono stato un attore e basta. Ma ora voglio togliermi il gusto di essere anzitutto il signor Alberto Sordi, e poi un attore». Il suo film successivo sarà “Detenuto in attesa di giudizio”.

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Alberto Sordi all’Olimpico il 27 ottobre 1957, in occasione di un derby vinto 3-0 (storiadellaroma.it)

Nell’archivio della Roma esiste una foto di Alberto Sordi allo stadio Olimpico per il derby del 27 ottobre 1957. Tre a zero per la Roma. La squadra sua. La passione è iniziata presto. Il piccolo Alberto è tra i ragazzini che vanno al Monte dei Cocci per guardare le partite della Roma al campo Testaccio senza pagare. Ma da lassù si vede il prato per metà. In una intervista al quotidiano popolare Momento Sera, il 26 marzo del 77 racconta: «Ai miei tempi, quando ragazzino andavo la domenica al cinema Vittoria, vicino Testaccio, il direttore del cinema, il popolare “Cacarazzi”, tra il primo e il secondo tempo del film ci diceva il risultato della Roma. Era praticamente il nostro “Tutto il calcio minuto per minuto”». Cacarazzi era Fernando Spernanzoni, successivamente direttore del Teatro Eliseo. «Non sapevamo niente dei calciatori allora, non conoscevamo quasi le loro facce». «Potrei essere uno dei quarantamila. Non di più, non conoscevano quasi le loro facce, erano per noi un mito. E loro, andando in campo, facevano meno drammi, sentivano solo l’incitamento del pubblico». Una dozzina d’anni più tardi aggiungerà a l’Unità: «Quei risultati ce li faceva sospirare. Se in platea facevamo caciara veniva alla ribalta e diceva “o state boni oppure niente risultati”. Cacarazzi perché, per nascondere la sua calvizie, aveva un riporto di capelli che somigliava ai raggi – razzi nel dialetto romanesco – delle ruote di bicicletta».

Per la ricostruzione di questa fase del tifo di Sordi, Slalom è debitore alle preziose ricerche fatte da Adriano Stabile per il sito storiadellaroma.it. Tutta questa sezione ha per fonte il suo lavoro di documentazione. Stabile ha rintracciato una testimonianza di Alberto Sebastiani, amico d’infanzia di Sordi, nel libro “Fuori i secondi” di Claudio D’Aguanno: «C’avevamo manco dodici anni e la domenica s’usciva sempre – e se la Roma giocava a Testaccio noi c’avevamo il posto fisso in tribuna d’onore. Mica dentro lo stadio. Fuori, sulla tribuna speciale del Monte dei Cocci. Salivamo sulla collinetta e, dai mejo posti, senza pagare, guardavamo la partita. Quando perdevano i laziali non c’era tregua. Te li tormentava per tutta la strada del ritorno: “e nun ce vonno sta’” gridava “e nun ce vonno sta’”».

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Alcuni tifosi “assistono” alla partita della Roma da Monte dei Cocci, proprio come facevano il giovane Sordi e i suoi amici (asrtalenti.altervista.org)

La prima traccia pubblica del Sordi tifoso risale agli anni ‘50, quando finisce in giallorosso l’eroe dei Mondiali per l’Uruguay in Brasile. Nella pubblicazione “La Roma da Testaccio all’Olimpico”, Sordi dichiara: «Ghiggia del Kansas City… è un fenomeno, guai a chi me lo tocca». C’è già tanta Roma anche nei film. In “Un giorno in pretura” il suo Nando Mericoni cerca di vendicarsi all’Olimpico contro il pretore che lo ha condannato, Salomone Lo Russo, interpretato da Peppino De Filippo. Quando capisce che è «pure laziale» gli ordina di gridare «forza Roma» e dinanzi al suo rifiuto lo aggredisce: «E io te magno er naso, a ‘ndo sta?!». Il derby del 14 ottobre 1956 è nel film “Il marito di Nanni Loy”. Sordi prova a convincere sua moglie Elena ad andare allo stadio ma lei ha un concerto di violoncello a casa per le amiche. La partita non si può ascoltare nemmeno alla radio. Il violoncello esploderà a fine serata. Nello stesso film, fa una pernacchia al telefono agli amici laziali: «Forza Roma, sempre forza Roma… Alla faccia tua e di tutti i laziali».

Il 13 gennaio 1989 dice a L’Unità: «Perché sono romanista? Che domanda! So’ romano e quindi romanista. Ma lassali sta’ quelli, so’ laziali perché c’hanno la puzza sotto er naso, vogliono fa’ gli snob perché pensano che fare il tifo per la Roma sia troppo prosaico. Oh, comunque, io li rispetto e sono stato contento quando la Lazio è tornata in Serie A. Roma ha bisogno di due squadre, del derby e poi così noi romanisti se famo quattro risate». Enrico Vanzina, figlio di Steno che fu regista di Un giorno in pretura, ricorda: «Sordi era veramente romanista. Dovremmo prenderlo ad esempio tutti quanti per come era tifoso con la sua classe e il suo umorismo. Al contrario del tifo becero e prevaricatore di oggi. Lui diceva, in un film memorabile, “io so’ io e voi nun siete un…”».

Quando nel ‘73 parla del film “Anastasia mio fratello”, racconta di ricordare con piacere «la scena di una partita di calcio, giocata in uno stadio americano. I ragazzotti che fungevano da comparse si immedesimarono talmente nella parte, che a un certo punto smisero di fingere e mi ritrovai sepolto sotto una marea di corpi, malmenato, pestato, l’abito strappato. Avevano smesso, infatti, di giocare al calcio e si erano buttati a corpo morto in una mischia da rugby». In “Finché c’è guerra c’è speranza” dell’anno dopo, interpreta Pietro Chiocca che ai controlli doganali dell’aeroporto in Africa mostra la tessera di abbonamento alla Roma 1974-75. Traduce la scritta AS Roma come Association Sanitaire Rome. In “Un borghese piccolo piccolo” del 1977 perdonerà a suo figlio il fatto di essere laziale. Nel quarto episodio in “Di che segno sei?” (1975) è la guardia del corpo Gorilla K2: chiama i poliziotti “burini” e “laziali”.

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L’abbonamento di Pietro Chiocca, valido anche per i controlli doganali (giocopulito.it)

Infila la Roma anche nella sua incursione alla Domenica Sportiva. Al momento del congedo, mentre abbraccia e bacia Facchetti e Mazzola, regalandogli un gagliardetto del Borgorosso dice: «Viva la Nazionale, viva il Borgorosso Football Club e se voi permettete, siccome siamo in diretta, e sono sicuro che non possono tagliare: viva ‘a Roma pure, va’». Il 2 febbraio del 77, quando sono passati sette anni dal colpo per finta di Sivori e ne mancano cinque alla scoperta del vero Camerun al Mundial di Spagna, Sordi parla di calcio in un incontro con Giovanni Arpino per la Stampa. Gli racconta di aver fatto amicizia in Angola sul set di “Riusciranno i nostri eroi” con un figurante locale di nome Joseph Simpatico, un ragazzo che palleggia in modo mirabolante con una palla di carta. «Roba da far nascondere Pelé. Volevo precipitarmi al telefono e chiamare Anzalone, che so, qualche presidente di Serie A, dicendogli, preparate tutto, vengo su con undici angolani e vinciamo sette scudetti».

Dev’essere stata un’esperienza memorabile perché Sordi azzarda: «Se il calcio come lo intendiamo noi viene scoperto dai neri americani, siamo fatti. Belli, atletici, forti, appena trovano un divertimento e un “business” in quel pallone, ti saluto. Io ho assistito ai riti del football americano e a quella formidabile barba che è il baseball. Con tutti a urlare e masticare gomma per una pallina che non la si vede quasi. Se però scoprono il calcio, saranno dolori. E forse vedremo uno spettacolo inimmaginabile».

«Più lo guardo – scrive Arpino quel giorno sul quotidiano torinese – più Alberto Sordi mi sembra ineguagliabile. Naturalmente è concentrato su sé stesso, sugli orari, sugli impegni, sul futuro. Eppure non cambia. Mai. Deve aver firmato, un patto col diavolo, come Dorian Gray, solo che il diavolo è ancora una volta, un personaggio interpretato da Albertone. La sua freschezza rarissima gli consente di vedere i tempi d’oggi con la carica di un ventenne. Anche se nei suoi film rappresenta ormai un italiano che va ingrigendo, crepuscolare, da dopo boom».

La Roma è allenata da Liedholm. Ha in attacco Musiello e Prati, ma i gol li segna Di Bartolomei – otto. Sordi confessa ad Arpino che «alla partita non ci vado. Non ci posso andare. Per via dell’orario. Capisco benissimo gli altri, i giovani o i padri di famiglia, che corrono allo stadio per un appuntamento ormai rispettato anche dalle femministe. Mo io alle dannate 14.30 proprio non ce la faccio. E così, televisione: vedo tutto, godo tutto». Quattro giorni dopo, la RAI trasmetterà a colori per la prima volta una partita della Serie A: Genoa-Torino. «Il calcio è bello, è atletico — e a me l’atletica piace molto, moltissimo, del resto gli spettacoli televisivi di sport li divoro, compresi i Gran Premi di Formula Uno — ed è elementare. La gente lo capisce, lo ho adottato come argomento. Un ministro e un muratore, un industriale e l’ultimo omino possono discutere di calcio sentendosi uguali. Te pare niente? È il massimo, invece. Il calcio è la bellezza, solo il calcio. Il basket è una faccenda abnorme, per gigantoni e anche per snob, e poi si svolge al chiuso, il che non è mai piacevole. Semmai la pallavolo, che è elegante. Ma il basket no: tranne quegli Harlem, che fanno giocolierismo e divertono, come ad una rivista. Il calcio è tutto. È bellezza geometrica, è un gioco semplice giocato in un modo difficile (cioè coi piedi). È una danza e uno scontro fisico».

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Siamo agli anni ‘80. Siamo alla svolta della Roma. Un Paulo Roberto Falcão ancora a digiuno di lingua italiana si trova invitato a casa di Sergio Leone, organizzatore di una visione privata del film di Carlo Verdone da lui prodotto: “Bianco, Rosso e Verdone”. Si racconta che Falcão ridesse solo nel vedere sullo schermo l’emigrante Pasquale Ametrano. In tv su Rai 1, al programma “I migliori anni”, Verdone ha rivelato che alla proiezione erano presenti anche Sordi e Monica Vitti.

Paulo Roberto Falcão. L’uomo che ha cambiato la storia della Roma di Dino Viola. Riccardo, figlio dell’allora presidente, ha raccontato di Sordi: «Non ricordo di averlo mai visto allo stadio accanto a noi o in trasferta, eppure è una di quelle persone che fanno parte della nostra famiglia. Dobbiamo sempre parlarne al presente. L’amore di Alberto per la Roma è come la sua vita sentimentale: nessuno sa nulla, non è stata mai pubblicizzata. Sordi non ha mai cercato di mettersi in evidenza né di farsi pubblicità con la Roma perché era un uomo con certi valori». Falcão è tra i personaggi suoi clienti in “Il tassinaro”. A bordo di Zara 87 sale anche Giulio Andreotti, e con lui della Roma si parla. «È un grande romanista lei, grande tifoso della Roma – dice con interesse tono reverenziale Marchetti ad Andreotti – lei ha fatto molte cose per Roma e per la Roma». Andreotti gli risponde che fa il tifo per la Roma da quando è un ragazzino. «Allora Testaccio, forse era un po’ più genuina, ma adesso ci dà delle soddisfazioni, almeno adesso sembra sulla strada buona». «È stata una strada lunga, onorevole – replica Sordi – ma se è vero che tutte le strade portano a Roma, anche quella dello scudetto l’abbiamo aspettata quarant’anni e poi, daje e daje, è ritornata a Roma».

Alla vigilia dello scudetto 2001, alla Gazzetta dello sport Sordi racconta: «Sono giallorosso fin da quando giocavo con una palla di stracci. Lo scudetto dell’83? Imbandierai le finestre di giallorosso. La mia casa è in una via di scorrimento mi faceva piacere far vedere che anch’io partecipavo ai festeggiamenti». Dieci anni prima la sua partecipazione era stata di tipo differente. Nel 1991 Sordi ha ricevuto un incarico ufficiale nella società dal presidente Giuseppe Ciarrapico, accettando di far parte di una consulta nella quale ci sono tra gli altri anche Antonello Venditti, Lando Fiorini, Ornella Muti, Loretta Goggi, Lorella Cuccarini, Gigi Proietti, Ennio Morricone. Pochi anni dopo, nel pieno delle disavventure giudiziarie di Ciarrapico, a Sordi, Venditti e Baglioni il sindaco Franco Carraro chiederà di rilevare quote della società creando una cordata. «Se qualcuno prende l’iniziativa di realizzare la proposta del Sindaco sarò felice di partecipare all’azionariato popolare» dice. Ma non ha tempo. Si defila.

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Alberto Sordi e Giulio Andreotti nella celebre scena de “Il tassinaro” (corriere.it)

Il 18 novembre del 2000 al centro di Coverciano gli danno il titolo di direttore tecnico ad honorem e così a distanza di 30 anni dall’uscita del film torna a parlare de “Il presidente del Borgorosso Football Club”. Dice: «La Roma vincerà lo scudetto. Nella mia vita il gioco del calcio è nato con me ed è continuato con tutte le cose che ho praticato fin da giovanissimo, come il cinema e la fede, e che mi hanno accompagnato addirittura fino al Giubileo del 2000. Considero il calcio lo spettacolo più bello del mondo». Ha ragione lui: la Roma lo vincerà davvero.

Rivela in quella circostanza che per il personaggio del presidente «mi ispirai al figlio di una ricca famiglia romana di cui ero amico, che diventò presidente della Lazio e si indebitò. Un giorno il padre decise di non riconoscere i debiti fatti e il figlio venne portato in galera. Il calcio è bellissimo, ma non si può riprodurlo al cinema. Allora raccontai la storia del presidente di una squadra di provincia che eredita la società di calcio dal padre finendo poi per lasciarsi appassionare troppo e indebitarsi». Dei presidenti dell’epoca invece dice: «Uno che associa cinema e calcio è Cecchi Gori. È molto appassionato, segue le passioni del padre, ma gli consiglierei di stare attento a tutto, nel cinema e nel calcio. Stia attento soprattutto a come commercia: vendere Batistuta è stata una imprudenza, vuol dire fare vincere lo scudetto alla Roma. Totti non si deve abbandonare al divismo. Oggi i giocatori diventano primedonne, più divi, non tanto per fare i gol, quanto perché sanno che li guardano. Il successo si misura nel tempo. Totti non si lasci frastornare dal divismo creato dal pubblico e dai giornali. Deve sempre far finta di niente come se non fosse mai arrivato».

Quando Sordi muore nella notte tra il 24 e il 25 febbraio del 2003, la Roma sta partendo per Valencia, per una partita di Champions che vincerà 3-0. «Dedichiamo il successo ad Alberto Sordi. È il migliore addio per un grande romanista», dice alla fine Fabio Capello. Totti fa arrivare al funerale una corona di rose gialle e rosse.

 

Questo articolo è stato rielaborato per Overtime ed è tratto da “lo Slalom”, una newsletter mattutina per abbonati: una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, sii siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento, con montaggio a cura di Angelo Carotenuto.

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Un commento

  1. […] l’arte di arrangiarsi. No, non c’entra il film diretto da Luigi Zampa. Non c’entra nulla Alberto Sordi nei panni di Rosario Scimoni, l’opportunista senza scrupoli sempre pronto a schierarsi con chiunque possa aiutarlo. Qui […]

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