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Il sacrificio di Debusschere in tempi di ciclismo radiocomandato

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Tappa 16: gatti verdi senza sorci

La prima bella notizia giunge al mattino: il Tour arriverà a Parigi. Nessun positivo rilevato dai 785 tamponi effettuati durante il giorno di riposo. Le squadre, i tecnici, i corridori, gli sponsor, gli appassionati, tutti possono tirare un lungo sospiro di sollievo e godersi l’ultima settimana di questo anomalo Tour de France. Iniziano le tappe alpine e da oggi fino a domenica di pianura i corridori ne troveranno ben poca.

Per la sedicesima frazione si parte da La Tour-du-Pin e si arriva a Villard-de-Lans dopo 164 km. Ci sono cinque Gran Premi della Montagna in programma. Gli abitanti di La Tour-du-Pin sono soprannominati mirons, che in dialetto locale significa gatti – traduzione libera: i mici -, da quando nel medioevo adottarono una grande quantità di gatti per combattere una feroce invasione di topi. Un gattone verde che distribuisce cioccolatini ai bambini è la mascotte del posto. Sono in 15 a provarci fin da subito ma serve un’ora abbondante di corsa prima che il gruppo della maglia gialla decida di lasciare andar via la fuga. I nomi più altisonanti sono quelli del solito, inesauribile, Julian Alaphilippe che tenta in tutti i modi di lasciare un altro segno in questo Tour, di Richard Carapaz, che ha avuto il via libera da parte della Ineos dopo l’uscita dalla top 10 di Egan Bernal e di Lennard Kämna corridore che la Bora-Hansgrohe manda in avanscoperta alla ricerca di un successo di tappa che la squadra di Peter Sagan cerca con insistenza dalla Provenza. La salita più dura arriva ai -30 km dall’arrivo: il Montée de Saint-Nizier-du-Mucherotte. Alle Olimpiadi del 1968 ivi si svolsero le gare di salto con gli sci. Chissà se Roglic, ex saltatore con gli sci, ne è a conoscenza. Sicuramente adesso con la maglia gialla sulle spalle ha altro per la testa visto che la salita è lunga e impegnativa – 11 km, mai sotto il 6.5%.

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La gioia di Lennard Kämna, che si aggiudica la sedicesima tappa del Tour. (cicloweb.it)

Kämna passa primo in vetta al Montée e prova a guadagnare in discesa. Carapaz gli sta a ruota mentre Alaphilippe “salta” nel tentativo di chiudere sul corridore dell’Ecuador. Mancano 20 chilometri all’arrivo e il tedesco della Bora li interpreta come se fossero una cronometro, la sua specialità. La pedalata del ventiquattrenne è rotonda e proficua, tiene la schiena piatta per avere maggiore aerodinamicità e le braccia al centro del manubrio. In pochi chilometri guadagna più di un minuto su Carapaz che invece ha una pedalata da scalatore in gita lungo la pianura. Nel tratto in piano che anticipa la cote di Villard-de-Lans dov’è posizionato l’arrivo, il tedesco guadagna ulteriormente vantaggio. Arriva da solo con quasi un minuto e mezzo di vantaggio su Carapaz e oltre 16 minuti sul gruppo della maglia gialla dove qualcosa si muove. Sull’ultima salita infatti, gli uomini di classifica si stuzzicano in vista del giorno seguente. Pogačar scatta e Roglic risponde – copione già visto -, Miguel Angel Lopez guadagna un secondo sugli sloveni con lo scattino a pochi metri dal traguardo. Il resto del gruppo arriva un quarto d’ora dopo, rincorrendo non solo il tempo massimo ma anche la luce del giorno che si fa sempre più sfuggente man mano che settembre matura e le giornate si accorciano. In mezzo ad esso, tra un velocista e l’altro, staccato di oltre 27 minuti c’è anche Egan Bernal, il vincitore dello scorso anno. Il mattino seguente si ritirerà dal Tour.

La crisi di Egan Bernal, costretto al ritiro. (fantacycling.com)

Tappa 17: le jeux sont faits!

Emmanuel Macron si presenta al Tour de France 2020. Se il capo di stato francese lascia l’Eliseo per riversarsi sulla strada e assistere alla corsa dall’ammiraglia del direttore del Tour ciò significa una cosa soltanto: è in programma la tappa “regina” di questa Grande Boucle. È il giorno della Madeleine e del Col de la Loze a Méribel, nomi di donna, dolci, musicali, che potrebbero sedurre i corridori. In realtà sono le due salite hors catégorie – il massimo della difficoltà – in programma quest’oggi. Non solo, ma il Col de la Loze è anche il punto più alto raggiunto da questa edizione del Tour: 2304 metri d’altitudine. Come avviene ogni anno, chi transiterà per primo in vetta riceverà il Souvenir Henri Desgrange in onore dell’inventore della Grande Boucle.

Si parte da Grenoble, sede delle olimpiadi invernali del 1968, le prime ad avere una mascotte – Shuss, nell’idea dei creatori una pista con testa, nella resa pratica una sorta di spermatozoo su sci – ed essere trasmesse a colori in tutto il mondo. Ma Grenoble vanta anche un altro primato. Il 19 luglio 1919, giorno di partenza dell’undicesima tappa del 13° Tour de France, le vieux Gaulois Eugène Christophe riceve da Desgrange una curiosa maglia gialla. L’Auto, il quotidiano che organizza la corsa, esce su carta gialla – perché più scintillante? No. Allora più iconica? Neanche, solo perché costa meno e si differenzia dal verde del giornale rivale, Le Vélo – e ha deciso di far indossare al primo in classifica una maglia che permetta agli spettatori di riconoscerlo in mezzo al gruppo. A Grenoble, Christophe è il primo ciclista della storia ad indossare la maglia gialla e all’arrivo di tappa a Ginevra viene avvicinato da Desgrange. “Allora CriCri com’è andato il primo giorno in giallo?” Bene monsieur…” “E dimmi un po’…ti hanno riconosciuto?” “Eccome monsieur, mi hanno dato del canarino tutto il giorno!”.

Non tutto è chiaro fin da principio. Il gruppo parte da Grenoble sorvegliato dal Fort du Saint-Eynard che prende vita direttamente dalla parete di roccia che domina la vallata. I primi 88 chilometri sono pianeggiati fino a La Chambre dove inizia il Col de la Madeleine – 17 km intorno all’8% di pendenza media. Il primo a passare in vetta ai 2000 metri è Richard Carapaz che, uscito di scena Bernal, ha il compito di tenere alta la bandiera della Ineos. Di nuovo al suo inseguimento c’è Julian Alaphilippe, che vorrebbe almeno indossare per un giorno la maglia a pois di miglior scalatore. Ci riuscì nel 2018 proprio in vetta alla Madeleine, ma quest’anno è diverso. Non riuscendo a staccare nessuno in salita, Alaphilippe ci prova in discesa ma anche qui viene subito ripreso dagli altri tre facenti parte la fuga di testa, Carapaz, Daniel Martin e Gorka Izagirre. Il record di velocità in discesa lo sfiora Michael Gogl: 96 km/h. Follia. Movimenti interessanti anche nel gruppo della maglia gialla che è stranamente tirato non dalla Jumbo-Visma bensì dalla Bahrain-McLaren. Che stiano preparando il terreno per un attacco di Mikel Landa? Vedremo, intanto quando mancano 21 km al traguardo inizia il Col de la Loze.

Il passo che collega le valli Bozel e Allues, è una salita inedita, priva di storia. Nessun racconto da sfoggiare, nessun record di ascesa da battere. La strada prima non esisteva neppure, era una pista da sci che d’estate diventava una salita adattata alla Mountain bike. Nel 2019 si è deciso di asfaltarla facendola diventare un’ascesa durissima che negli ultimi 3 km tocca pendenze anche del 24%. Un muro di 1400 metri di dislivello che gli organizzatori del Tour auspicano diventi un nuovo grande classico della Grande Boucle – con tanti saluti a Galibier, Tourmalet, Izoard e compagnia bella. Poveri illusi, questi giganti della fatica sorridono sardonicamente in attesa di essere nuovamente inseriti nel percorso. Per adesso, il Col de la Loze è solo una salita dura. Serviranno le imprese dei ciclisti, le storie di battaglie a colpi di pedale per farle acquisire una giusta componente di epica. Carapaz rimane solo ai -9 km dall’arrivo mentre dietro continua a fare l’andatura la Bahrain-McLaren. Ci si aspetta che Landa scatti nei denti a tutti da un momento all’altro e invece passano i km e non succede nulla. Carapaz, nelle sembianze del volto sempre più simile a Claudio Chiappucci, mantiene il ritmo di pedalata alto e ai -5 km e mezzo ha un vantaggio di 40”. Finalmente nel gruppo dei migliori succede qualcosa: si stacca Mikel Landa per la delusione dei compagni di squadra che hanno lavorato tutto il giorno per lui. Entra in azione De la Cruz per Pogačar e l’accelerata dà i suoi frutti: oltre alla maglia bianca restano in 5 – la maglia gialla Roglic con Kuss, Lopez, Porte e Mas. Carapaz viene ripreso ai – 3 km e l’adrenalina sale a dismisura. I migliori sono tutti lì davanti, basta che qualcuno accenda la miccia e scatti per far saltare il Tour. Cinque cowboy con la mano che freme e prude dalla voglia di tirare fuori la Colt e dar vita a mezzogiorno di fuoco su un monte della Savoia. Alla fine il primo a partire è il colombiano Miguel Angel Lopez e sceglie il tratto più duro della salita per farlo. Sepp Kuss chiude per Roglic mentre Pogačar non è brillantissimo e rimane incollato all’asfalto ghermito dalle pendenze impossibili. È il momento, siamo nell’ultimo infernale chilometro di salita. Lopez continua nella sua azione, volteggia sui pedali e vince la tappa, diventando il primo ciclista a domare il Col de la Loze.

Miguel Angel Lopez trionfa in solitaria sul Col de la Loze. (eurosport.com)

Roglic con il rapporto più agile prosegue nella sua pedalata intento a staccare definitivamente il giovane connazionale e arriva secondo. Pogačar, con il suo ciuffetto di capelli biondi che esce riottoso dalle fessure del casco, stringe i denti e alla fine arriva terzo consolandosi con la maglia a pois. Adesso il suo svantaggio su Roglic è passato da 40” a 57” e, cosa ancora più decisiva, è stato per la prima volta staccato in salita in questo Tour. Dietro è un’ecatombe, la classifica è nuovamente riscritta con Lopez adesso 3°. Dalla top 10 esce Nairo Quintana che arriva in cima alla salita con 25 minuti di ritardo scortato dal fratello Dayer. L’ultimo a passare la linea bianca del traguardo è Bryan Coquard, velocista della B&B Hotels-Vital Concept, che giunge di poco entro il limite del tempo massimo. Il belga Jens Debusschere, suo fidato gregario, si è speso in salita per trainarlo finché ha potuto prima di mollare e sperare che Coquard ce la facesse da solo. È stato ripagato dallo sforzo ma non ha evitato di arrivare fuori tempo massimo e il Tour, inflessibile, lo ha estromesso dalla corsa. Merci Jens.

Jean Debusschere, immolatosi per salvare dal fuori tempo massimo il compagno di squadra Coquard. (bidonmagazine.com)

Tappa 18: vivere liberi o morire

Menù di giornata: 175 chilometri con cinque Gran Premi della Montagna, per un totale di 5000 metri di dislivello nei dipartimenti della Savoia e Alta Savoia. Tradotto: è il giorno del tappone alpino. Con negli occhi di chi vede e nelle gambe di chi ha corso le fatiche del giorno precedente, il gruppo riparte da Méribel in direzione La Roche-Sur-Forne, prima città in Europa ad essere dotata di illuminazione elettrica pubblica. Era il dicembre 1885, pochi mesi prima in Italia era nata l’Unione Velocipedistica Italiana. Pierre Griffand, giornalista de Le Figaro, la ribattezzò subito “la città delle luci”. Vediamo se qualcuno illuminerà la corsa anche oggi, sicuramente ci sono i soliti volti noti che accendono la fuga.

Oggi l’imperativo dei fuggitivi è quello di transitare primi sulle varie salite per fare bottino dei punti messi in palio per la maglia a pois. Con Pogačar impegnato ad amministrare il suo secondo posto in generale, indossare la maglia che ricorda il manto della Pimpa è un obiettivo alla portata. In particolare sono in due a volerlo centrare: Marc Hirschi e Richard Carapaz. I primi tre round a colpi di scatti li vince Hirschi che transita per primo sulle prime tre salite di giornata – Cormet de Roselend, Côte de la route des Villes, Col de Saisies – per un totale di 17 punti guadagnati. Sono ancora pochi, per conquistare la maglia a pois lo svizzero deve continuare a mettere la sua ruota davanti a quella di Carapaz anche nelle prossime due ascese. Due dettagli paesaggistici ci forniscono l’incontrovertibile percezione di essere sulle Alpi: il verde sconfinato dei prati e le mucche che pascolano in essi. Ci sono 20° C, sole splendente, ventilazione apprezzabile e l’autunno è ancora un’ipotesi. Al mattino, Hirschi aveva dichiarato che sì, sarebbe andato in fuga e che sì, certamente avrebbe sfruttato la discesa per creare il distacco dai compagni d’avventura. Forse per eccessiva sicurezza o forse per un tiro mancino da parte del destino, lo svizzero scivola a 60 km/h sulla discesa giù dal Col de Saisies. Il pantaloncino è lacero, il braccio sinistro abraso, il manubrio storto e i sogni di vestirsi a pois infranti. Davanti infatti non c’è nessuna pietà: si tira dritto senza voltarsi. Hirschi si consolerà con un altro numero rosso di combattivo di giornata. Carapaz, scortato dal compagno di squadra Kwiatkowski, scollina per primo sul Col des Aravis, uno dei passi alpini più antichi del Tour con la prima scalata datata 1911, e sul Montèe du Plateu des Glières, salita hors caegorie di giornata, blindando di fatto la maglia a pois.

Nel 1944 le ampie distese di Plateu des Glières erano il campo di atterraggio dei paracadutisti alleati intenti a fornire armi alla resistenza francese. Un austero monumento ricorda i 120 partigiani trucidati per rappresaglia dalla Wehrmacht. Oggi, al bordo di quei prati, un cordone di bambini festanti accoglie i corridori mentre su un declivio campeggia la scritta “Vivre libre ou morir”. La corsa si infiamma anche nel gruppo degli uomini di classifica. Landa, dopo il passaggio a vuoto del giorno precedente, ha un moto d’orgoglio e scatta in salita acquisendo un po’ di vantaggio. Roglic non sembra intenzionato ad andarlo a riprendere ma quando a scattare sono Mas e Pogačar allora la maglia gialla non può esimersi dal far intervenire Kuss per chiudere. Ormai la corsa è esplosa e tutti saltano sui pedali. Landa viene ripreso e nel gruppo dei migliori rimangono in sette, mentre Carapaz e Kwiato si involano verso la vittoria. Il tratto di sterrato dopo lo scollinamento ci riporta il sapore del ciclismo antico. I corridori emergono dalla nuvola di polvere, Richie Porte fora e perde le ruote del gruppetto mentre attende l’arrivo dell’ammiraglia che gli consegna la bici di scorta. Da qui si evince l’importanza di avere sempre un compagno di squadra al proprio fianco. Fosse capitato a Roglic, Kuss gli avrebbe dato la sua bicicletta all’istante. Ma la Jumbo-Visma è l’unica squadra ad avere sempre uno scudiero a fianco del capitano, tutti gli altri sono soli soletti come l’anima di Sordello da Goito nel Purgatorio. Davanti intanto, i due Ineos parlottano per decidere il da farsi. Ce la giochiamo oppure decidiamo fin da adesso chi arriva primo e chi secondo? Kwiato chiede lumi all’ammiraglia mentre Carapaz ride. In questo ciclismo radiocomandato i corridori sono talmente soggiogati ai direttori sportivi che non sanno più prendere decisioni. A loro è stata completamente amputata la fantasia, l’estemporaneità, la capacità di sorprendere. Un po’ mi piange il cuore nel vedere Kwiatkowski che parla con l’ammiraglia. Vorrei che i due litigassero, si mandassero reciprocamente a scopare il mare. E invece tutto brilla e tutto scintilla. Kwiatkowski e Carapaz arrivano al traguardo insieme, abbracciati e contenti, con il polacco che passa per primo di una decina di centimetri. I clic delle macchine fotografiche mitragliano suggellando un trionfo che c’è ma che a me lascia in bocca un sapore di cibo preconfezionato fatto per essere, per forza di cose, buono a tutti i costi.

 

Foto copertina: L’arrivo in parata di Kwiatkowski e Carapaz. (oasport.it)

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