Superlega, la certificazione ufficiale che la magia è finita. Da un pezzo

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Amo il calcio. Quando mi concedo una passeggiata, spesso come per effetto di una calamita sono attratto là, a ridosso di un campo e mi fermo a godere lo spettacolo offerto da combattute partite tra squadre giovanili, con i dirigenti accompagnatori a fare i guardalinee. In quei momenti di spensieratezza torno fanciullo, dimenticandomi per un po’ il resto del mondo.

Sono cresciuto seguendo l’Ascoli di Costantino Rozzi, vedendo un pittoresco signore con il cappotto – Romeo Anconetani – spargere sale sul terreno di gioco prima delle partite del suo Pisa. Ero affascinato da Zico e da quella fascia bianca diagonale che avvolgeva completamente la maglia su base nera dell’Udinese. Ero incuriosito dai lupi di Avellino guidati da Dirceu e sostenuti da una tifoseria appassionata e corretta capace di splendide sciarpate.

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Una delle tante sciarpate della curva avellinese, baluardo del calcio italiano che fu. (anteprima24.it)

Senza sapere che quei tempi così gloriosi non sarebbero mica tornati, ho vissuto lo scudetto del Verona, il Napoli di Maradona e Careca, lo spettacolo del Milan di Sacchi, la Samp di Vialli e Mancini che andò vicina così alla conquista della Coppa Campioni – che bello quando si chiamava ancora in questo modo, giocata solo dalle prime di ogni campionato, senza gironi, con il brivido dell’eliminazione diretta fin dal principio. Nostalgia canaglia.

Poi, negli anni in cui i miracoli sportivi ancora accadevano, la squadra di una città di provincia, nemmeno capoluogo di regione, il Parma, guidata da Nevio Scala, riusciva a vincere addirittura in Europa. E che bello ricordarmi studente universitario allo stadio Dall’Ara a tifare Bologna in una semifinale di Coppa Uefa contro il Marsiglia: non so se i millennial possono credere a tanto, eppure succedeva nel 1999.

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Il Parma di Nevio Scala festeggia la vittoria della Coppa Uefa 1994-1995. (thebigsporttheory.com)

In epoca più recente ci sono state le favole di Chievo e Sassuolo, la cavalcata dell’Udinese fino alla conquista della qualificazione Champions, l’Atalanta arrivata a un soffio dalla semifinale della coppa dalle grandi orecchie. Un sogno che si stava per realizzare, spezzato in pieno recupero dal gol di Choupo-Moting del PSG.

Da anni però già si era cominciata ad affievolire la magia: il campionato che era stato, se non sempre il più bello, perlomeno il più difficile ed equilibrato al mondo, con le grandi a prendere spesso sberle in provincia, è diventato infine scontato e prevedibile. Ha perso il suo fascino, il suo appeal è stato spodestato da quello della Premier, della Liga, persino della Bundesliga. E per paradosso dal 2012 in poi la Juve, troppo forte, ricca e straripante in Italia, fatturava troppo poco – ebbene sì, abbiamo iniziato ad affiancare il verbo fatturare alle vicende pallonare – rispetto alle altre big europee per vincere in Europa. «Quando ti siedi in un ristorante dove si pagano 100 euro, non puoi pensare di mangiare con 10 euro» ci avvisò Antonio Conte.

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L’Atalanta celebra la prima storica qualificazione in Champions League di fronte ai propri tifosi. (90min.com)

Seppur ogni tanto compaia ancora qualche sporadico Davide a battere Golia (vedi Juve-Benevento di qualche settimana fa) il divario tra grandi e piccole, economico e tecnico, si è allargato a dismisura. Il tutto accompagnato da partite giocate in ogni ora a parte la domenica pomeriggio, diritti tv sempre più imperanti, procuratori nuove superstar del mondo del pallone, stadi scomodi e fatiscenti. Con il conseguente, graduale ma inarrestabile distacco del pubblico.

Non ho competenze finanziare tali da permettermi di giudicare adeguatamente l’operazione. Ma d’istinto e di primo acchito l’idea della Superlega non mi piace. Come ha scritto Marino Bartoletti sulla sua pagina Facebook, «tre signorine dell’alta borghesia calcistica italiana (capricciose, avide e anche con qualche debito di famiglia) affette dalla sindrome delle Marchesine del Grillo hanno deciso che il pallone è il loro e d’ora in poi in Europa ci giocheranno solo con alcune presunte pari grado, per adesso».

Ritengo anche che questa sia una svolta piuttosto annunciata, non troppo sorprendente. Non è la fine della magia. È più esattamente la certificazione che la magia si è spenta da tempo, da un pezzo. Sentenzia ufficialmente che il sistema calcio non riesce più a reggere. E per provare a respirare e allungare l’agonia si inventa tornei elitari senza storia, passato e fascino, che non sappiamo neanche se sarà realmente in grado di organizzare. Appropriatosi di enormi privilegi, ha accumulato troppi debiti che ha pensato bene di spalmare invece di saldare.

Ci restano comunque sempre i campetti di periferia con le squadre giovanili, i prati con le maglie a fare da pali delle porte. Perché il calcio è bellissimo anche senza superleghe.

 

Foto copertina – La protesta dei tifosi del Chelsea in occasione del match casalingo contro il Brighton. (Scanpix/Epa)

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