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Roberto Mancini, senza mezze misure

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roberto mancini

Resterà un simbolo, un’icona del trionfo della Nazionale italiana agli ultimi Europei di calcio quell’abbraccio commosso tra Vialli e Mancini qualche istante dopo l’ultima parata decisiva di Gianluigi Donnarumma che ha neutralizzato il penalty di Bukayo Saka e con esso le speranze dell’intera nazione inglese di tornare a vincere un trofeo dopo 55 anni di frustrante attesa.

I due Gemelli del Gol si sono ritrovati a festeggiare la vittoria in quel modo così intimo e autentico proprio su quel campo e in quello stesso stadio in cui avevano subito la sconfitta più cocente della loro carriera calcistica, la finale di Coppa dei Campioni persa dalla “loro” Sampdoria nel 1992 contro il Barcellona di Johan Cruijff a causa del gol segnato su punizione da Rambo Koeman nel corso del secondo tempo supplementare. Una ferita sanguinosissima che, a differenza di Vialli successivamente riuscito a vincere la Champions League con la Juventus, Mancini non è più riuscito a rimarginare.

L’allenatore di Jesi ha commentato a caldo il successo della Nazionale così sorprendente e inatteso – per tutti ma non per lui, che ci ha creduto fin dal momento in cui ha preso possesso della panchina azzurra, forte anche della proverbiale autostima –  con parole sobrie, in modo asciutto, senza togliersi sassolini dalla scarpa, riconoscendo i giusti meriti ai suoi ragazzi prima che a sé stesso, rivendicando con orgoglio il cammino percorso dal suo gruppo, mostrando una serenità e una maturità raggiunte dopo tanti anni di calcio e di vita. Parole così distanti per contenuti e toni da quelle pronunciate tante volte, senza peli sulla lingua e in barba al politicamente corretto sempre più dominante nel mondo del calcio e in ogni settore della nostra esistenza, durante la sua carriera di giocatore e allenatore.

Il “Gemello del Gol” Luca Vialli durante la consegna del premio Etica Sportiva targato Overtime.

 

Una lunga vita calcistica raccontata magistralmente da Marco Gaetani nel libro “Roberto Mancini, senza mezze misure”, quarantaduesimo volume della collana “Vite inattese” della casa editrice 66thand2nd, punto di riferimento consolidato per tutti gli appassionati di letteratura e sport. L’opera ripercorre le vicende manciniane dai primi calci tirati a Jesi all’oratorio di San Sebastiano fino all’approdo sulla panchina dell’Italia, passando per il trasferimento e gli esordi a Bologna, i trofei vinti con la Sampdoria, l’esperienza totalizzante con la Lazio, gli inizi della carriera da allenatore così osteggiata da tanti tecnici che difendevano lo status quo e non sopportavano vedere quel ragazzo dall’intelligenza tattica così spiccata passare in un batter d’occhio dal campo alla panchina della Fiorentina in serie A. Una carriera in cui nulla è stato facile, tutto guadagnato e sudato, con vittorie da calciatore ancora più significative in quanto conquistate con squadre diverse dalle tre grandi storiche del nostro calcio.

L’opera esalta l’enorme talento di Bobby Gol, la sua innata capacità di sorprendere gli avversari anticipandone le intenzioni, con giocate allo stesso tempo spettacolari e terribilmente concrete, frutto di abilità tecnica e spiccato tempismo. Con descrizioni molto accurate fa rivivere al lettore gol e passaggi smarcanti ammirati anni fa, tacchi e altri colpi di genio assortiti, tutti quei gesti tecnici fuori dal comune che solo lui riusciva a immaginare, pensare e portare a compimento. Come i due gol allo stadio San Paolo – nel 1990 ovviamente si chiamava ancora così – nel 4-1 contro il Napoli di Maradona. Come il gol di tacco – anche se Gaetani nella sua ricostruzione avanza dei dubbi che quel gol sia stato segnato proprio con il tacco – realizzato su azione di calcio d’angolo con la maglia della Lazio ai danni del Parma e del suo portiere dell’epoca, Gianluigi Buffon.

Il libro – questo ne accresce notevolmente l’interesse –  non dipinge un quadretto tutto rose e fiori, non tace e non nasconde gli eccessi caratteriali di Mancini. Un’irascibilità che l’ha portato spesso a comportamenti non edificanti, a espulsioni e turni di squalifica, a rispondere con gestacci agli insulti dei tifosi, a rilasciare interviste al vetriolo infarcite di accuse all’arbitro di turno o ai dirigenti delle altre squadre – alcune a rileggerle oggi, in un’epoca in cui gli uffici stampa delle società sono impegnati a limare ogni dettaglio e blindare ogni dichiarazione dei loro tesserati, sembrano davvero arrivare da un altro pianeta. Una personalità debordante, difficile da contenere, che probabilmente ha pregiudicato un’ascesa ancora più folgorante della sua carriera ma senza la quale, questa è la tesi dell’autore del libro, Mancini non avrebbe comunque potuto essere il Mancini così carismatico e protagonista che abbiamo ammirato. Un giocatore altamente divisivo, che si amava o non si sopportava, dalle doti quasi soprannaturali ma che poi tornava ad essere incredibilmente umano, fragile, debole come lo siamo tutti noi, a causa dei suoi errori, dei suoi momenti no capaci di durare anche mesi interi, delle sue sfuriate con avversari e compagni di squadra – Gaetani racconta ad esempio gli screzi con Corini e Maspero. Comportamenti certamente non apprezzati da tutti, ma che gli hanno fatto guadagnare l’amore di molti appassionati di calcio che l’hanno vissuto come uno di loro, come un campione dalle mille sfaccettature che, con i suoi alti e i suoi bassi, non si è comunque mai issato su un irraggiungibile piedistallo.

roberto mancini

L’autore del libro, Marco Gaetani. (66thand2nd.com)

Roberto è stato un leader vero, un punto di riferimento per la Sampdoria, nei momenti belli e in quelli molto più complicati vissuti dalla società. Il capolavoro doriano non è piovuto dal cielo, è stato frutto di anni di programmazione, di un puzzle che ha richiesto tanto tempo per essere completato, pezzo dopo pezzo. Mancini ne è stata una parte fondamentale, con Paolo Mantovani e Vujadin Boškov a trattarlo come si tratta un figlio, sempre difendendolo pubblicamente ma senza risparmiargli qualche salutare ramanzina a quattr’occhi. E dopo la fine delle vittorie, la conclusione della Sampd’oro, Bobby Gol è rimasto fedele ai colori blucerchiati ancora per diverse stagioni, anche se non c’erano più prospettive di gloria, anche se tanti dei suoi ex compagni erano legittimamente già approdati in altri lidi per provare a vincere di nuovo qualcosa.

Particolare è stato anche il suo percorso da allenatore, ben descritto nel libro. Non ha fatto la classica gavetta di tanti tecnici, è partito subito come secondo di Sven-Göran Eriksson alla Lazio e poi ha esordito in Serie A alla Fiorentina. Ma non per questo la sua carriera è stata facilitata, si è svolta in discesa. Ha dovuto combattere contro l’etichetta di grande raccomandato, affrontare a Firenze e di nuovo alla Lazio stagioni caratterizzate da gravissime crisi societarie. Si è addirittura sentito rivolgere l’iniziale accusa di essere più bravo a rendere impeccabile il nodo delle sue sciarpe di Cashmere che a impostare tatticamente le sue squadre.

Eppure, nonostante le sconfitte e gli scivoloni che accompagnano ogni allenatore, i risultati e il bel gioco sono arrivati a Firenze, alla Lazio, con gli scudetti vinti all’Inter, la FA Cup e la Premier conquiste alla guida del Manchester City che con lui interruppe un digiuno di titoli lungo 35 anni. E, infine, quando la sua carriera sembrava aver preso una brutta china dopo la seconda esperienza all’Inter e le avventure poche entusiasmanti in Turchia e in Russia, la svolta, la chiamata a guidare la panchina dell’Italia, dopo il clamoroso flop della mancata qualificazione ai Mondiali di Russia 2018.

È risaputo che alcuni altri tecnici italiani di fama, contattati in quei giorni, rifiutarono quell’incarico. Mancini no, animato com’era dalla motivazione di riprendersi quello che non era riuscito a ottenere in azzurro da giocatore. Un rapporto tormentato quello con la Nazionale: i Mondiali in Messico saltati dopo la punizione inflittagli da Bearzot per essere tornato all’alba in ritiro durante una tournée a New York; quelli di Italia ’90 desolatamente trascorsi in tribuna senza ricevere alcuna spiegazione da Azeglio Vicini che pure aveva puntato su di lui nell’Under 21; quelli di Usa 1994 non disputati dopo avere chiesto – un grave errore amaramente riconosciuto – ad Arrigo Sacchi di non convocarlo più dopo la delusione di un’amichevole mal giocata.

Mancini non ha mai disputato un solo minuto di un Mondiale. Speriamo possa rifarsi da allenatore. Ma questa è un’altra storia, siamo costretti ad aspettare gli spareggi di marzo. Intanto godiamoci “Roberto Mancini, senza mezze misure”, un libro che è anche uno straordinario tuffo in quarant’anni di calcio di cui avvertiamo il fascino più vivo che mai.

 

ROBERTO MANCINI, SENZA MEZZE MISURE

di Marco Gaetani

66THAND2ND – 256 pagine

Euro 18,00

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