Luca Panichi, lo “scalatore in carrozzina”

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Considerato uno dei ciclisti dilettanti più talentuosi, promettenti e combattivi della sua generazione, Luca Panichi aveva già conquistato tra tutte le categorie circa una sessantina di successi prima di quel 18 luglio 1994 che segnerà un drammatico spartiacque nella sua vita. Quel giorno stava affrontando “a tutta”, con la consueta determinazione che caratterizzava le sue prestazioni, il cronoprologo del Giro dell’Umbria. Una corsa contro il tempo che si tramutò ben presto in una battaglia per la sopravvivenza quando Luca venne travolto da un’auto di grossa cilindrata che percorreva inopinatamente e ad alta velocità il tracciato di gara teoricamente chiuso al traffico.

Dopo il terrificante impatto, i primi ricoveri agli ospedali di Perugia e Firenze, cui seguirono una delicatissima operazione in Germania e una riabilitazione durata svariati anni nel centro specializzato di Stoccarda, uno dei più efficienti e rinomati d’Europa. Il recupero, agevolato da una forza mentale ereditata e cementificata dalla sua attività agonistica, fu formidabile, consentendogli, ben oltre le iniziali aspettative indicate dalla lesione stessa, di salvare l’uso delle mani e di riacquistare il controllo delle funzioni fisiologiche e la sensibilità.

Ospite in diverse occasioni ad Overtime Festival, ha sempre raccontato ai numerosi ragazzi presenti come, nonostante quell’incidente e le sue drammatiche conseguenze, non si sia affatto disamorato del ciclismo che lo aveva appassionato fin da bambino, quando voleva ripercorrere le orme vincenti del suo mito assoluto, Francesco Moser. Ha fatto di tutto per tornare sulle due ruote, seppur modificate e profondamente adattate, sentendole ancora visceralmente sue.

Luca Panichi durante un incontro pubblico a Pesaro insieme alla calciatrice Raffaella Manieri. (Foto di Angelo Spagnuolo)

Diventa scalatore in carrozzina del tutto casualmente: nel 2009, accompagnando il fratello gemello David sul Blockhaus in Abruzzo, invitato a raggiungere con la sua carrozzina una postazione televisiva al termine della tappa, scala con la sola spinta delle sue mani gli ultimi metri dell’ascesa, anticipando l’arrivo dei corridori. Quando giunge al traguardo viene immortalato dalle telecamere Rai, con i telecronisti che commentano in diretta quell’episodio.

Da lì nasce un’idea geniale e un po’ folle, che avrà il merito di farlo ripartire verso nuove sfide, traguardi sempre più ambiziosi, ulteriori limiti da superare, rendendo ancora più indissolubile il suo legame con lo sport che nella vita gli ha allo stesso tempo dato e tolto tanto. Perché non scalere in carrozzina grazie alla sola forza delle braccia le montagne su cui tornanti è stata scritta la straordinaria storia del ciclismo? Ascese “epiche” come lo Stelvio, le Tre Cime di Lavaredo, lo Zoncolan, il Colle delle Finestre diventano così i teatri naturali delle sue imprese. Ore e ore di enorme sforzo fisico, pendenze proibitive affrontate lentamente, metro dopo metro. Il tutto accompagnato dall’incitamento, i cori, il sostegno spassionato dei tifosi del ciclismo assiepati ai lati dei tornanti ed estasiati dal coraggio e dalla grinta di questo ragazzo umbro di Magione.

Luca commenta così le sue gesta e la preparazione che occorre per portarle a termine con successo: «Spingere in carrozzina per me è diventato da subito la prosecuzione naturale del gesto della pedalata. In fondo, il limite non è una barriera ma un punto di partenza. Le difficoltà a volte sono secondarie, se confrontate con l’obiettivo preposto. Ciò che conta è l’approccio mentale, prima ancora che l’esercizio fisico».

Tra le imprese che più ci hanno emozionato per vari aspetti la scalata del Terminillo, realizzata sotto un’incredibile bufera di neve durante la Tirreno-Adriatico del 2015, e quella del Santuario di Oropa, la salita resa celebre nel 1999 dalla straordinaria vittoria in rimonta di Marco Pantani, che attardato da un inconveniente meccanico ai piedi dell’ascesa dopo un primo momento di sconforto recuperò e staccò ad uno ad uno tutti gli avversari saltandoli come birilli.

Luca Panichi davanti al cippo commemorativo dedicato a Marco Pantani a Cesenatico.

Panichi testimonia nel corso di molti incontri nelle scuole come lo sport aiuti tanti ragazzi con disabilità a non sentirsi e a non essere esclusi dalla società, evitando loro anche il rischio di essere vittime di discriminazioni di ogni genere, bullismo compreso.

Impegnato nel sociale e nel trasmettere i sani valori dello sport, Luca porta sulla carrozzina le scritte della sua associazione BiciCuoreDiabete, attiva nel combattere tramite l’attività fisica le patologie legate al diabete di cui soffre il fratello David.

Testimonial della ColleMar-athon Barchi-Fano, è stato un grande amico di Michele Scarponi, corridore dell’Astana investito mortalmente da un furgone nella sua Filottrano alla vigilia del Giro d’Italia 2017 e cui ha dedicato un commovente ricordo in occasione del funerale. Come Michele, come altri ciclisti professionisti, come altre persone che usavano la bici semplicemente come mezzo di trasporto, anche Luca Panichi è stato vittima di un incedente che si sarebbe potuto e dovuto evitare. Per questo si batte attivamente per promuovere una cultura del rispetto del codice della strada, di chi pratica il ciclismo, dell’utente debole della strada che speriamo nel più breve lasso di tempo possibile non dover più definire debole.

 

Foto copertina – Luca Panichi ospite dell’edizione 2020 di Overtime. (Foto Overtime)

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