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Il destino di Jerry Sloan, The Original Bull

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Foto copertina – iol.co.za

Prendiamo la parola destino e analizziamo quali aggettivi vengono accostati ad essa. Possiamo sfogliare vocabolari, siti internet, interrogare linguisti di ogni sorta ma la vetta del ranking è appannaggio sempre degli stessi. Un po’ come accade nel ranking del tennis mondiale, dove sai che dopo o prima di un Federer trovi sempre un Nadal o un Djokovic a stretto giro di posta, così per gli aggettivi abbinati al destino c’è sempre un ineluttabile che sbuca tra un cinico e baro. Per alcuni il destino è scritto, per altri incerto ma, in generale, è difficile che si parli in positivo del destino, o che almeno si utilizzi un aggettivo positivo per definirlo. È come se fossimo portati a vedere il destino quasi sempre in senso negativo, con rassegnazione o come giustificazione a qualcosa che stentiamo a credere sia potuto avvenire sul serio. “Si vede che era destino”, quante volte lo abbiamo ripetuto?

Il 22 maggio 2020 la notizia fa il giro dei siti di basket, e di quelli di sport che ogni tanto si ricordano di dare notizie di basket. Jerry Sloan, lo storico allenatore degli Utah Jazz di Stockton e Malone, e non solo, è morto all’età di 78 anni. Il coronavirus però non c’entra, a portare via il coach nativo dell’Illinois ci hanno pensato gli effetti degenerativi del Parkinson e della demenza dei Corpi di Lewy. Sloan lottava da quattro anni contro la malattia che lo ha fagocitato a poco a poco e che si è rivelata un osso ben più duro da sconfiggere di quei Chicago Bulls che per due stagioni consecutive, nel 1997 e nel 1998, hanno negato a lui, alla sua eccellente asse play-pivot – già, Stockton-to-Malone da pronunciare tutto d’un fiato – e alla città di Salt Lake City la gioia di infilarsi al dito un anello NBA. La notizia ha avuto un’inquietante centralità di circostanza. Quel 22 maggio gli sportivi americani stavano dissertando sugli ultimi episodi di “The Last Dance”, la sensazionale serie tv su quei famigerati Bulls – o su Jordan e quei Bulls? Discorso lungo, citofonare più tardi – che nelle puntate conclusive uscite pochi giorni prima avevano dato spazio a Sloan e ai suoi Jazz, seppur come eterni sconfitti. Il mondo, si sa, cambia in un attimo e appena tre giorni dopo, George Floyd e il suo “I can’t breathe” catalizzerà su di sé l’attenzione di tutto il mondo, sportivo e non. Intanto però, Jerry Sloan se n’è andato a pochi giorni dalla sua ultima apparizione televisiva, seppur avvenuta a mezzo di filmati d’epoca che lo ritraggono dubbioso in panchina mentre Jordan tratteggia il proprio Giudizio Universale. Un’ultima celebrazione, seppur indiretta, della sua squadra, del suo pick and roll e del suo essere sempre arrivato ad un passo dalla gloria e averla vista andarsene sghignazzando ai suoi Jazz e arridendo agli altri, a quei Chicago Bulls che hanno rappresentato una fetta importante della sua carriera. “Si vede che era destino”, tornare a sentire un nome che ha fatto la storia NBA e celebrarne pochi giorni dopo la scomparsa.

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vavel.com

United Center, Chicago, Illinois, campo di casa dei Bulls. Alzando la testa verso il soffitto si notano gli stendardi dei 6 titoli NBA conquistati dalla squadra durante i due regni di Sua Altezza Aerea Michael Jordan. Fanno bella mostra di loro ad imperitura memoria, ricordando un passato splendente che rende il presente piuttosto opaco. Accanto agli stendardi, ci sono però anche i numeri ritirati. Ce n’è uno in particolare, il numero 4, che appartiene a “The Original Bull” al secolo Gerald Eugene Sloan, per noi, per gli amici e per tutta la NBA, Jerry. Eccolo qui il nostro destino, che inizia a dipanare i propri fili come Aracne. Prima di legare la sua carriera da allenatore agli Utah Jazz – numeri, grazie: 23 stagioni, 2005 partite, 1223 vittorie, 15 apparizioni consecutive ai playoff -, Sloan è stato giocatore prima e allenatore poi dei Chicago Bulls per 16 stagioni divenendo ben presto un idolo dei tifosi. In una città operaia, abituata a faticare e a divincolarsi costantemente tra le difficoltà quotidiane come Chicago, l’aggressività e la voglia di sudare di Jerry Sloan sul parquet unita alla sua abnegazione difensiva non poteva passare inosservata; aggiungiamoci poi il fatto che la storia cestistica del due volte All-Star ricalca perfettamente quella dei Bulls.

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Jerry Sloan, in primo piano con il pallone in mano, in una delle tante sfide degli anni ’70 con gli odiati rivali di Milwaukee, i Bucks. A tentare di contrastarlo c’è “the big O” Oscar Robertson, mentre sullo sfondo, con il numero 33, si intravede un giovane Kareem Abdul-Jabbar (wgntv.com)

Aprile 1966, Draft di espansione della NBA. La lega americana ha appena aperto le porte ad una nuova squadra: i Chicago Bulls. A dir la verità sarebbe il terzo tentativo compiuto da Chicago di stabilire una realtà cestistica duratura in città. La prima è durata quattro anni – Chicago Stags -, la seconda ha preso armi e bagagli e si è trasferita a Baltimora, sono i Bullets che a breve sbarcheranno nella capitale, Washington. Il terzo tentativo è però quello buono tanto che la squadra è una delle più longeve della NBA e una delle pochissime a non aver mai cambiato né città né logo originario. Per la neonata franchigia viene scelto il nickname Bulls, volendo richiamare l’importanza ricoperta da Chicago nella produzione di carne in scatola: scartati alla leva dei soprannomi Matadors e Toreadors perché ritenuti troppo lunghi. Ai nuovi Chicago Bulls servono però 18 giocatori per formare una squadra e questi vengono pescati dalle altre 9 squadre che allora componevano la NBA, due per ciascuna franchigia. Dai Baltimore Bullets, insieme a John “Red” Kerr – due stagioni ai Bulls come allenatore, 33 da telecronista -, arriva Jerry Sloan, che giocherà a Chicago per dieci stagioni e per molti anni sarà ritenuto la guardia più forte della storia dei Bulls almeno fino a quando, nel 1988, non sarà spodestato dal numero 23. Per questo, per il suo temperamento, e per aver fatto parte della primissima squadra della stagione d’esordio 1966-67, a Sloan viene tributato l’appellativo di The Original Bull. Il toro, quello vero, è lui.

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dukebasketballreport.com

Una carriera intera da giocatore ai Bulls a cui aggiungere tre stagioni in panchina. Una leggenda in città ma, lo abbiamo detto, il destino sa essere cinico e il resto della storia è più conosciuto. Una volta chiusa la lunga esperienza nella Windy City, Sloan si trasferisce a Salt Lake City. È il 1985, i Jazz sono arrivati in città da appena sei anni, provenienza New Orleans, ecco spiegata l’origine del nome: nello Utah di mormoni tanti ma di jazzisti pochi.  Hanno già raggiunto le semifinali di conference in due occasioni. Sloan dapprima ricopre il ruolo di assistente di Frank Layden, allenatore dell’anno nel 1984, onorificenza che all’allenatore dell’Illinois non toccherà mai, per poi diventare capo allenatore a partire dalla stagione 1988 e rimanendo “sul pino” fino al 2011, quando lascerà l’incarico per divergenze con i giocatori. Con lui alla guida delle operazioni, i Jazz raggiungono per due volte consecutive le finali NBA e per due volte vengono sconfitti dai Chicago Bulls di Michael Jordan. Più che di destino, si potrebbe parlare di maledizione ma è comunque singolare notare come la vita professionale di Jerry Sloan sia stata così marcatamente segnata da due sole franchigie e come una in particolare si sia comportata in maniera così saturnina con lui, divorando cioè, sportivamente parlando e per ben due volte, uno dei suoi figli prediletti. Ed è altrettanto curioso notare come la NBA si sia spesso dimenticata di Sloan, non conferendogli mai un premio di Coach of the Year nonostante per anni i suoi Jazz abbiano sfoggiato la miglior espressione di pick and roll sulla piazza e abbiano scontato il fatto di essersi posti in mezzo all’inesorabile cammino di quello che è ritenuto il giocatore più forte di tutti i tempi, Michael Jordan.

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Jerry Sloan, Karl Malone e John Stockton dopo aver battuto gli Houston Rockets nelle Western Conference Finals del 1997. Ad attenderli al varco però, come un anno più tardi, ci sono Michael Jordan e i suoi Bulls (thejnotes.com)

Forse per rimediare ad un’eccessiva leggerezza nel valutare le doti di Sloan, fortunatamente nel 2009 c’è stato un ravvedimento operoso da parte della NBA che, ancora in attività, ha inserito il coach dei Jazz nella Hall of Fame del basket a stelle e strisce. Ma nonostante tutto, la sensazione che Jerry Sloan sia ricordato soprattutto per i titoli persi contro i Bulls piuttosto che per le 2000 e passa partite vinte con i Jazz, inevitabilmente resta e odora di condanna beffarda: entrare nella storia dalla parte sbagliata. Si vede che anche questo era destino.

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