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Bob Beamon, il salto nel futuro

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Foto copertina – gonews.it

Non c’è mai stato un salto nel futuro così lungo, ampio, profondo ed esagerato come quello che fece Bob Beamon il 18 ottobre 1968 sulla pista di atletica dell’Estadio Olímpico Universitario di Città del Messico. Lo avvicina, ma senza appaiarsi a lui, quello che sempre lì riuscì a Mennea nel 1979 sui 200 metri.
Quel salto più lo si vede e si cerca di comprendere, con gli occhi dell’oggi, e più si capisce come sia stato un bug della specie umana, un fast forward della nostra evoluzione che non ha ancora spiegazioni. Un po’ forse è anche colpa nostra che guardiamo allo scorrere delle cose sempre con stadi predefiniti di crescita. Lo ha detto Mahatma Gandhi che noi occidentali abbiamo l’ora ma non abbiamo il tempo, mente secondo Tagore non ci rendiamo conto che “la farfalla non conta i mesi ma i momenti”. Ecco, Beamon quel giorno sfarfallò sulla storia dello sport ma non solo, scegliendo quello come il momento e non come un semplice scalino nella salita verso il miglioramento. La farfalla quel giorno decise per un’altra strada, ancora oggi sconosciuta.

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Beamon, al centro, sorretto dai suoi stessi avversari dopo la conquista della medaglia d’oro (gonews.it)

E pensare che Beamon arrivò in Messico pieno di problemi, si potrebbe dire per sintetizzare, e se fossimo in un film americano doppiato in italiano, che aveva una marea di cazzi per la testa. C’era il problema che al ritorno dal Messico doveva capire come campare, perché l’Università del Texas a El Paso lo aveva sospeso dopo essersi rifiutato di gareggiare contro la Brigham Young University, perché lì tutto era gestito da mormoni che male vedevano e pensavano dei neri. Poi c’era il problema dell’allenatore, che per quelle settimane divenne il suo avversario diretto Ralph Boston, un sant’uomo ma comunque uno che doveva pensare pure a sé stesso. Mettiamoci poi che fisicamente non era al top e che l’altitudine lo faceva stare male, il suo corpo così flessibile e agile ancora non si era adattato alla terra delle aquile.
Insomma, la cosa doveva andare male e infatti le qualificazioni furono salvate solo all’ultimo salto, con un 8,19 preso per i capelli che non prometteva sogni.
Il 18 ottobre si iniziò a saltare. E si iniziò male perché c’era un vento strano, che cambiava direzione e portò all’errore i primi tre della lista, Yamada, Brooks e Boschert. Il quarto era Bob. E il tempo si fermò.
Il bug ebbe inizio. Tutto si rallentò. Bob partì, corse veloce e staccò da terra. I suoi quadricipiti guizzanti ci misero la forza. Le caviglie elastiche la leggerezza, il busto aerodinamico la coordinazione. Bob era fatto per volare e non ce ne eravamo accorti. Non ci accorgemmo inoltre che Qualcuno a causa di quella frenata temporale iniziale dovette poi accelerare il tempo e creò la conseguenza che tutti conosciamo: 8,90.

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Dopo ben 48 anni di attesa, nel 2016 il Beamon del futuro si dice annoiato e pronto a offrire una birra a chiunque riuscirà a battere il suo record olimpico (drinkpreneur.com)

Giocare con il tempo non fa mai bene. Vedere i 70enni di oggi con la pelle più liscia della mia fa più ribrezzo che malinconia. E il tempo con cui aveva giocato, anche a Bob la fece pagare. Tornato nel flusso normale dove tutti noi viviamo, lui è sempre stato lui, ma avendo visto più in là non riusciva ad adattarsi. Nella vita ha fatto tante cose senza mai trovare il posto. Il posto nel tempo non è uno scherzo. Essere più indietro o più avanti può creare problemi, come Bob sa benissimo.
C’è da dire però che il tempo sa essere ancora indulgente, alla fine ci puoi anche fare pace. Bob adesso lo sente più vicino, Mike Powell lo ha superato e questo in fondo è anche un bene. Adesso col tempo si sente in pari, non lo vede alle spalle che cerca di raggiungerlo, di tirarlo giù prima di quell’orma lasciata nella sabbia. Ora Bob vive sul fiume, rallegrandosi semplicemente dello scorrere e senza più la paura delle rapide.

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