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Ratko Rudic: l’allenatore giramondo, il duro, il guru

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Foto copertina – oasport.it

«Da ragazzo ero bravo in molti sport, anche nel calcio. Facevo tre allenamenti al giorno: uno di basket, uno di pallamano e uno di pallanuoto. Mio padre era colonnello dell’esercito, grande appassionato di sport. Fu lui a farmi conoscere la pallanuoto. Vivevo a Zagabria, giocavo per lo Jadran Spalato ed ero indeciso se iscrivermi ad Architettura o a Belle Arti. Passai l’esame d’ammissione ad Architettura, ero molto motivato. Ma studiare tutto il giorno non si conciliava con la pallanuoto, non al livello a cui volevo giocarla io. Poi mi chiamò il Partizan, era il massimo. Andai a Belgrado, chiesi d’incontrare il rettore, parlammo e scelsi. La pallanuoto. La pallanuoto è speciale perché è il primo sport di squadra arrivato alle Olimpiadi. C’era già nel 1896, ma non si giocò perché il mare ad Atene era agitato. È uno sport che racchiude tre discipline in una: il nuoto, il combattimento perché sopra e sotto l’acqua si lotta. E poi c’è lo sport di squadra. La pallanuoto è fatta di talento, ma al novanta per cento è fatica. Alla fine è una soddisfazione enorme, una gioia, proprio dell’anima e del corpo. Nuoti, giochi e senti dentro di te, nei muscoli, la bellezza e la gioia del movimento. Non si costruiscono solo atleti, ma anche persone. E quando lasci la piscina sei un uomo migliore.

Sono stato un buon giocatore, estroso, molto creativo, uno dei pochi con il dribbling. Potevo giocare in tutte le posizioni. Non ero un gran nuotatore. Probabilmente ero stato il migliore giocatore ai Mondiali del 75. Ma poi ci furono due episodi che mi danneggiarono: una squalifica per doping che dopo venne riconosciuta come un errore e una frattura alla mano prima dei Giochi di Montreal del 76. Ho vinto parecchio in acqua, ma è stata una delusione non vincere di più».

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Il Partizan che vinse la Coppa dei Campioni nel 1974-1975, una delle migliori stagioni di Rudic, primo in basso da sinistra (waterpololegends.com)

Perdersi a San Pietro

«Avevo vent’anni quando vincemmo l’oro olimpico con la Jugoslavia in Messico, ero il 12º giocatore, la riserva e gareggiai anche nel nuoto, stile libero. Allora le Olimpiadi erano una vera festa dello sport, oggi è diverso. Andavi in giro a visitare la città, a socializzare con la gente. Poi le cose sono cambiate. Sono stato testimone oculare della tragedia di Monaco 72, le nostre abitazioni erano proprio accanto. Fino ad allora al Villaggio si entrava senza problemi, c’erano buchi nella recinzione che gli stessi atleti facevano per andare alle feste di notte. Perciò i terroristi entrarono senza problemi. Dopodiché tutto è diventato più controllato ed è iniziata l’era dell’ansia».

«Un giorno eravamo a Roma con la nazionale jugoslava, nel ‘68, per la preparazione preolimpica e mi sono perso per guardare la cupola di San Pietro. Mi attardai e il bus partì. Raggiunsi i compagni in taxi. Da ragazzo sognavo l’Italia, poi ci ho vissuto dieci anni. Genova è stata tutta da scoprire. Gli angoli nascosti, le Cinque Terre, meraviglie dentro le mura. Ricostruire il ponte e riportare la normalità è stato importante per Genova e per tutta l’Italia. Non dovrei dirlo nella patria della focaccia e delle trofie, ma il piatto italiano che amo di più sono gli spaghetti con le vongole. I genovesi sono pazienti, forse è nel loro carattere. Non so se è un pregio o un difetto. So che qualche volta non è male arrabbiarsi».

L’allenatore, il duro, il guru

«Anche diventare allenatore è stata una scelta chiara, netta, senza nessun dubbio. Avevo una passione, una convinzione assoluta, niente che mi potesse spostare da quella certezza. Avevo 33 anni, una laurea in Scienze motorie. Cominciai con i giovani. Avrei voluto farlo l’anno prima, dopo l’argento ai Giochi di Mosca 80, mi convinsero a continuare perché c’erano gli Europei a Spalato. Quando smisi, guadagnavo cinque volte meno che da giocatore, ma non m’importava. Collaboravo con l’Università, l’Istituto dello sport, coinvolgendo esperti. Era un approccio scientifico. È facile gestire una squadra. Basta allenarsi molto bene. Ho sempre avuto certi principi. Per me le regole aiutano i ragazzi a raggiungere certi livelli. I giocatori devono rispettarle per rimanere al vertice. Bisogna sapere anche uscire dalla propria comfort zone.

«Non so se sono un guru. Io sono sempre rimasto me stesso, soprattutto mantenendo una mia integrità personale e professionale. Sono sempre andato per la mia strada, senza avere preferenze, senza guardare in faccia a nessuno. Ho avuto un approccio lineare e onesto per il mio lavoro e il rapporto con i giocatori. Questo sono: io vivo così».

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piazzalevante.it

La semplicità

«La mia pallanuoto è una combinazione tra pallamano e basket, ma anche rugby, perché il contatto fisico è parte essenziale del gioco come da noi. Attingo da qualunque contesto posso imparare qualcosa. Mi sono ispirato anche ai samurai. Se vuoi rimanere al top devi sempre creare qualcosa di nuovo. Io credo in un pressing molto aggressivo e in movimenti che si concentrino sulle linee di passaggio. La mia è una difesa di posizioni, più di intelligenza che di fisico. Nel momento in cui si acquisiscono certi meccanismi diventa efficace. Quando ho incontrato Massimiliano Allegri, mi ha ricordato che da giocatore a Pescara veniva a vedere i miei allenamenti della Nazionale. Il cucchiaio, la beduina, la palombella. Non lo so, io sono più per l’esecuzione semplice. Per me il miglior modo per contribuire al successo della squadra è fare gol, oppure difendere. Per me attacco e difesa hanno la stessa importanza. Poi se ci sono gesti spettacolari meglio, ma prima bisogna segnare. Facile».

Rudic il giramondo

«Ho allenato in Italia, Croazia, Stati Uniti, Brasile. Un arricchimento umano e sportivo. Ho sempre avuto un certo tipo di approccio. Sono arrivato in un Paese e ho imparato la lingua, ho studiato la storia, ho cercato di capire l’etica del popolo, i rapporti sociali. Partire da una prospettiva più larga mi ha aiutato nella professione. Se mi chiamano cittadino del mondo è una definizione che mi sta bene. Quando arrivai sulla panchina azzurra dissi che gli jugoslavi erano contenti d’incontrare l’Italia. Vi offendeste. Era vero. L’Italia era forte tatticamente ma evitava lo scontro fisico. Io spiegai ai giocatori che non si vince una finale senza lotta. Non è una questione di centimetri ma di preparazione. Trovai un gruppo di qualità buona, una squadra tatticamente intelligente. Il problema era la mentalità, la filosofia del gioco, dello sport, come districarsi in certe situazioni. Io ho una mia considerazione: devi affrontare ogni avversario con le stesse armi, non puoi evitare lo scontro. I giocatori non erano abituati. Io portavo le mie regole di sport, di allenamenti, di comportamenti, di vita. Ho avuto un po’ di problemi con le abitudini italiane. Io dovevo accettare le loro, loro accettare le mie. Ci stavamo testando vicendevolmente e alla fine del primo anno con qualche risultato, ma non quelli che volevamo, ci siamo seduti in una riunione aperta e i giocatori hanno esposto le loro opinioni. Abbiamo fatto un accordo molto buono, la squadra ha accettato il lavoro che volevo, alla fine si sono convinti che serviva per vincere e io ho accettato un regime di vita meno severo. Per me era importante che seguissero il programma. Da voi ho imparato il dialogo. Qualche volta io sono troppo rigido. Mi hanno aiutato a smussare qualche angolo».

La strategia dell’odio

A Barcellona nel ’92 sapevamo cosa volevamo, eravamo pronti. Non c’era bisogno di urlare. Ferretti ha detto che quella era una squadra di grandi professionisti, ma non di amici, e ha ragione. Facemmo dei test sulle dinamiche di gruppo. C’era chi voleva stare con gli altri e chi no, c’erano giocatori che non si sopportavano. Dissi loro che non contava l’amicizia ma ci voleva qualcosa di più: capire il compagno, tollerarne l’errore, essere compatti verso l’obiettivo. Era una squadra di giocatori molti intelligenti, come hanno dimostrato anche le loro carriere successive. Volevamo vincere l’Olimpiade e la vincemmo. Non serve mangiare la pizza insieme per vincere. I giocatori mi devono odiare. L’allenamento deve imitare la partita, la sua durezza e i suoi conflitti. È adattamento per evitare sorprese. Funziona anche nella vita. Non a caso tanti miei giocatori hanno ottenuto ottimi risultati pure fuori dalla piscina.

Spesso aggregavo i giovani alla prima squadra. Li guardavo, li studiavo. Volevo portare più movimento, rapidità, gioco e questi ragazzi potevano seguirmi. Con i più anziani è più problematico cambiare certi automatismi. I giovani accettano più facilmente. Quando ho deciso di cominciare un nuovo ciclo, tentando un gioco nuovo, purtroppo alcuni l’hanno presa male. Io non ho paura, quando decido vado dritto. Ci sono alcune cose che non rifarei, qualcosa che potevo evitare, però alla fine devi accettare tutto.

Forse la mia vittoria del cuore è il bronzo di Atlanta con l’Italia. Nel terzo tempo eravamo sotto di 4 gol. A meno di un secondo dalla fine, avanti di uno. Suonò la sirena del possesso palla e Gerini, dalla panchina, si tuffò per festeggiare. Capì mentre era in volo, avrebbe voluto tornare indietro come nei fumetti. Rigore contro, pareggio, supplementari, espulsero il dirigente Pomilio poi il sottoscritto. Ma vincemmo con due gol di scarto. Bellissima».

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panorama.it

Italiano, croato, europeo

«Io sono uno dei pochi stranieri, anzi credo l’unico ad aver ricevuto la cittadinanza italiana per meriti sportivi. Me la diede Scalfaro. Non ho passato tutte le procedure. Un grande orgoglio essere considerato una persona che ha dato qualcosa a questo paese. In Croazia ci sono le mie radici, ma in Italia mi sento proprio bene, venire in Italia è proprio come tornare a casa. La Croazia è l’ultimo Paese ad essere entrato in Europa: quando c’è stata la grande manifestazione, nella piazza principale di Zagabria, mi hanno fatto parlare. E ho detto che lo sport è senza confini, aiuta a essere più tolleranti. L’apertura è una cosa bellissima. Anche se gli euroscettici ci sono pure in Croazia».

L’ultimo Rudic

«Ora sono tornato a Zagabria, nella mia città. Casa mia è piena di danni e crepe per il recente terremoto. Ho molti pensieri. Durante il confinamento sono stato da solo, ho cucinato per me, ma niente piatti elaborati. Cucino al vapore: leggerezza e sapori naturali. Ho riscoperto una mia vecchia passione: la pittura. Non avevo neanche più i pennelli, ho ordinato colori e tele su Amazon. Ora posso ricominciare. Prediligo l’astrattismo. Mi piace molto Jackson Pollock, ero andato a vedere le sue opere al MoMA di New York, mi piace molto anche Kandinskij . Faccio anche qualche ritratto, ma è la pittura astratta che in questo periodo mi affascina. Prima prediligevo il surrealismo: Dalì, Bacon. Ma nell’arte si cambia: chi dipinge e chi guarda. Ascolto la musica classica, ma amo il jazz come Dan Peterson.

Non so se sono simpatico, ma sono un tipo aperto che dice sempre ciò che pensa, anche se disturba qualcuno. Chi vince è sempre antipatico. Io non sono stato solo un tecnico, ma anche un divulgatore. Mi hanno attribuito la frase: “La differenza fra la pallanuoto maschile e femminile è la pallanuoto”. In realtà la disse Bandy Zolyomy, allenatore dell’Italia a Roma ’60.  La pallanuoto femminile è più lenta e più tattica. Ma è importante: negli Usa, in Australia, in Olanda è trainante. Avrei voluto che mia figlia Martina nuotasse. Ha scelto un’altra strada: è violoncellista professionista, vive a Milano, nuota per rilassarsi. Sono felice di andare ogni tanto da lei. A Milano c’è tutto. Grande musica e grandi mostre. Solo che vorrei un nipotino, non ho paura di essere chiamato nonno».

 

Fonti interviste 1992-2020 con Claudio Mangini per Il Secolo XIX, Stefano Arcobelli e Franco Carrella per la Gazzetta dello Sport, Franco Esposito per Corriere dello sport-Stadio, Giorgio Pasini per Tuttosport, Roberto Perrone per il Foglio Sportivo, Marco Callai per il Messaggero, Alessandro Pasini per il Corriere della sera, Gian Paolo Ormezzano per la Stampa, Paolo Rossi e Walter Fuochi per la Repubblica, Ferruccio Sansa per il Fatto Quotidiano.

Questo articolo è stato rielaborato per Overtime ed è tratto da “lo Slalom”, una newsletter mattutina per abbonati: una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, sii siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento, con montaggio a cura di Angelo Carotenuto.

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