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Sport e omofobia, c’è chi dice no

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omosessualità

Non parlarne, rimuovere, glissare, far finta di niente, ostentare una liberalità di facciata. L’omosessualità nello sport è un tabù. Lo era cento anni fa, purtroppo lo è anche oggi. L’8 luglio del 2000 a Roma scoccava l’ora del Gay Pride. Sono passati vent’anni, e quella per i diritti civili è stata una lunga rincorsa, il più delle volte accidentata e piena di ostacoli. Pochi mesi fa, in epoca pre-lockdown, un calciatore della Sampdoria, lo svedese Albin Ekdal, intervenne con un videomessaggio al convegno “Sport contro Omofobia: una partita da vincere” in programma al Parlamento Europeo. La notizia fece scalpore perché era una delle pochissime occasioni in cui un calciatore – eterosessuale – parlava liberamente del tabù. Ekdal argomentò con molta lucidità sulla questione. «In un mondo ideale nessuno dovrebbe sentirsi a disagio nel dichiararsi omosessuale, che sia nella vita o nel calcio. Purtroppo la realtà è molto diversa». Il mondo ideale prefigurato da Ekdal non è quello in cui viviamo. La verità taciuta è un’altra e Ekdal l’ha inquadrata con precisione. «Il calcio è un ambiente dove l’omofobia è ancora diffusa perché i giocatori temono di divenire bersaglio di scherni e insulti, col risultato che si sentono obbligati a nascondersi e a vivere nella paura». Ne abbiamo conferma quasi quotidianamente, tra insulti, minacce, ammiccamenti e allusioni a tutti i livelli, dal campo di periferia allo spogliatoio del grande club, basta farsi un giro di giostra sui social per avere contezza della maniera greve e infima con cui viene affrontato questo tema.

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sanand.altervista.org

Nella storia dello sport ci sono stati campioni che hanno sfidato i pregiudizi, l’hanno fatto con coraggio e mettendo in conto l’inevitabile “shit-storm” – prima ancora che sapessimo cosa fosse la “shit-storm” – che si sarebbe rovesciata su di loro. Erano i primi anni ’80 quando Martina Navratilova, la più forte tennista dell’epoca e una delle più grandi di tutti i tempi, annunciò al mondo la sua omosessualità. Una decina d’anni dopo fu il nuotatore Greg Louganis – altro poster di quegli anni – ad uscire allo scoperto e affermare la sua identità sessuale in un mondo, quello dello sport, dove i più sanno, ma si girano dall’altra parte o dove – come disse il ct campione del mondo Marcello Lippi – ci si rende ridicoli con affermazioni del tipo: «Nel calcio gli omosessuali non esistono, perché in quarant’anni di attività tra campo e panchina non ho mai conosciuto un calciatore gay».

Più di recente, nel 2014, l’australiano Ian Thorpe, qualche anno fa fece coming out spiegando che «ci ho pensato molto a lungo. Ora dico al mondo che io sono gay, e spero che questo renda più facile per gli altri esprimere una cosa che hanno tenuto dentro per anni». Nello stesso periodo il tuffatore inglese Tom Daley usò un video su YouTube per rivelare di avere una relazione con un uomo, il pattinatore americano Brian Botano si dichiarò gay e il giocatore di football della NFL Michael Sam annunciò pubblicamente la sua omosessualità ma, dopo i duri attacchi che dovette subire, fu costretto a chiudere anzitempo la carriera. È semplicemente, quello dello sport, un mondo che non accetta l’omosessualità. Il manager del Crystal Palace Alan Smith, intervistato dalla BBC, è stato molto chiaro: «Perché nel calcio non ci sono gay? Semplice, puoi ubriacarti, picchiare tua moglie e i tifosi lo troveranno accettabile se continui a giocare bene, ma se un giorno dovessi dire sono gay l’impatto sarebbe disastroso».

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Il nuotatore Ian Thorpe si schiera a sostegno dei diritti della comunità Lgbt in Australia. (@IanThorpeOfficial on Facebook)

Spesso prigionieri di una cultura maschilista, gli sportivi omosessuali vivono spesso male la propria identità, si nascondono, spacciano per vere fidanzate di copertura e preferiscono restare nell’ombra preoccupati di quello che potrebbe accadere se solo dicessero in giro che loro alle donne preferiscono gli uomini. Lo stereotipo della virilità legata al gesto sportivo è ancora ben radicato nella società. La sovraesposizione mediatica di certo non aiuta. Poi qualcuno esce allo scoperto. E parla a nome di tutti, fissando bandierine che sventolano nel percorso dell’emancipazione dello sport nella sfera sessuale. Anche quando la sua storia vira verso il dramma dell’omofobia. Significativa in questo senso la vicenda del calciatore inglese Justin Fashanu, che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 divenne celebre – oltre che per le prodezze in campo – anche per la sua vita privata, ora celata e ora esibita. Il suo allenatore al Nottingham Forest, Brian Clough, lo definì «un fottuto finocchio», negli stadi cominciarono a tirargli le banane, la sua carriera deragliò dai grandi club fino alle serie minori. Nel 1990 cedette per 100.000 sterline al “Sun” l’esclusiva di un’intervista che fece epoca, venne rinnegato dal fratello, calciatore pure lui, e allontanato da tutti, evitato come la peste, si rifugiò in America. Nel 1998 – aveva smesso di giocare da qualche anno e allenava i ragazzi nelle serie minori – Fashanu finì nei guai. Un diciassettenne di Ashton Woods, nel Maryland, lo accusò di averlo narcotizzato e poi costretto ad avere rapporti sessuali dopo una serata di alcol e droghe. Nel Maryland a quel tempo era ancora vigore una legge “anti sodomia” che puniva il rapporto orale anche tra moglie e marito. Venne perquisito il suo appartamento, gli venne notificato un test del DNA. Fashanu si dichiarò innocente, tornò in Inghilterra, senza tuttavia trovare la solidarietà che cercava. La mattina del 3 maggio 1998 l’ex campione si impiccò in un garage nei sobborghi di Londra, per diventare presto lo sportivo-simbolo nella battaglia al tabù dell’omosessualità nello sport.

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Un giovanissimo Justin Fashanu ai tempi del Norwich City, club in cui è cresciuto. (athletamag.com)

Per le donne la strada è altrettanto faticosa. La tennista francese Amelie Mauresmo vent’anni fa dichiarò di essere lesbica, dissero che lo faceva per fare pubblicità, in realtà perse molti sponsor. Poi le cose cambiano, come nella vita di tutti. Cinque anni fa Mauresmo ha dato alla luce un bambino. Megan Rapinoe, la capitana della nazionale americana che nel 2019 si è laureata campione del mondo, è ormai un’icona del movimento Lgbt e non perde occasione per schierarsi a favore della parità dei diritti per tutti. In Italia è tutto molto più complicato. Nonostante la legge Cirinnà sulle unioni civili e le conquiste della comunità Lgbt, quando uno sportivo, caso raro, rivela la propria inclinazione sessuale, la questione diventa subito da dibattito, televisivo e da pianerottolo. Calciatori omosessuali – ufficialmente – ancora non ce ne sono. Calciatrici invece sì. Elena Linari, nazionale azzurra in forza all’Atletico Madrid, l’anno scorso ha fatto coming out parlando apertamente della sua relazione con la compagna. Stesso percorso di un’altra azzurra – stavolta di hockey su ghiaccio – Nicole Bonamino. Più rilevanza, invece, ha avuto la dichiarazione della pallavolista Paola Egonu – il volto sorridente e vincente del volley italiano – che ha affermato con il candore che la contraddistingue: «Ho una fidanzata. E alle ragazze lesbiche dico di non avere paura di essere quello che sono». La speranza è che quella di Egonu sia un’impronta, il primo passo di un nuovo percorso, una traccia da seguire per arrivare a quel mondo ideale auspicato da Ekdal, lì dove nessuno dovrebbe sentirsi a disagio nel dichiarare la propria sessualità, nella vita e nello sport.

 

Foto copertina – ftw.usatoday.com

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