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Samia, il sogno spezzato di un’olimpionica

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SAMIA_SOMALIA25 agosto 2008. Stadio Olimpico di Pechino. Giochi della XXIX Olimpiade. Batterie dei 200 metri piani femminili. Il volto della Somalia che si riaffaccia ai giochi olimpici è quello di Samia. Lei è lì, sola, distaccata in ultima posizione che arranca, dietro non c’è nessuno; il boato della folla sospinge quello che accade lì vicino, appena dieci secondi più avanti. Ma è un abisso nel mondo della velocità. Samia non può capire, ha diciassette anni, ma è tanto esile da sembrare una bambina. E’ spaesata e coperta dalla testa ai piedi nonostante l’afa, perché questo è il minimo che possa capitare ad una ragazza somala. E’ lontana anni luce dalle atlete patinate che le sono accanto ma va, va, va; gli applausi della folla, alla fine, sono tutti per lei. Taglia il traguardo, si aggiusta la fascia dei capelli, si guarda intorno, sorride. E’ ultima ma non è più sola: oggi l’Olimpiade ha trovato la sua eroina, la stampa una favola da raccontare. Un’Olimpiade, una ragazza musulmana, un Paese dilaniato da un’interminabile guerra civile, la povertà, le scarpe prese in prestito, i movimenti goffi, il sorriso ingenuo, la prima intervista della sua vita. Tutto è perfetto il 28 agosto 2008. Qualche giorno dopo, ci penserà l’altro somalo dell’atletica, il grande Moh Farah, a scrivere il resto della storia sportiva africana a Pechino.

INAUGURAZIONE-OLIMPIADINotte del 2 Aprile 2012. Punto imprecisato del mar Mediterraneo tra l’Italia, Malta e la Libia. Anche questa volta Samia è sola, pur essendo in mezzo ad una folla di sconosciuti. Non ci sono gare oggi. Non ci sono gli applausi, ci sono solo le urla; non ci sono sorrisi, ma solo preghiere. Non c’è la televisione, non ci sono interviste e neppure quella giornalista che le ha fatto una carezza. Manca anche Moh Farah, che fa il giro d’onore della pista tenendole la mano. Non c’è nessuna favola da raccontare in questa notte: il nome sul petto è scomparso, è rimasto soltanto un numero. Adesso è la stessa Samia ad essere diventata un numero; il suo nome non interessa a chi guarderà svogliatamente il servizio nel telegiornale del giorno dopo.

EURO-SPORTQuella notte Samia Yusuf Omar stava cercando di raggiungere l’Inghilterra per poter coronare di nuovo il suo sogno di partecipare alle Olimpiadi. Del resto, lo aveva promesso a chi la intervistò a Pechino: “La prossima volta non voglio arrivare ultima”, disse. Già, la prossima volta. Un sogno che è stato più forte delle persecuzioni dei fondamentalisti del suo Paese. Là dove nessuno si interessava della sua impresa a Pechino e nessuno doveva sapere quello che era accaduto; passi una volta, ma non poteva accadere una seconda. “Gli occidentali ti hanno di fatto usata e ti hanno abbandonata”, le dicevano. Fu persino costretta a rinnegare di essere una atleta. Tra le minacce, nel 2009 finì, insieme con la famiglia, in un campo profughi alla periferia di Mogadiscio. Poi la fuga in Etiopia alla vana ricerca di un allenatore. Passati due anni, ormai nessuno si ricordava di cosa era accaduto a Pechino. Mancavano due anni anche alle Olimpiadi successive, quelle di Londra, la terra di Moh Farah, il somalo arrivato in Inghilterra profugo e diventato re. Samia voleva esserci, voleva avere una seconda occasione. Il sogno era più forte di tutto, così via verso la Libia attraverso il deserto del Sudan, poi il tragico epilogo su di una carretta del mare come tanti, troppi disperati in fuga. Un sogno olimpionico e una vita spezzati.
SAMIA_02
La storia riportata è stata ricostruita dalla giornalista di Al Jazeera Teresa Krug.  E dall’8 gennaio è diventata il tema del libro “Non dirmi che non hai paura” di Giuseppe Catozzella (edito di Feltrinelli), da cui probabilmente se ne ricaverà anche un film. Il primo a raccontare (tra le lacrime) la vicenda, ormai un anno fa, fu un’altra leggenda dello sport somalo: Abdi Bile, oro nei 1500 metri ai mondiali di atletica di Roma nel 1987. Dopo aver disperatamente cercato di mettersi in contatto con Samia, Bile affidò il ricordo dell’atleta scomparsa ad una drammatica conferenza stampa, sfidando i giornalisti e il Comitato Olimpico Somalo riunito in pompa magna per celebrare Moh Farah e la ripresa delle attività dopo la guerra civile. Perché, come giustamente ricordò Bile nell’occasione, “nello sport esistono i Moh Farah ma ci sono anche le Samia”. Ripeté il suo nome e la sua vicenda più volte ma senza risultati; gli astanti pensavano si trattasse di uno scherzo, visto che quelle parole non dicevano niente a nessuno. Di Samia era rimasto poco più di nulla, solo un vago ricordo della sua corsa goffa.

Antonio Scottino per Storie all’Overtime

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