Palo ‘e fierro, un guerriero
di nome Giuseppe Bruscolotti

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A differenza del fuorviante Gentile, sin dallo scontro tra consonanti nel suo nome Giuseppe Bruscolotti da Sassano prometteva ruvidi contrasti. Non parliamo poi del soprannome, Palo ‘e fierro, in grado di suscitare lievi o profondi stati di inquietudine tra gli attaccanti che in lui dovevano imbattersi. Pareva uscito da una commedia di Eduardo, come quel Peppe ‘o cricco di Napoli Milionaria, l’uomo detto il cric per la forza bruta con cui sollevava le auto dal suolo con una spalla, così che un complice potesse sfilare le ruote da sotto. Il palo di ferro faceva invece riferimento non a qualche strumento di lavoro, ma alla postura semi rigida che Peppe Bruscolotti aveva in campo, che fosse fermo oppure in movimento, quel busto dritto e il petto sporgente in fuori, come Fabio Capello, quasi a dire tutto lo smisurato orgoglio e la quota di coraggio che ci avrebbe messo, da uomo tutto di un pezzo, in ogni azione.

Erano tempi perlopiù così. Il portiere parava, l’attaccante attaccava, il difensore prendeva la palla se poteva e se non poteva pace, amen, prendeva quel che gli capitava. Pasquale Bruno non si faceva scorno di essere detto ‘o Animale, il mestiere esigeva ragioni che la ragione non conosce. Esigeva soprattutto durezze, e si adeguavano pure alcuni tra i più insospettabili, quei giocatori con pretese da neo-abatini, per dirla alla Brera, eleganti nello stile, essenziali nella forma. Franco Baresi, per esempio. Che all’intimidazione del fallo tattico a metà campo, aggiungeva quella verso gli assistenti dell’arbitro, così che «quando alzava il braccio in piazza Duomo, era fuorigioco fino a piazza Navona» – copyright Roberto Beccantini. Il miglior guardalinee di tutti i tempi.

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Bruscolotti alle prese con Paolo Rossi in un Napoli-Verona del 1986/1987. (@facciacalcio on Twitter)

Come Romolo con Remo, nel mito d’allora, i Bruscolotti di tutta Italia tracciavano una linea sul terreno e dicevano che oltre là non si andava. Le immagini delle maglie strappate al Mundial ‘82 da Gentile a Maradona a Zico sono le figurine incancellabili di un’epoca. Si stava a questo modo in mezzo al campo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, e oggi che 70 li compie Peppe Bruscolotti pare incredibile a ricordarlo, visto che fra i primi dieci giocatori della scorsa serie A per numero di palloni toccati ci sono otto difensori. Un centrale che non sa impostare è una bestemmia come uno che nella notte dei tempi si facesse sfuggire un uomo in area sul calcio d’angolo. Che poi adesso impostino pure quelli che non sanno farlo e non dovrebbero, questa è un’altra storia. Certi strafalcioni a ridosso del proprio portiere, ai tempi dei marcatori implacabili e solenni si potevano vedere solo se qualche partita puzzava di pareggio bruciacchiato.

Bruscolotti si faceva accompagnare da una specie di mistica che si divertiva a celebrarlo come cattivissimo, da certi aneddoti al limite del leggendario, veniva descritto come un guerriero che infiniti lutti addusse alle caviglie altrui, tra frasi sussurrate nel tunnel degli spogliatoi ai diretti avversari consigliando di girare al largo dai suoi tacchetti, oppure cartelloni pubblicitari segnalati come sicuri punti d’approdo in caso di intenzioni pugnaci. Erano esagerazioni, erano pose che appartenevano al ruolo. Il difensore italiano per definizione doveva mostrarsi così, feroce, tanto che ogni attaccante straniero di quella generazione sentiva il passaggio in serie A come una specie di master internazionale all’Università del calcio. Di qui la frase cult che accompagna le nostre domeniche attuali: non ci sono più i difensori di una volta.

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Raffaele Di Fusco, Giuseppe Bruscolotti e Diego Armando Maradona in un San Paolo – oggi intitolato a uno dei tre – in festa. (glieroidelcalcio.com)

Figlio di un produttore di torrone, orfano di padre a cinque anni, il Bruscolotti visse la sua infanzia con nonni e cugini. Aveva i capelli folti e ricci, a 12 anni ne dimostrava molti di più e lo gettarono in campo anche senza l’età minima. Una volta addirittura all’ala sinistra e fece due gol. Il suo più celebre da professionista sarebbe arrivato invece in una semifinale di andata di Coppa delle Coppe contro l’Anderlecht, finita in dolore e lacrime al ritorno, con uno 0-2 in Belgio, gol annullato al Napoli e polemiche per i rapporti commerciali – si disse – tra l’arbitro birraio e il presidente del club. Un black-out elettrico, peraltro, fece saltare la diretta degli ultimi 15 minuti della partita in mezza città. Quando tornò la luce, il Napoli era stato eliminato.

Nelle 511 partite di Bruscolotti con questa stessa maglia, c’è pure la fascia da capitano lasciata a Maradona in cambio del giuramento che avrebbe portato lo scudetto e la notte di veglia che Diego fece in ospedale al suo fianco, dopo una botta alla testa presa per uno scontro in campo.

Bruscolotti e Diego Armando Maradona. (ondanews.it)

Ci sono i migliori attaccanti italiani controllati e spenti, il petto suo contro le spalle loro, i Riva e i Boninsegna, i Bettega e i Paolo Pulici, i Graziani e i Paolo Rossi. C’è una partita giocata subito dopo il funerale di sua sorella, c’è insomma il senso di una carriera spesa senza mai sottarsi, con il rimpianto di non essere mai stato considerato dalla Nazionale. In una intervista al Mattino, Bruscolotti ha raccontato: «Con Bearzot non scattò mai il feeling. Ero nell’Under 23 e non giocavo mai. Allora lo affrontai a muso duro: se non gioco io che sono titolare nel Napoli ma giocano le riserve delle altre squadre, me ne sto a casa. Lui mi disse: bene, se ne può tornare a casa anche adesso. Non me l’ha mai perdonata».

Bruscolotti e Marek Hamsik durante la cerimonia di premiazione per le 400 presenze di “Marekiaro” in azzurro. Qualche anno più tardi, lo slovacco supererà le 511 presenze di Palo ‘e fierro con la maglia azzurra: in un primo momento Bruscolotti non la prenderà benissimo, ma Hamsik smorzerà le polemiche regalandogli una maglia autografata. (areanapoli.it)

Sarebbero poi venuti gli anni Novanta, il bruttissimo Mundial italiano del non-gioco, dei passaggi ripetuti all’indietro ai portieri e dei fuoriclasse azzoppati. La Fifa si convinse a cambiare le regole. I portieri non hanno più potuto raccogliere il passaggio con le mani, le giocate degli attaccanti sono state più tutelate perché così portano più gol, in un malinteso senso dello spettacolo. Così, se adesso respiri sulla spalla di un’ala frizzante, quella ti sviene un passo dentro la linea di gesso dell’area di rigore. Non chiedete mai alla generazione di Bruscolotti che cosa ne pensano.

 

Foto copertina – ilcuoreazzurro.it

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