La prima volta che perse Ali

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«Non voglio mettere ko il mio avversario. Voglio colpirlo, allontanarmi e vederlo ferito. Voglio il suo cuore».

Joe Frazier

 

La prima volta che perse Ali, l’America non vedeva l’ora. Almeno questo pensava Ali, e un po’ aveva pure ragione. Ma la prima volta che perse Ali, Ali vinse lo stesso, come colse Mario Gherarducci sul Corriere della Sera.

Cassius Clay – scrisse – ci ha messo più di cinque anni ma l’ha spuntata: adesso, quasi per tutti, è Muhammad Ali, il nome che lui stesso s’è scelto dal giorno in cui è entrato a far parte dei Musulmani neri. È scritto sui grandi manifesti che reclamizzano la sfida mondiale di lunedì sera al Madison fra Clay e Frazier. Muhammad Ali è il nome che appare sulle pagine dei giornali americani, rubando spazio e rilievo finanche al clamoroso attentato di Washington”.

Era esplosa una bomba al Campidoglio l’1 marzo del 1971, un atto terroristico rivendicato dall’organizzazione dei Weathermen, e perfino il match per la corona dei pesi massimi pochi giorni dopo raccontava quanto fosse divisa l’America.

La corona era stata di Ali dopo la vittoria su Sonny Liston a Miami Beach nel 1964 ma gli era stata tolta d’ufficio per renitenza alla leva nel 1967, la sua celebre diserzione alla guerra in Vietnam perché nessun vietcong mi ha mai chiamato negro. Frazier aveva conquistato la cintura battendo Jimmy Ellis e finalmente il match a New York avrebbe dovuto stabilire quale campione fosse più campione dell’altro. Con Ali stava l’America liberal e progressista, con Joe Frazier la parte conservatrice, i repubblicani, diciamo pure la destra.

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La locandina del match. (@BubbaCHCH on Twitter)

Round 1 

Ali cerca di starsene a distanza, Frazier glielo impedisce. Va subito all’attacco. Ali deve incassare tre ganci sinistri, che è l’arma migliore del campione ma dalle immagini si vede che fa segno di no al pubblico, non l’ho sentito, non mi ha fatto niente.

Il Madison Square Garden, tra la settima e la trentaduesima strada, era già quello che Emanuela Audisio ha chiamato una volta su Repubblica una vecchia astronave tonda, abbandonata da marziani che non volevano restare a terra. Potesse parlare, forse il Madison farebbe solo un gesto con la mano, per dire che non importa. È il Colosseo di New York: gli americani ci vengono a piangere e a ridere da generazioni. Non si diventa grandi, se almeno una volta non hai sputato fuori la vita al Madison. Si è sempre detto che combattere al Garden fa diventare pazzi: la folla più grande, i fans più scatenati, e tutta quell’elettricità nell’aria.

Per un posto al Madison, il signor Dong Dolan era venuto dal Sud Africa facendosi 24 ore di aereo, disposto a spendere per la sua trasferta da appassionati di boxe l’equivalente di un milione e 380 mila lire, bibite escluse. I 19 mila e 500 biglietti costavano da 20 a 150 dollari, che per il cambio dell’epoca significava tra le 12 mila e le 95 mila lire. Incasso della serata: 1 milione e 250 mila dollari, tutto esaurito per due pugili che non avevano perso mai, che nessuno aveva mai battuto, Ali con 31 vittorie in 31 match con 25 ko, Frazier con 26 vittorie su 26 con 23 ko. Un incontro che sarebbe stato trasmesso anche a circuito chiuso in 370 sale americane e canadesi, in 33 sale della Gran Bretagna, in diretta via satellite in 26 Paesi, in Italia alla radio con la voce di Italo Gaglione e in tv in diretta alle 4.40 del mattino, telecronaca di Paolo Rosi.

Round 2 

Scambi feroci. Il gancio di Frazier va sempre a segno al volto. Ali replica con qualche uno-due di jab ma sembra disorientato. Frazier è spietato da vicino. Ali fa di nuovo segno di no con la mano.
L’attesa per il match andò avanti diversi giorni. I quotidiani lo presentavano per quello che era, un confronto di stili dal punto di vista tecnico e tra due uomini molto diversi. Ecco la vigilia nelle parole di Giorgio Fattori, per La StampaJoe Frazier si è fatto crescere una barbetta da Otello dell’opera e la ripassa con attenzione con mani che sembrano curiosamente piccole per essere quelle del più potente picchiatore del mondo. Nessuno al mondo ha mai guadagnato per un lavoro di 45 minuti (e forse meno, se ci sarà il ko) quanto i due pugili negri che si affronteranno lunedì per il titolo dei pesi massimi. L’hanno definito l’incontro del secolo, anche se non è affatto sicuro che Frazier sia più forte di Rocky Marciano, e Clay più agile ed elegante di Joe Louis. Ma è la prima volta che due pugili arrivano all’incontro del titolo senza essere mai stati sconfitti. I tre miliardi complessivi di borsa rappresentano l’incasso di un’intera Olimpiade dove gareggiano centinaia di campioni. Un fiume mai visto di dollari, che non si spiega soltanto con il valore dei pugili. 

Il Madison Square Garden di New York. (untapped-cities.com/James and Karla Murray)

L’attesa è eccezionale perché, con le semplificazioni della mitologia sportiva, Cassius Clay simboleggia l’America della contestazione e Frazier quella della maggioranza silenziosa. Cassius è musulmano nero, portavoce ribelle dei ghetti, condannato a cinque anni per aver rifiutato di andare soldato in Vietnam. Frazier è il bravo ragazzo che canta nei cori della chiesa battista. Animatore delle riunioni di boy-scouts, esentato dal servizio militare perché padre di quattro figli. Nel più grande spettacolo del secolo ognuno ha la sua parte e la recita con la coscienziosità di un professionista. Per il sarcastico Clay, Frazier è la great white hope, la grande speranza bianca, uno zio Tom ricco e integrato, arrivato al titolo mondiale per caso, mentre lui era sotto processo e squalificato, per le astute manovre degli uomini bianchi”.

Round 3

Frazier incalza. Picchia a due mani dalla corta distanza. Il suo gancio sinistro non si fa scrupoli. Prende Ali più volte mentre il diretto di Ali non è sufficiente a contenere la foga dell’altro.

Frazier aveva all’epoca 27 anni. Veniva da una famiglia semplice della Carolina del Sud. Da ragazzo si era trasferito a Philadelphia e si era trovato un lavoro in una macelleria. Era forte ma grasso, andò in palestra per assottigliarsi e come nelle storie della boxe al cinema, aveva incontrato un tipo che gli aveva detto sei in gamba, puoi farcela, credici, e tutte quelle cose uscite dal più canonico manuale della sceneggiatura. Trenta tra banchieri, avvocati, industriali e preti della città avevano fondato una corporazione per finanziare la sua carriera, una società chiamata Cloverlay Inc, in gergo una scommessa fortunata. Quanto bastava per far dire a Muhammad Ali con un certo disprezzo che Frazier era proprietà dei bianchi.

Frazier è ricchissimo, pagatissimo – ancora parole di Fattori su la Stampa di quei giorni – ma da solo non può decidere niente. Qui a Filadelfia, città dal turbolento ghetto negro, Frazier ha dalla sua tutti coloro che odiano Clay e le sue roventi accuse di ex seguace di Malcolm X. Ha fatto la carriera esemplare dei negri campioni d’una volta. Villa, piscina, passione per i vestiti da dandy, ed un’orchestrina, i Knockouts, che lo accompagna quando canta alla televisione.

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Joe Frazier conquista il titolo di Campione del mondo dei pesi massimi battendo Jimmy Ellis il 16 febbraio 1970.(theundefeated.com)

Round 4 

Ali cerca di dare una scossa al match. Tenta di abbassare la testa a Frazier, ma quello parte con una serie a due mani furiosa. Un gancio sinistro riporta Ali sulla difensiva.

Misure? Misure. I due avevano la circonferenza del collo uguale: 43,75 centimetri. Al peso Frazier era risultato si 93,75 chili, Ali era 97,492. Torace: 100,11 il primo e 100.06 l’altro, ma in aspirazione 111 contro 113. Ali aveva bicipiti più grossi (42,1 centimetri contro 38,1) e un’apertura su braccia più ampia (200 centimetri contro 187), ma un pugno più piccolo (30 centimetri e mezzo contro i 33 di Frazier) nonostante un polso più grande (20 centimetri a 17,5). La portata dei loro guadagni fu motivo di discussione. Lino Manocchia sul Corriere della sera scrisse che “un minuto di Frazier vale sei mesi di Nixon” mentre La Stampa calcolò che avrebbero guadagnato “in una sera quanto Robinson in una vita”.

Round 5 

Ali sembra più fermo sulle gambe, subisce un altro gancio ma riesce a piazzare un destro-sinistro d’incontro. È con il suo jab che risponde al gancio di Frazier.

Frazier si era preparato appunto a Philadelphia, da dove il suo clan aveva fatto girare la voce che con un gancio in allenamento avesse sollevato da terra uno degli sparring, Paul Cardoza, mediomassimo del Massachussets, lasciato a terra privo di senso da un pugno portato calzando guanti da sedici once. Gli astrologi facevano calcoli sulle date di nascita dei due Capricorno, e venne fuori che avrebbe vinto Ali: per ko se il match fosse terminato prima delle otto riprese, ai punti se fosse invece arrivato al limite. Il giro delle scommesse venne valutato in 500 miliardi. Si poteva puntare sul tipo di pugno che sarebbe stato decisivo per un eventuale ko, se si sarebbe trattato di un destro o di un sinistro, e sulla prima parola che avrebbe pronunciato Ali appena sceso dal ring.

La Gazzetta dello Sport raccolse i pronostici di trentuno esperti, registrando nel suo sondaggio una leggera preferenza per Frazier: 17 voti a 14. Pronosticavano tra gli altri la vittoria di Ali: Ray Robinson, Rino Tommasi, Rocky Graziano, Jimmy Ellis, Oscar Bonavena. In Frazier credevano: Joe Louis, Jack Dempsey, Floyd Patterson, Tony Zale, Rocco Agostino, James Braddock, Umberto Branchini, Duilio Loi, Sandro Lopopolo, Bruno Arcari.

Round 6

Adesso è Frazier a sembrare stanco. I suoi attacchi furiosi a due mani, a testa bassa, hanno provocato un dispendio di energia non da poco. È la ripresa che Ali aveva indicato come decisiva, quella durante la quale avrebbe messo giù l’avversario. Ma anche Ali è sulle gambe, i suoi assalti vanno spesso a vuoto.

Ali pensava che chi lo dava sfavorito fosse condizionato da questioni di simpatia e antipatia. Non poteva sopportare l’idea che ci fosse davvero qualcuno convinto di vederlo perdere.

Disse alla vigilia: «Lo so cheJoe Louis ce l’ha con me. È una vecchia storia che non ha nulla a che vedere con la boxe. Joe sceglie sempre l’uomo sbagliato e anche questa volta non ha fatto eccezione. Frazier ha tutte le caratteristiche di Sonny Liston, soltanto è molto più basso. Frazier non ha ancora incontrato un pugile che sappia tenerlo lontano, che sappia usare il sinistro. Lo incontrerà lunedì e questo gli costerà il titolo che non è mai stato suo. Frazier è un usurpatore».

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La furia di Ali dopo aver mandato al tappeto Sonny Liston nel primo round del rematch del 1965. (si.com/Neil Lifer)

Round 7

Ali ritorna istrionico. Abbassa le braccia, fa le smorfie, riguadagna la sua sicurezza. Stavolta è un suo gancio sinistro ad andare a segno. Frazier aveva ascoltato le dichiarazioni di Ali della vigilia e gli aveva risposto, ovviamente senza mai chiamarlo Ali.

«Non credo che Clay possa muoversi così velocemente come pensa. Io non ricordo quello che era Clay tre o quattro anni fa: ero troppo occupato a badare ai fatti miei, né oggi la cosa mi interessa. Io non ho mai avuto paura in vita mia. La lotta psicologica non rappresenta la strada attraverso la quale Clay può arrivare a colpirmi. Le sue previsioni non toccano me, né nessuno. Io sono l’unico campione del mondo e lui può star tranquillo che il mio pane è ancora buono».

Round 8

Tra la farsa e il riposo. Così la cronaca di Franco Dominici sul Corriere dello Sport descrive questa ripresa. Ali si appoggia alle corde e trascorre così gran parte del tempo. Si lascia colpire. Si porge a Frazier, il quale non sa cosa fare. A 1 minuto e 59 lo sposta e lo rimette al centro del ring. L’arbitro li separa. Tre minuti scadenti.

Nei tre giorni prima del match, a New York il tempo fu molto variabile. Prima la pioggia, e la neve, e la grandine, una tempesta con raffiche di vento a oltre cento all’ora, poi un caldo primaverile improvviso e il cielo azzurro, e di nuovo all’improvviso altra pioggia, a dirla tutta era pioggia a secchi.

Roberto Fazi, inviato della Gazzetta dello Sport, il giorno prima scrisse con una buona dose di ironia: Sfogliamo il Times. Naturalmente non tutto perché saremmo occupati fino a domani: è uscito a 532 pagine, come sempre la domenica per chi voglia passare il week-end coi bambini. Già siamo entrati nell’occhio del ciclone, già siamo giunti in quella fase di calma, d’attesa, di rilassamento dopo giorni di trepidazione che sempre nel pugilato precedono una grande prova. Anche i giornali abbondano più in fotografie che in parole.

Round 9

Fino a 30 secondi dalla fine della ripresa non succede granché, diciamo pure che non succede quasi niente, poi Ali prende Frazier con un montante e lui lo sente, forse per la prima volta nel match indietreggia. Si legano molto.

Le foto di quei giorni di vigilia sono magnifiche. Frazier che salta la corda, che canta, che corre con il buio incappucciato in strada, che mette le mani nel motore di una macchina in garage. Ali che fa le smorfie, che sta tra la folla, che va in risciò, che fa il sacco, che dorme in macchina. E poi magnifiche sono le foto del match, in bianco e nero o a colori, come quelle a bordo ring dove siedono Woody Allen, Frank Sinistra a sua volta con una macchinetta fotografica tra le mani, Richard Burton e Liz Taylor, Joe Louis, Jack Dempsey, George Foreman, Emile Griffith, Jack LaMotta, i tre astronauti dell’Apollo 14.

ali frazier

dailysabah.com

Round 10 

Per la durezza del match, Frazier si ritrova con l’occhio destro tumefatto, semichiuso, mentre Ali insiste nel portare i colpi con le braccia lunghe dalla distanza. Frazier prova di nuovo a caricarlo.

Il clima di divisione e tensione sociale intorno al match aveva prodotto minacce di morte con lettere e telefonate anonime a Joe Frazier. Il suo hotel a New York venne scortato da otto poliziotti. Furono schierati 250 agenti intorno al ring, fuori dal Madison ce ne erano 500. In una nota dal titolo La folgorante notte dei pugni, il teologo francescano Gino Concetti su LOsservatore Romano considerava il match “in un certo senso, un segno positivo per concentrarsi su valori più solidi, più intimamente e genuinamente umani, valori religiosi, di solidarietà, di pace, di fraternità, di elevazione morale e materiale dei popoli.

Presentati Ali e Frazier come l’incarnazione di un ideale diverso e anche contrapposto, il giornale vaticano proseguiva: Non sappiamo se questa incarnazione rispondesse a realtà o fosse piuttosto una creazione mitica della fantasia popolare o dei manovrieri della opinione pubblica mondiale. Per noi, sia Frazier sia Clay sono prima di tutto e anzitutto due uomini, dagli stessi connotati fondamentali. Il colore della loro pelle, l’ideale che a essi si è voluto attribuire interessano di meno, sono secondari rispetto a quel valore primario che risponde al nome di persona umana.

Round 11

Un altro gancio sinistro di Frazier costringe Ali ad appoggiare un ginocchio a terra per quello che viene considerato il terzo atterramento subito in carriera. L’arbitro non procede al conteggio. Gli si piegano le gambe, traballa, invita comunque l’avversario a farsi avanti.

La trama del match era stata ampiamente prevista nei giorni precedenti. Mario Gherarducci sul Corriere della sera aveva scritto: Frazier è un pugile forte, deciso, violento, lento sulle gambe ma eccezionalmente veloce di braccia. Il suo stile ricorda quello di Marciano, del quale però non sembra possedere le stesse doti di incassatore. Frazier è solito avanzare a passettini verso l’avversario per ridurre la distanza e scaricare le sue bordate a due mani, alternando il bersaglio fra tronco e viso con sconcertante rapidità. Il suo colpo migliore è il gancio sinistro: secco, veloce, potente. I limiti del campione sono rappresentati dalla statura ridotta per un massimo e da un gioco di gambe piuttosto mediocre. Di Clay, ormai, si conoscono i molti pregi e i pochi difetti. L’ex campione possiede uno dei migliori jab sinistri dell’intera storia pugilistica, al quale accoppia un secco gancio sinistro (il colpo che tre mesi fa schiantò Bonavena) e un’efficace diretto destro, con l’aggiunta di una rapidità di movimenti sulle gambe che non ha precedenti fra i massimi di ogni epoca.

ali frazier

boxingnewsonline.net

Round 12

Ali trascorre la prima porzione di ripresa preoccupato di non offrire una nuova chance a Frazier. Cerca di recuperare il fiato e le energie. Ha un lampo intorno alla metà del tempo e colpisce.

La grande attesa aveva spinto lo scrittore Luca Goldoni sul Corriere della Sera ad azzardare un confronto con un altro evento mediatico che aveva messo nel 1969 il mondo davanti alla tv.

Il paragone mi perseguita – scrisse – anche se è irriverente: l’altro più grande spettacolo del mondo, quello di due estati fa, quando un paio di americani misero piede sulla Luna. Anche allora, come oggi, i giornalisti si dividevano in due grandi categorie: quelli specializzati che dovevano raccontare il fatto e quelli generici che dovevano raccontare l’America di fronte al fatto: ieri the Moon, la Luna, e oggi the Fight, il combattimento. I riferimenti sono implacabili, per esempio quello delle scommesse che scatenano vertigini di dollari su qualsiasi particolare: se Clay, o meglio Muhammad Ali, andrà al tappeto con la faccia rivolta verso la Mecca o se Frazier crollerà per un jab sinistro o destro. E due anni fa: con quale piede Armstrong toccherà la Luna e quale sarà la prima pagina che pronuncerà? Fantastic, i bookmakers lo pagavano uno a mille, lousy che schifezza lo davano cinquemila a uno.

Round 13

Frazier riesce a sporcare il match, per evitare la rimonta di Ali. Accorcia meno la distanza, stavolta è lui a sottrarsi mentre è Ali a cercare gli scambi ravvicinati.

In quei giorni Ali era in attesa di una decisione da parte della Corte Suprema sulla renitenza alla leva e come scrisse il New York Times con Dave Anderson “a causa della sua ampollosità e delle sue convinzioni, è un eroe per molti, un cattivo per altri. Ali è un imbonitore da carnevale, Frazier un trattore che produce un ronzio. Un match teso e politico dentro la stessa sola parte di Ali. Gianni Minà sul Corriere dello Sport scrisse: I soldi di Clay sono quasi interamente finiti nella causa politica. La borsa reale sarà minore di 500 milioni una volta che saranno stati detratti due tipi di tasse pretesi dallo Stato, le percentuali degli allenatori, degli assistenti, degli sparring-partners, e di tanti altri collaboratori, e infine una volta calcolate le spese di pubblicità. Gli unici dunque a poter ridere, qualunque sia il risultato, sono i Black Muslims. Avevano bisogno di fondi: Mohammed Ali, controllato da loro, è tornato a combattere e ha trovato questi soldi. Certo che la storia di Ali non finisce domani sera al Madison, ma in ogni caso i musulmani neri sono gli unici ad aver trovato un utile sicuro in questa grande parata pugilistica, che un tempo avversavano.

Round 14

Frazier ha ormai gli occhi chiusi. Quasi non ci vede più. Al termine della 14esima ripresa sta vincendo ai punti. Ha il match in mano.

Frazier era in fondo un protagonista non in quanto Frazier, ma nella sua funzione di anti-Ali. Questo Muhammad lo aveva capito bene e detto con chiarezza.

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Joe Frazier manda Muhammad Ali al tappeto. (invictusarena.com)

«Questo non è il più grande evento sportivo nella storia di tutti gli sport grazie a Joe Frazier. Non verranno a vedere Joe Frazier. La gente verrà a vedere questo match perché sono imbattuto e non ho un graffio. La gente vuole vedermi picchiato, perché sono arrogante, per via della mia religione e perché sono nero. E per altri motivi di cui forse non sono nemmeno a conoscenza. Se vinco, molte persone in tutto il mondo piangeranno. E se perdo, anche se perdo, molte persone in tutto il mondo piangeranno».

Round 15

Eccolo allora Ali che perde, per la prima volta nella sua carriera, mentre un pezzo d’America desidera di vederlo mortificato. Frazier lo prende con il solito gancio alla mascella, gliela deforma, riempie l’aria del sudore di Ali che al colpo si solleva dalla testa e si sparge tutt’attorno. È di nuovo al tappeto, l’arbitro stavolta lo conta. Si rialza, ma è finita.

Frazier vinse ai punti per decisione unanime dell’arbitro Arthur Mercante e dei giudici Artie Aidala e Bill Recht. Qualcuno aveva scritto che a un certo punto era balenata l’ipotesi di far arbitrare l’incontro all’attore Jack Palance. D’altra parte Burt Lancaster aveva fatto il radiocronista. Nel libro Il mio Ali di Gianni Minà c’è una sua intervista.

Frazier avrebbe perso il titolo quasi due anni dopo contro George Foreman. Ali rifiutò di ammettere la sconfitta. «Ho perso ma non ero in buone condizioni, la prossima volta ce la farò. Mi dovrete però dare altri tre giudici non americani, perché Frazier è stato giudicato con la simpatia per l’idolo casalingo. Ho diritto alla rivincita».

Da un angolo Angelo Dundee disse: «Adesso Clay deve soltanto riposare, non deve nemmeno parlare di pugilato». Dall’altro l’allenatore Yancey Durham convenne: «Frazier non deve pensare al pugilato almeno per un anno. Dopo si vedrà».

Fazi sulla Gazzetta dello Sport commentò: Com’è triste veder perdere un campione. Com’è triste vedere a terra un uomo orgoglioso, superbo ma infinitamente bravo; arrogante, antipatico ma infinitamente bravo; commediante, saccente, presuntuoso ma infinitamente bravo. Com’è triste veder crollare un mito fino al quale, sia pur contro ogni rigor di logica, si era voluto credere con quella cecità con la quale si guarda il personaggio. Quando Cassius Marcellus Clay alias Muhammad Ali, sacerdote del profeta Elijah Muhammad, renitente di leva, pugilatore, conferenziere, uomo politico, sotto il violento gancio sinistro di Frazier è crollato al tappeto, s’è levato al Madison Square Garden un urlo che non era di trionfo né di disperazione. Era un urlo di incredulità perché in quel momento tutti coloro che avrebbero voluto la sua vittoria, come coloro che avrebbero voluto la sua sconfitta, erano soprattutto toccati dall’eccezionalità del fatto.

Dave Anderson sul New York Times commentò: Joe Frazier ha rotto le ali della farfalla e ha distrutto il pungiglione dell’ape. L’esilio ha fatto maturare il fisico di Ali ma ne ha sabotato la velocità. Nel suo fallimento, Ali non solo ha perso, ma cosa più imbarazzante, è stato messo a tacere. Mai prima d’ora si erano combinati insieme per produrre un’occasione del genere: uomini, soldi e un significato. Le implicazioni sociali si estendono oltre le corde marroni della famosa arena. Ali è una figura sportiva con un impatto mondiale maggiore di quello di molti statisti. Dimenticate i giocatori di baseball o di football o di basket, perché al di fuori degli Stati Uniti, quasi nessuno conosce le superstar di questi sport. Ma la boxe è uno sport internazionale. Anche Joe Louis e Jack Dempsey erano pugili con un impatto mondiale. Anche se nessuno dei due aveva la tv per ingrandire e proiettare il proprio impatto.

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Muhammad Ali e Joe Frazier qualche anno dopo l’incontro del secolo. (sportsnet.ca)

Le riviste americane avevano ingaggiato un po’ di scrittori per il racconto del match: Budd Schulberg per Playboy, William Saroyan per TrueNorman Mailer per Life, con tre anni di anticipo su Ali-Foreman di Kinshasa, dove si sarebbe trovato a bordo ring accanto a Giovanni Arpino, per un match leggendario dal quale sarebbe venuto fuori il libro La sfida.

Dal Madison Square Garden, Mailer scrisse:

È la parola più grande del 20esimo secolo. Se esiste una sola parola che il nostro secolo ha aggiunto alla potenzialità del linguaggio, quella parola è ego. Tutto ciò che abbiamo fatto in questo secolo, dalle imprese monumentali fino agli incubi di distruzione umana, è stato per una funzione di quello stato straordinario della psiche che ci dà l’autorità di dichiarare che siamo sicuri di noi stessi quando non lo siamo. Ali ha il più inquietante ego di tutti. Avendo sempre dominato la scena, non finge mai di fare un passo indietro e di lasciare il suo posto ad altri attori. È come se urlasse: – Vieni qui e prendimi, stupido. Non ci riesci perché non sai chi sono. Non sai dove sono. Non sai nemmeno se sono buono o cattivo. Questo è stato un messaggio essenziale per l’America in tutti questi anni. È intollerabile per la nostra mentalità che la figura forse più preminente dopo il presidente sia indecifrabile, perché potrebbe essere un demone o un santo. O tutt’e due le cose. Almeno Nixon è comprensibile. Possiamo odiarlo o possiamo votarlo, siamo in disaccordo l’uno con l’altro su di lui, mentre quello che ci uccide è che il disaccordo è dentro di noi. È affascinante: attrazione e repulsione nello stesso pacchetto. Quindi è un’ossessione. Più non vogliamo pensare a lui, più siamo obbligati a farlo. C’è una ragione per cui succede. È il più grande ego d’America. Ali ha inventato la psicologia del corpo, Frazier è una macchina da guerra. Ali ha mostrato all’America ciò che tutti avevamo sperato fosse segretamente vero. È un uomo. Come farà l’America ad aspettare qualcosa di tanto grande come un secondo Ali-Frazier?”.

Molti anni dopo il match che qualcuno aveva definito «la cosa più vicina a Re Lear», di fronte alle rispettive ultime curve della corsa, Ali disse: «Se per caso Dio mi chiamerà alla Guerra Santa, voglio Joe Frazier accanto a me, nessuno mi ha mai tirato fuori quello che ha fatto lui, tra tutti gli avversari che ho avuto è stato il più duro». Frazier aveva detto: «Ho odiato Ali, o come accidenti si chiama, e anche tra 20 anni cercherei di rispedirlo indietro al Signore».

 

Questo articolo è stato rielaborato per Overtime ed è tratto da “lo Slalom”, una newsletter mattutina per abbonati: una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, sii siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento, con montaggio a cura di Angelo Carotenuto.

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Foto copertina – Frank Sinatra, presente tra la folla del Madison Square Garden, immortala lo scontro del secolo con la sua macchina fotografica. (pophistorydig.com)

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