Alfred Hitchcock e i giovani nerazzurri

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inter coppa campioni 1964

Al Prater di Vienna per la finale di Coppa dei Campioni 1964 tra Inter e Real Madrid fa uno dei suoi proverbiali camei Alfred Hitchcock. È seduto in tribuna poco dietro alla famiglia Moratti, che sente il fumo del suo sigaro sempre acceso. La silhouette del regista è inconfondibile anche da seduto.

Sì, è lui”, dice il presidente Angelo. Hitchcock ha 64 anni e il calcio lo appassiona, segue da sempre il West Ham. È all’apice della sua carriera autoriale, anche se l’ispirazione sta venendo meno.

Durante il riscaldamento, che Herrera lascia fare in maniera individuale, Jair colpisce involontariamente con una pallonata il portiere Sarti, che si spaventa. In queste condizioni non può giocare. Lo sostituirà Ottavio Bugatti, ma la formazione è già stata resa pubblica. Allora l’avvocato Prisco a tutta velocità corre da Nicolò Carosio, per evitare che il telecronista “faccia giocare” il guardiano sbagliato.

Alfred Hitchcock. (Foto di Ante Brkan da doctormacro.com, in pubblico dominio)

Intanto Erminia Moratti si gira e, rivolta al grande regista inglese, stempera la tensione della famiglia. “Solo lei, Maestro, può sapere come andrà a finire”. Il giallo del portiere continua. Sarti si è calmato e il colpo è meno grave di quello che sembrava. Gioca lui. Carosio non si fa più in tempo ad avvertirlo.

Per le prime azioni commentate Bugatti “giocherà” la finale di Coppa dei Campioni: beh non è una cosa da tutti i giorni…

Helenio Herrera conosce molto bene il calcio spagnolo, ha allenato e vinto con il Barcellona e con la Nazionale ha fatto il Mondiale in Cile. Ma sia da avversario che da allenatore con Di Stefano non si è mai preso, anche se del calciatore ha una stima infinita. Alfredo ha quasi 38 anni, Puskas 37 compiuti. Herrera sa che questa volta il Madrid può essere battuto.

Ci crede anche Vittorio Pozzo, che in veste di giornalista dà il suo pronostico, lui che raramente si sbilancia in questo senso: “Vinceranno i più giovani”. Su Di Stefano ci andrà Tagnin, a Burgnich tocca Gento, Guarneri marcherà Puskas. Saranno proprio HH e Tagnin a far rompere il matrimonio tra Alfredo e il Real, che per anni sono stati in pratica la stessa cosa: non c’è stata finale di Coppa dei Campioni nei primi cinque anni di storia in cui la “Saeta rubia” non sia finito nel referto dei marcatori.

Tagnin è un mediano di provincia, si è preso un anno di squalifica per una combine. A 30 anni pensa di aver chiuso la carriera, si unisce, più perché non sa dire di no, al Rapallo che parte per una tournée in Spagna per affrontare proprio il Real, che ovviamente sommerge di gol la squadra ligure. Herrera però lo vede e mette in moto Italio Allodi. “Portalo all’Inter”. A gennaio del 1963 per Tagnin c’è l’esordio in nerazzurro, qualche mese dopo vince lo scudetto ed ora gioca la finale di Coppa dei campioni. È uno che parla poco Tagnin, non è mai stato abituato a condividere lo spogliatoio con campionissimi. Ma prima della finale, prende lui la parola e il capitano Picchi fa segno a tutti di fare silenzio: “Ragazzi, dobbiamo farcela. Non sono più giovane come voi. Se non vinco adesso non vinco più”.

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Sandro Mazzola in azione nella finale di Vienna. (Foto di Anefo da Nationaal Archief, CC0 1.0)

Gli undici titolari adesso possono uscire. Dallo spogliatoio del Prater si passa sotto le tribune per entrare quindi nel terreno di gioco. È in questo percorso che Sandro Mazzola si trova vicino al suo idolo Di Stefano. Sandrino quand’era bimbo andava all’osteria sotto casa per vedere il Real in Coppa dei campioni, prendeva una spuma e sognava di diventare un campione come lo era stato il papà Valentino. Ora, da vero fan, posa gli occhi sulla pelata Di Stefano e si incanta. Se ne accorge Luisito Suarez, spagnolo della Galizia, uomo molto pragmatico che gli è già occorso di eliminare il Madrid dalla Coppa dei Campioni col Barcellona. Ha vinto un pallone d’oro, crede molto in se stesso e non ha alcun timore reverenziale nei confronti dei rivali. “Sandro, noi andiamo giocare la finale, tu vuoi stare qui a guardare Alfredo?

Mazzola a 21 anni farà due gol molto molto belli. L’Inter vince 3-1: per i nerazzurri segna anche Milani, per il Madrid Felo con una rovesciata stupenda.

Al fischio finale dell’arbitro, Mazzola cerca Di Stefano per chiedergli la maglietta, nel mentre si imbatte in Puskas, che lo ferma: “Ho giocato con tuo padre, sei degno di lui”, e gli porge la sua numero 10 bianca. Al giovane collezionista di magliette prestigiose può bastare così. Puskas con i Blancos si sarebbe barcamenato un altro paio d’anni. Per Alfredo Di Stefano, innervosito da una marcatura asfissiante di Tagnin che, come vuole leggenda, lo seguirebbe anche in bagno, questa è l’ultima partita ufficiale con la sua squadra.

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Milano, 28 maggio 1964. L’Inter è di ritorno da Vienna con la Coppa dei Campioni. In primo piano l’avvocato Giuseppe Prisco, dirigente del club, e il capitano nerazzurro Armando Picchi. (Autore sconosciuto, in pubblico dominio)

È Armando Picchi ad alzare la Coppa dei Campioni. È lui il capitano, ha voluto Herrera che lo diventasse. Porgendogli la fascia, gli aveva detto: “Armando è tua, decido io”. È stato sempre HH, nonostante i rapporti non fossero sempre semplici, a trasformarlo in libero. Fu proprio contro il Real anni prima, in un’amichevole giocata intorno a mezzanotte a Casablanca, che HH provò per la prima volta Picchi in questo ruolo: “Armando, è il tuo ruolo ideale, se sbaglio mi prendo a schiaffi da solo”.

Sul viso di Angelo Moratti, che aspetta da tempo questo momento e la scelta dell’allenatore straniero andava proprio in questa direzione, si apre un sorriso enorme. I suoi giocatori giurano di non aver mai visto sul volto di un uomo una smorfia tanta simile alla felicità.

 

Foto copertina – Una formazione dell’Inter nella stagione 1963-64, in posa sul prato di San Siro. Da sinistra, in piedi: Sarti, Facchetti, Guarneri, Tagnin, Burgnich, Picchi (capitano); accosciati: Jair, Petroni, Suárez, Mazzola, Corso. (Foto di Keystone da World Soccer-maggio 1964, in pubblico dominio)

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