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Esther Williams, la sirenetta che trasformò la piscina in un palcoscenico

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esther williams

Non è il cinema a copiare la vita, la verità è che ci sono vite che sono già un film, anzi tanti film, uno dopo l’altro, tra commedia e tragedia, divertimento e dolore. Di Esther Williams sappiamo tante cose, e non sono mai troppe. Nata in un sobborgo di Los Angeles, anno di grazia 1921. Morta a Beverly Hills, in California, nel 2013, poco prima di arpionare con baldanza i 91 anni.

Campionessa di nuoto negli anni ’40 e ’50, poi attrice di successo, anzi diva di Hollywood e madrina di un genere cinematografico: il musical acquatico girato in Technicolor, riprese subacquee, telecamere sott’acqua, scoprivamo un mondo nuovo tra esibizioni kitsch e acrobazie ginniche, quando tempi più ingenui dei nostri lo permettevano. Volevamo solo sognare, dimenticare la guerra e sognare, solo quello.

esther williams

Esther Williams. (jooinn.com)

Trasformò l’acqua in un palcoscenico, Esther ci sguazzava con tutta la grazia di questo mondo. La piscina era per lei quello che il ghiaccio è per una pattinatrice: un teatro. Una sirenetta a colori, la Williams, accompagnata sempre da un’ombra di tristezza. A Hollywood circolava questa battuta: «Bagnata è una stella, asciutta non lo è più». Eppure: era l’immagine della salute e del plusvalore tessile dei costumi da bagno. Infanzia e adolescenza segnata dalle violenze, stagioni felici passate sott’acqua, nuotando nel silenzio, la Babilonia di Hollywood. Giunonica, corpo flessuoso, gambe lunghe e sode, un viso sempre sorridente. Nel 1940 è pronta per i Giochi Olimpici. Ci è arrivata da campionessa della Costa del Pacifico. Sui 100 metri stile libero ha uno dei cinque migliori tempi d’America. Niente da fare. La Seconda Guerra Mondiale fa saltare tutto. Esther non si perde d’animo. Dà spettacolo all’«Aquacade», un locale di San Francisco, dove nuota – fino a otto o nove ore al giorno – al fianco di un altro mito, Johnny Weissmuller, che più tardi sarebbe diventato il Tarzan cinematografico. Un agente della Metro Goldwyn Mayer la vede, rimane incantato, la invita negli Studios.

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Esther Williams e Johnny Weissmüller all’Acquacade. (pinterest.co.uk)

Esther goes to Hollywood. Viene scritturata dalla Metro Goldwyn Mayer. Primo successo: “Bellezze al bagno”, 1944. Poi «La ninfa degli antipodi» (1952, durante le scene si ruppe un paio di vertebre), «Nebbia sulla Manica» (1953), dove nuotò – fermi tutti – con Tom e Jerry, sì, loro due. Non si risparmiò mai, né in piscina e neppure nella vita. Quattro mariti, il terzo l’attore argentino Fernando Lamas, conosciuto sul set: «È l’unico che sa stare a galla», disse acida Esther. Un paio di volte venne fermata in stato di ubriachezza, un’altra volta vaga sola nella notte, stordita e lontana. Non disdegnava l’alcol, niente affatto. Ebbe molti vizi, compreso l’LSD, rivelò che era stato Cary Grant a suggerirle di provare. Tacque sempre i suoi piccoli peccati. Omessi, lasciati in disparte, silenziati da un sorriso radioso, lo stesso sorriso che immaginiamo stampato sul viso di una star senza tempo, rivelati nelle sue memorie, quando ormai erano caduti in prescrizione.

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Esther Williams e Fernando Lamas sul set di “Nebbia sulla Manica”.

Zampilli, tuffi, bellezze al bagno, colori acquatici, trasparenze: quello era il suo mondo. Aveva imparato a nuotare da piccola. Non aveva i soldi per iscriversi ai corsi di nuoto della piscina del suo quartiere. Così si presentò lo stesso e disse che era pronta per distribuire gli asciugamani e sistemare i lettini. La presero. L’accordo era: ogni cento asciugamani consegnati ai clienti, Esther aveva diritto ad un’ora di lezione. Non si sentì mai un’attrice. Il primo giorno a Hollywood le fecero fare un provino. Baciare Clark Gable. Idonea.

Quando smise – poco dopo i 40 anni – si mise a insegnare nuoto ai bambini ciechi. A 60 anni investì i soldi in una ditta che costruiva e vendeva piscine, prima dei 70 si inventò una collezione di costumi da bagno per la terza età. Nuotò fino agli 80 anni. Una vita segnata dall’acqua. Oltre la trasparenza, la traccia di una malinconia tenuta a bada, sfoggiando sorrisi in Technicolor e tuffandosi con l’armonia celeste di chi ha trovato sott’acqua la propria identità.

 

Foto copertina – nuoto.com

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