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“Invictus”, la recensione del rugby writer Elvis Lucchese

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invictus_01Film di rugby? La stragrande maggioranza degli appassionati risponderà “Invictus”, tanto più nello slancio emotivo suscitato dalla recente scomparsa di Nelson Mandela. E tuttavia si cita un film non di ma con il rugby, in cui le vicende del Mondiale 1995 servono a raccontare il Sud Africa della transizione post-apartheid e le abili mosse del leader nero per capitalizzare il potenziale, in termini di rappresentazione identitaria, che ogni successo sportivo internazionale porta con sé. Adoravo Eastwood perfino da attore, quando Sergio Leone, proverbialmente, gli riconosceva solo due espressioni (con il sigaro e senza). Oggi lo considero fra i migliori registi viventi. Ma Invictus mi sembra tuttavia uno dei suoi film meno riusciti. Delude – eppure si potrebbe ancora perdonare – che le scene di gioco siano del tutto inverosimili e che siano stonate le identificazioni di Matt Damon in François Pienaar e di Scott Eastwood in Joel Stransky, che in Italia conoscevamo per avere vestito le maglie di San Donà e L’Aquila, mentre l’altro figlio di Clint, Kyle, firma una colonna sonora il cui motivo è tremendamente simile a “O sole mio”. Invictus_Damon_Eastwood[fusion_builder_container hundred_percent=Lo stesso regista, che aveva girato emozionanti scene di boxe nello strepitoso “Million Dollar Baby”, ha ammesso al tempo di non saperne nulla di rugby, sport che certo non appartiene alla tradizione americana. Ma il vero limite di Invictus è nella riduzione al canone di favola delle vicende raccolte nel documentatissimo libro di John Carlin da cui è tratto il soggetto del film, “Playing the enemy”, apparso purtroppo in una versione italiana ridotta e dalla traduzione non certo impeccabile (il giornalista inglese aveva anche firmato un documentario su Mandela nel 1999).

invictus_11Non si può dimenticare che al momento del Mondiale ’95, pur sulla strada della pacificazione post-apartheid, il Sud Africa viveva ancora momenti di cupa tensione e di violenza diffusa. Era una società che rimaneva polarizzata per il macroscopico divario economico fra i due gruppi etnici, oltre che paralizzata culturalmente da decenni di propaganda e di isolamento internazionale. La fine della segregazione come sistema politico non poteva cancellare con un colpo di spugna la drammatica storia sudafricana, che alcuni rugbisti italiani avevano sperimentato in prima persona ai tempi della tournée dell’Italia nel 1973. Allora si rischiò l’incidente diplomatico perché due azzurri avevano compiuto l’imprudenza di giocare una partitella a calcio con alcuni ragazzi di colore, nel parcheggio dell’albergo di Port Elizabeth dove alloggiava la Nazionale. E allora l’Italia fu anche la prima squadra straniera a scendere in campo nella township di New Brighton per affrontare i Leopards, la rappresentativa nera sudafricana. Gli stessi Leopards avrebbero compiuto proprio nel nostro Paese i loro primo tour estero, invitati nel 1974 dal presidente della FIR Luzzi Conti. Ciò che manca in Invictus, dunque, è la tensione, la minaccia incombente della violenza che ancora aleggiava in Sud Africa nel 1995 e che si percepisce in altri film che raccontano dell’apartheid, come “Grido di libertà” su Biko o il più recente “The Bang Bang Club”. Un film di rugby, allora? A fianco di Invictus, quello davvero da non perdere si chiama “This Sporting Life” (“Io sono un campione” il titolo italiano) di Lindsay Anderson, con il rugbista Richard Harris indimenticabile nei panni di Frank Machin. Ne riparleremo.invictus_3

Elvis Lucchese per Storie all’Overtime[/fusion_builder_column][/fusion_builder_row][/fusion_builder_container]

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