Sportswear: essere alla moda

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Nell’ultimo mezzo secolo circa, l’abbigliamento sportivo è diventato forza trainante delle nuove tendenze moda, ma è un legame che viene da lontano. La natura androgina della maggior parte dell’abbigliamento sportivo ne fa un terreno di gioco per chi desidera rompere i tradizionali confini tra abiti maschili e femminili. Ed è Chanel infatti negli anni ’20 ad avviare questa tendenza. Le donne vanno in bicicletta, praticano l’alpinismo e giocano a tennis. Occorre un abbigliamento che consente libertà di movimento.

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Suzanne Lenglen nel 1922. (Foto da Agence RolBibliothèque nationale de France, in pubblico dominio)

Nel 1921 a Wimbledon, la superstar del tennis Suzanne Lenglen indossa per la prima volta la gonna da tennis, creazione dello stilista parigino Jean Patou, e mentre i suoi cardigan si fanno strada dal campo nei guardaroba delle fashioniste dell’epoca Vogue racconta che le mode parigine da giorno sono prevalentemente di tipo sportivo, pratiche e giovanili.

Il rapporto tra moda e sport percorre l’intero dopoguerra senza soste. Negli anni ‘70 entra nel glamour dell’era della discoteca e con la finale di tennis di Wimbledon tra Björn Borg e John McEnroe nel 1980, le tute passano dall’arena della ginnastica all’alta moda.

Diversi tipi di abbigliamento alla moda a quel punto includono abiti da ginnastica, abbigliamento sportivo casual, fitness, sportivo performante, capi tecnici e tute da ginnastica prodotte in esclusiva.

A promuovere un approccio più casual al vestire facendo emergere l’industria della moda americana dall’ombra della couture francese  sono i designer d’oltre oceano. Anzi le designer. Come Coco si tratta infatti per lo più di donne – Claire McCardell e Bonnie Cashin per fare qualche esempio – che evidentemente ne interpretano meglio le esigenze.

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Björn Borg e John McEnroe si stringono la mano. I loro outfit ispireranno milioni di sportivi e non in tutto il mondo. (Foto di Rob Croes per Anefo, CC0 1.0)

Le sfide consistono nella scelta del colore, del taglio e del tessuto, nel tenere il passo con lo sviluppo e l’innovazione tessile, con i  nuovi modelli di produzione e  commercio.

La storia delle aziende tessili  evidenzia come la grande espansione dell’industria europea dell’abbigliamento sportivo negli anni ’50 e ’60 sia coincisa con lo sviluppo di nuovi materiali sintetici elasticizzati ideali per l’abbigliamento di settore. Nel 1938 viene sviluppato il Nylon, la prima fibra completamente sintetica e dagli anni ’50 agli anni ’80 vengono introdotte altre fibre sintetiche e i loro marchi associati come Orlon (acrilico), Terylene (poliestere), Tactel (nylon), neoprene (sintetico gomma) e Lycra (poliuretano).

È proprio la fibra di lycra elastan (spandex) a essere ampiamente utilizzata negli anni ’80  per le nuove frontiere dell’attività sportiva come aerobica, balletto jazz e bodybuilding. Tessuti tecnici sintetici che  assorbono l’umidità, prevengono l’abrasione e possono regolare la temperatura, oltre a soddisfare esigenze di forma molto più diverse e specializzate.

Si tratta di tutte questioni fondamentali perché l’abbigliamento sportivo è soggetto a richieste, problemi e preoccupazioni unici. Spesso impiegato in condizioni di prestazioni fisiche e ambientali con esigenze di copertura e “assistenza” del corpo che deve essere protetto anche da ambienti fisici particolari come nel caso degli sport estremi. C’è inoltre la necessità di soddisfare il desiderio di un’estetica accentuata. Come spesso accade infatti la moda traduce i nuovi trend e così abiti realizzati per attività sportive, casual ma abbastanza eleganti perché le persone possano considerare di indossarli anche oltre il tempo dello sport, ne superano i confini.

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Tory Burch. (Foto di Alms1119, CC BY 3.0)

È ancora Vogue, nel 1989 e poi nel 1994, a sottolineare l’uso prolifico della moda per il fitness come abbigliamento casual affermando che il risultato della progettazione di actionwear da parte di designer e marchi sportivi aveva dato vita a una categoria completamente nuova di abbigliamento identificata con il neologismo ‘athleisure‘, combinando due termini apparentemente contraddittori: ‘atletico’ e ‘tempo libero’, ‘piacere’. La rivoluzione del fitness non solo ha prodotto abbigliamento da allenamento più bello e più performante, ma ha anche portato l’attrezzatura sportiva fuori dalla palestra e dai sentieri escursionistici, in strada e  sulla passerella.

Gli stilisti e i designer hanno seguito la tendenza inaugurando proprie linee: pensiamo a Stella McCartney con Adidas o Tory Burch che ha fondato Tory Sport, o includendo capi di abbigliamento sportivo nelle proprie collezioni. Le celebrità non si sono lasciate sfuggire l’occasione di guadagno e hanno iniziato a collaborare con i brand più famosi  per firmare le proprie versioni di athleisure. Solo per citarne alcune: Kate Hudson ha fondato Fabletics, Beyoncé  Ivy Park e Rihanna ha collaborato a Fenty Puma.

I consumatori, infine, forza motrice di questa industria in incessante crescita, accanto a funzionalità e sicurezza hanno cominciato a chiedere che siano soddisfatti non più solamente attributi di vestibilità, mobilità, comfort e protezione ma anche quelli espressivi di status e autostima. Sono passati anche all’abbigliamento sportivo i desiderata tipici del mondo della moda: eleganza, raffinatezza, stile e sostenibilità.

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