Pianeta calcio, nella cultura la chiave di volta

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C’è qualcosa di speciale nelle gare finali a conclusione della stagione. Quell’atmosfera da evento irrinunciabile, la cornice delle migliori occasioni, l’attesa palpitante per un verdetto da dentro o fuori. Per non parlare del clima pre-estivo da consacrare con la spensieratezza delle maniche corte. Anche se c’è chi si ostina a volerlo affrontare con tanto di passamontagna. Noi di Overtime non vogliamo certo erigerci a moralizzatori, né ci identifichiamo in quei perbenisti occasionali che approfittano del momento per scagliare il proprio anatema denso di retorica e qualunquismo. Noi di Overtime non abuseremo della sempre verde espressione “sconfitta dello sport” in quest’articolo che muove la propria riflessione dai fatti delittuosi avvenuti in occasione della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli lo scorso 3 maggio. Noi siamo semplicemente stanchi, esausti di assistere allo scempio, ormai quotidiano, del calcio tricolore. Di uno spettacolo che raccoglie (raccoglieva?) milioni di appassionati intorno ad un pallone. Di un gioco che ha nell’immediatezza delle regole e nella piacevolezza dello svolgimento la sua fortuna. Di una disciplina che, al pari delle altre, amiamo.

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Noi, che ci proponiamo di veicolare l’etica sportiva in ogni foggia, siamo stanchi ancora più degli altri. Più di chi sferra l’annoso, stucchevole attacco contro le tifoserie organizzate e la loro struttura aprioristicamente delinquenziale. Più di chi, per tutta risposta, reagisce ventilando l’ipotesi dietrologica di un messaggio delle forze dell’ordine verso lo Stato nel disimpegno preserale del 3 maggio intorno all’Olimpico di Roma. Sappiamo fin troppo bene cosa succederà nel prossimo futuro. Lo abbiamo già vissuto svariate volte. Il tifoso ferito, dal destino ancora incerto, verrà ricordato dagli amici ultras. La politica aperta per turno (elettorale) estrarrà fuori dal cassetto-cilindro la medicina più indicata agli occhi del popolino bramoso di giustizia sommaria: i nuovi, luccicanti strumenti di limitazione della libertà di accesso e partecipazione alle manifestazioni sportive. E via verso nuove, incredibili avventure. Pronti per il nuovo, aberrante capitolo. I delinquenti? Quelli veri sono conosciuti per nome e cognome; possono girare indisturbati pistola alla mano, dopo aver avuto precedenti delinquenziali analoghi.

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La realtà è che non esiste volontà di risolvere il problema. E’ disarmante anche solo pensarlo e lo diciamo qui con estremo rammarico. I fatti oggettivi ci lasciano esterrefatti ad osservare strumenti di intervento inadeguati, inefficaci o non pienamente applicati su tutto il territorio. Abbiamo avuto modo di conoscere biglietti di ingresso alle competizioni a carattere nominativo, tessere revolver identificative dei tifosi, tornelli di accesso, divieti di utilizzo di materiale folkloristico, flagranza di reato posticipata, “daspo” indiscriminati a carattere intimidatorio, condanne per azioni catalogate come terroristiche. E qualcosa ci dimentichiamo di sicuro. Ad oggi, e alla luce dei ripetuti avvenimenti incresciosi registrati, dobbiamo rilevare come a funzionare maggiormente sia il solo sequestro dei tappi delle bottiglie del bar. Non vogliamo fare squallida e inappropriata ironia, cerchiamo un approccio costruttivo. Si introducono strumenti in medias res scarsamente risolutivi, tamponi di una situazione di fatto già deviata alla radice. I provvedimenti potrebbero anche essere proficui, se ben applicati, capillari e non coercitivi per la totalità del pubblico. Ma non sono sufficienti.

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Ciò su cui non si vuole intervenire (investire?), è secondo noi una riforma della struttura che accompagni gli stessi provvedimenti a carattere temporaneo. E’ ormai chiaro a tutti, non è la disciplina calcio ad essere deviante. Sono il bacino popolare e il contesto strutturale ad alta visibilità ed ingenti interessi economici a determinare scompensi. Ed è sulla struttura che si deve intervenire, parallelamente alla tolleranza zero per i criminali. Si cominci dalle scuole ad infondere i valori fondanti dello sport. Si educhino i ragazzi alla corretta condivisione dei principi di socializzazione che il calcio, come le altre discipline, detiene per definizione nel proprio dna. Si costruisca con continuità nel tempo, approfittando di ogni appuntamento propizio, un tessuto comunitario curioso e piacevolmente affascinato dall’etica sportiva. Abbiamo educatori, intellettuali, professionisti, atleti e volontari capacissimi di farlo. Mettiamoli in condizioni di operare bene, con risorse, spazi ed attrezzature idonei. Vedremo forse restringersi gradualmente le maglie della violenza gratuita. Vedremo probabilmente nel lungo periodo (ci accontenteremmo!) anche personalità capaci di gestire il circuito calcistico con sapiente managerialità e senza fini prettamente speculativi.

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Da parte nostra, il contributo a sostegno dell’etica sportiva non mancherà mai. Non ci feriscono le sedute dei tifosi su di una balaustra. E non ci intimoriscono delle magliette. Ci fa male piuttosto constatare che, ciò che è andato in scena in occasione di Fiorentina-Napoli del 3 maggio scorso, è emblematico della società italica che stiamo vivendo e in cui stiamo operando. E i fischi all’inno nazionale durante la serata, quelli sì arrivati indistintamente da parte dello stadio intero, non vogliamo certo considerarli un requiem. Ma un mònito e uno stimolo a migliorare la situazione.

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