Quanta letteratura spesa sugli sguardi, gli occhi degli sportivi, più o meno famosi. Dettagli somatici suggestivamente esplicativi delle più disparate e variegate espressioni umane al cospetto della competizione. La ricerca della concentrazione pre-gara, lo sforzo atletico nel compiersi dell’attività agonistica, la commozione per il traguardo agognato o mancato, al netto del rilascio delle endorfine. Un aristocratico ventaglio di emozioni somatizzate ed incorniciate dall’iride, sempre più spesso utilizzata, grazie alla sua capacità di sintesi, immediatezza ed essenzialità, come veicolo privilegiato della comunicazione visiva sportiva. Ancor di più in epoche moderna e contemporanea, dove lo sport viene massicciamente declinato e raccontato tramite sequenze di immagini. Digressioni di pensiero, le nostre, che non scaturiscono dalla mera analisi dell’attuale comunicazione sportiva, magari attraverso la chiave di lettura della celeberrima inquadratura cinematografica made in Sergio Leone. Bensì dall’immagine di copertina del libro “Laghat – il cavallo normalmente diverso” a firma Enrico Querci.
Laghat è un bellissimo baio nato per correre, mettiamolo subito in chiaro. Un purosangue selezionato per le corse negli ippodromi. La pregevole discendenza e l’eccellente struttura fisica lo avrebbero potuto indiscutibilmente indirizzare verso una carriera sportiva superiore nei nobili circuiti dell’ippica nazionale ed internazionale. Il condizionale esce con fatica in battitura, ma risulta espediente forzato a causa della grave malformazione riscontrata sul puledrino pisano già dopo il primo anno di vita. Una totale cecità all’occhio destro e una significativa oscurità a quello sinistro, che gli concede unicamente di percepire poche ombre circostanti. Di fatto, una disabilità estremamente penalizzante per qualsivoglia velleità di competizione in pista.
Malformazione che, tuttavia, risulta flebile se contrapposta alla “forza” dello sport. Almeno, nel caso di Laghat. Attraverso le cure dell’allenatore Emilio “Mil” Borromeo e la coraggiosa attenzione del fantino-proprietario Federico De Paola, il baio toscano è comunque riuscito a calcare molteplici tracciati nazionali. In casa a Pisa, a Firenze, a Grosseto, addirittura a Roma e Varese. In nove anni di onorevole carriera sportiva, ben ventisei vittorie e numerosi piazzamenti conseguiti. Risultati che, già in condizioni normali, vanno ad isolare una vera e propria rarità nel mondo delle corse. Figuriamoci se ottenuti a dispetto di invasive menomazioni come quelle toccate in sorte al cavallo Laghat. Un campionissimo non degli almanacchi, quanto piuttosto dell’etica sportiva che, alla veneranda età di dodici anni, sta ancora dando filo da torcere agli avversari di turno e non ha la minima intenzione di cedere di un millimetro.
Il libro di Querci (“Laghat – il cavallo normalmente diverso” – Pacini Editore) non è semplicemente la biografia di un cavallo nato cieco. E’ una vicenda umana e sportiva vissuta su di un percorso volto al superamento di ostacoli non poi così insormontabili, come troppo spesso si pensa. E’ la narrazione di tutti quegli uomini che, intorno a Laghat, hanno delimitato i contorni di un simbolo; l’emblema della relatività del concetto di normalità. Dalla definizione di “sport” ricaviamo testualmente “l’insieme delle attività, individuali o collettive, che impegnano e sviluppano determinate capacità psicomotorie, svolte anche a fini ricreativi o salutari”. Bene, pensiamo che quello di Laghat, e del rapporto instaurato con il suo cavaliere, sia un ottimo esempio di piena espressione delle capacità sportive.
Foto by Enrico Querci – www.enricoquerci.com