Vittorio Pozzo, il padre (dimenticato) del calcio italiano

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È di gran lunga l’uomo più vincente nella storia della Nazionale italiana di calcio. Nessun commissario tecnico può vantare come lui la conquista di due Coppe del Mondo, un oro olimpico, due edizioni della Coppa Internazionale, torneo antesignano del campionato europeo che vedeva impegnate le cinque squadre nazionali più forti del Continente con sfide di andata e ritorno.

Eppure Vittorio Pozzo, dopo la conclusione della sua straordinaria carriera sulla panchina azzurra, è stato ben presto avvolto dall’oblio, dimenticato, marginalizzato dal calcio italiano di cui è stato assoluto protagonista, mai insignito dei riconoscimenti ufficiali che avrebbe meritato anche post mortem. A ben guardare, al di là dei freddi numeri e dei dati ricavabili dal suo curriculum, poco si sa, si conosce della vicenda sportiva e soprattutto umana di un allenatore che è stato un pioniere, un precursore capace di adattare schemi visionati all’estero alle caratteristiche dei giocatori italiani.

A colmare questa lacuna contribuisce il libro “Vittorio Pozzo. Il padre del calcio italiano (2022, Minerva) del giornalista Dario Ronzulli che ha ripercorso e ricostruito l’esperienza del tecnico piemontese alla guida della Nazionale Italiana, mettendone in luce le qualità tecniche e umane, il decisionismo nelle scelte, l’onestà intellettuale integerrima, la cura con cui gestiva i rapporti personali con i suoi calciatori che disposti a seguirlo fino in capo al mondo nutrivano per lui profonda ammirazione, gratitudine, affetto sincero.

L’autore Dario Ronzulli durante la presentazione del libro a Overtime 2022. (Foto Overtime)

Come descritto nel libro, Pozzo accettò di divenire allenatore della Nazionale dopo un lungo, estenuante corteggiamento del Presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio e Podestà di Bologna Leandro Arpinati che convinto fosse l’uomo giusto per quel ruolo non badò troppo al fatto che fosse privo della tessera del partito fascista, che avesse l’intenzione di convocare giocatori oriundi come il formidabile Mumo Orsi approdato alla Juventus.

Tutto ciò veniva tollerato e permesso perché non c’erano in circolazione in Italia molti uomini con la conoscenza e la sapienza calcistica di Pozzo che aveva approfittato di alcune esperienze lavorative giovanili all’estero per imparare le lingue, frequentare nel tempo libero gli stadi di mezza Europa, soprattutto inglesi, studiare dal vivo e assorbire gli schemi calcistici più evoluti e all’avanguardia.

Nello svolgimento del suo incarico Pozzo preservò sempre un’assoluta autonomia gestionale scevra da ingerenze politiche, favorita anche dall’aver preteso e ottenuto di non ricevere alcun compenso ed emolumento per il suo lavoro da Commissario Tecnico Unico. Una circostanza assolutamente inimmaginabile nel calcio moderno, dominato da richieste di stipendi faraonici e di ritocchi di ingaggio ad ogni piccolo successo ottenuto. Si guadagnava da vivere facendo l’inviato calcistico per il giornale torinese La Stampa. E così, senza che nessuno all’epoca evocasse un qualsivoglia conflitto d’interesse, Pozzo terminata la partita si svestiva dei panni da CT e chiuso nella sua stanza d’albergo scriveva il pezzo da dettare via telefono al giornale, commentando l’operato suo e dei suoi ragazzi, godendosi in questo modo i successi che spesso otteneva e riscuoteva.

Il pubblico di Ovetime ascolta il racconto della vicenda sportiva e umana di Vittorio Pozzo. (Foto Overtime)

Sono tanti gli aneddoti, gli episodi poco conosciuti raccontati. Ad esempio, alla vigilia della partita Ungheria – Italia in programma a Budapest l’11 maggio 1930 decisiva per l’assegnazione della prima Coppa Internazionale della storia, il tecnico piemontese decise di far effettuare alla squadra una gita molto particolare, portandola a Redipuglia, il più grande e maestoso sacrario italiano dedicato ai caduti della Grande Guerra. Un modo per cementare l’unità e lo spirito di squadra in un luogo significativo ed evocativo delle sofferenze patite durante il primo conflitto mondiale da tanti ragazzi come lui, tenente degli Alpini, impiegato nelle retrovie ma pur sempre a contatto con le atrocità della guerra.

Uomo tutto d’un pezzo, rigoroso e pragmatico, si lasciò andare a un solo rito scaramantico portafortuna ripetuto durante tutta la carriera: alle partite portava sempre con sé, nella tasca dei pantaloni, una piccola scheggia della Coppa Internazionale che era stata consegnata all’Italia dopo la vittoria di Budapest e che era caduta durante il viaggio di ritorno in treno a seguito di una brusca frenata del convoglio ferroviario.

Vittorio Pozzo. (Foto di autore sconosciuto, da Film Commission Torino Piemonte, in pubblico dominio)

Nell’opera sono ovviamente descritti i grandi successi della Nazionale negli anni ’30 del novecento: il Mondiale vinto in Italia nel 1934 dopo autentiche battaglie – e qualche favore arbitrale – ai quarti contro la Spagna e in semifinale contro l’Austria per la gioia del regime fascista che grazie allo sport voleva accrescere peso e legittimazione geopolitica con quella che oggi definiremmo un’operazione di sportswashing; l’oro olimpico conquistato a Berlino 1936, un vero indiscusso capolavoro del CT perché ottenuto con una squadra sperimentale, giovane, senza individualità di spicco ma molto compatta e organizzata tatticamente; il bis mondiale concesso nel 1938 dopo un formidabile torneo dominato nella Francia repubblicana e progressista ai ferri corti con l’Italia per questioni politiche e di cattivo vicinato pochi anni prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.

Tutti successi costruiti con formazioni che videro spesso cambiare schemi e interpreti adeguandosi ai tempi e alle contingenze. Con una costante: l’abitudine vincente del CT di dialogare con i suoi calciatori non soltanto durante i ritiri ma in ogni momento dell’anno, e non solo di tattica ma di ogni altro aspetto della vita, coccolandoli, incoraggiandoli, rasserenandoli quando se ne presentasse la necessità. Instaurando con loro un rapporto empatico, di fiducia reciproca, cementando la forza di un gruppo più forte dei personalismi e degli interessi divisivi dei club di appartenenza esistenti già a quell’epoca.

Partendo dalla solidità dei rapporti umani Pozzo ha centrato vittorie che recano il suo indelebile marchio di fabbrica. Grazie a Dario Ronzulli e al suo libro per avercelo ricordato.

 

VITTORIO POZZO. IL PADRE DEL CALCIO ITALIANO

di Dario Ronzulli

MINERVA – 271 pagine

Euro 18,00

 

Foto copertina – La copertina del libro. (Foto Overtime)

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