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Le vite parallele dei Thuram

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Foto copertina – Marcus Thuram rende omaggio a George Floyd inginocchiandosi dopo il gol segnato all’Union Berlin (kxan36news.com)

Lui, Lilian, il padre non l’ha conosciuto. Un giorno ha visto sua madre preparare i bagagli e partire, partire e volare in Francia, lasciandolo con gli altri fratelli in Guadalupe da una zia. L’altro, Marcus, suo padre l’ha avuto addosso anche quando non ce l’aveva, perché era dentro il cognome che portava, la più dolce delle condanne per chi nasce figlio di un campione e scopre d’avere la sua stessa passione.

Lui, Lilian, racconta di aver scoperto di essere nero quando in un secondo tempo ha raggiunto sua madre nel cuore della periferia parigina, glielo hanno fatto notare con gli insulti, prima neppure ci aveva fatto caso. L’altro, Marcus, l’ha sempre saputo perché papà è un’icona della testimonianza antirazzista, dell’impegno sociale, del contrasto alle diseguaglianze, ai pregiudizi, alle discriminazioni. Uno è stato campione del mondo con la nazionale che fece incazzare Le Pen perché mescolava i bianchi, i neri e i musulmani, l’altro non ha vinto ancora niente ma l’immagine del suo ginocchio posato sul prato di un campo di calcio per protestare contro la morte per asfissia di George Floyd in Minnesota, be’, di certo non è stata una carezza per Donald Trump. Uno è diventato Thuram venendo in Italia, nella patria dei difensori, e s’è fatto insuperabile. L’altro è andato in Germania a perfezionate l’arte del gol perché in difesa Marcus no, Marcus mai più.

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Lilian e il piccolo Marcus nell’ormai lontano giugno 2001, alle prese con le foto di rito dopo la firma del contratto con la Juventus (Le Meilleur du Football on Facebook)

Le vite parallele dei Thuram sono fatte di linee che si intrecciano e di strade che poi divergono. La prima partita della sua vita, Marcus l’ha giocata da centrale. Il ruolo di papà. Era poco più di un bambino, e Lilian era del Barcellona. Fino a quando era rimasto in Italia, Marcus a giocare su un campo di pallone non era andato mai. Lilian lo aveva iscritto prima a judo e lo aveva visto diventare cintura gialla, poi a nuoto e anche a scherma. Sia chiaro che Marcus ne andava matto. Col pallone giocava nel corridoio di casa e strusciava con le ginocchia sul pavimento imitando l’esultanza di papà dopo la doppietta nella semifinale mondiale del ‘98 contro la Croazia. In cuor suo aspettava solo il momento. Andava con Lilian al campo d’allenamento e con la mamma a vederlo allo stadio. C’è un piccolo dettaglio che ha spinto Marcus a fare il calciatore: suo padre che con lo sguardo dal prato lo cerca in tribuna. “Un giorno mi sono detto: lo voglio fare anch’io. Anch’io voglio cercare dal campo la mia famiglia seduta in tribuna“. Chissà che cosa sembra ai bambini la vita dei loro genitori.

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Lilian Thuram portato in trionfo dai suoi compagni di squadra dopo la decisiva doppietta rifilata alla Croazia (rep.repubblica.it)

Per la prima partita più o meno vera Marcus ha dunque atteso gli 11 anni. Va al campo e siccome si chiama Thuram, siccome è più alto di tanti, lo piazzano al centro della difesa. Quando finisce e torna a casa, Lilian gli fa di no col dito. “Questa è la prima e l’ultima volta. Se vuoi giocare a calcio, tu vai avanti. Vai a fare l’attaccante”. Che cosa pensi Marcus oggi dei difensori è tra le risposte di una bella intervista concessa al settimanale France Football a inizio febbraio. “Quando le persone vengono allo stadio – ha detto – pagano per divertirsi. E i difensori invece ti portano via quel piacere. Se vai a vedere una partita senza difensori, può finire anche 8-8.  Non sono certo che sarebbe un calcio migliore, ma la gente vuole vedere le azioni, il gioco, i gol. Io voglio dare piacere ai tifosi, non portarglielo via. Oh, io scherzo quando lo dico, so bene che abbiamo bisogno di difensori. Se vedo Marquinhos esultare perché ha salvato un pallone sulla linea di porta, lo capisco. Ma mi dà fastidio”.

Lilian gli ha dato il nome di un attivista giamaicano, Marcus Garvey, e un altro figlio l’ha chiamato Kephren, come un faraone dalla pelle nera. Poi ha spiegato ai suoi ragazzi – lo rivelò in una intervista a Emanuela Audisio per la Repubblica dopo gli attentati a Charlie Hedbo e al Parco dei Principi – “attenti alle strade che vogliamo prendere, alle risposte che vogliamo dare. Dobbiamo tutti riflettere su che tipo di società vogliamo ed essere uniti”. È stato un esempio. Ha fatto il padre con discrezione ma con fermezza. Anche nei consigli sul calcio. A Marcus per esempio ripeteva che alto com’è, non poteva pensare di non imparare a giocare di testa. “Io all’inizio – ha spiegato Marcus – credevo che giocare con la testa fosse da bulli. Che non fosse estetico. Che fosse riduttivo. Io volevo giocare solo con i piedi e volevo dribblare”. Sarà per questo che fra i suoi modelli c’è stato Neymar, come prima ancora – da bambino – c’era Ronaldo. Il brasiliano. “Ne sentivo parlare a casa da mio padre come di un terrore. Diventò il mio idolo. Da bambino non mi separavo mai da una coperta, allora i miei per convincermi a lasciarla, un giorno mi convinsero che l’avremmo regalata a lui, a Ronaldo. E io gliel’ho lasciata. Ora spero che davvero gliel’abbiano data, altrimenti la rivoglio. Un giorno glielo chiedo”.

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Alla fine, con un po’ di impegno, anche Marcus ha imparato a giocare di testa (numero-diez.com)

Solo se hai tanta pace dentro, se hai tanta consapevole leggerezza del tuo stare al mondo, sei capace di fare il gesto più potente che si sia mai visto su un campo di pallone. Nel silenzio delle porte vuote, dentro lo stadio che sugli spalti aveva gente fatta di cartone. Solo se hai chiara la strada, dici come fa Marcus: “Io nello spogliatoio rido molto, rido molto e parlo molto. Perché so che ci sono persone che soffrono nella vita. E io non ho sofferto”.

 

Questo articolo è stato rielaborato per Overtime ed è tratto da “lo Slalom”, una newsletter mattutina per abbonati: una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, sii siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento, con montaggio a cura di Angelo Carotenuto.

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