E’ un onore vincere qui, contro colui che rappresenta il punto di riferimento per un’ intera generazione di tennisti“. Echeggiavano più o meno in questa guisa alcune delle parole di rito pronunciate a corredo della premiazione sul centrale di Wimbledon 2015 dal vincitore Novak Djokovic. Una frase che ci ha colpito immediatamente a dispetto della sua banalità; d’altronde lo sconfitto Roger Federer, “re Roger”, non ha certo necessità di presentazioni di sorta. Una carriera d’eccellenza, un curriculum che non ha ragione neanche di essere snocciolato: basti sapere che lo svizzero classe 1981 è storia e leggenda stessa del tennis mondiale, e per completezza tecnico-atletica e per risultati conseguiti. Anche contestualizzando allo stesso torneo di Wimbledon, Roger ne esce comunque protagonista incontrastato, nonostante il duplice stop in finale patito da Djokovic sia quest’anno che nella passata edizione. Nonostante cali di forma e di risultati fisiologici e preventivati. L’erba inglese di Londra è territorio suo, e l’ultima semifinale contro l’atleta di casa, lo scozzese Andy Murray, né è la prova provata; tutto il pubblico della perfida Albione dalla parte dello svizzero, senza il benché minimo tentennamento.

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Non ci stupiamo quindi del carattere “polite” con cui Djokovic ha marchiato il suo discorso al momento di salire sul trono dello slam londinese. Ascoltandolo, tuttavia, abbiamo avuto la percezione di un qualcosa d’altro dall’atto dovuto alla preziosa e tintinnante di gioielli tribuna di Wimbledon. E non ci siamo affatto sbagliati. Probabilmente era prioritaria intenzione di Novak evidenziare meriti prettamente sportivi, ma quella frase è tra le più indicate per contornare un campione a tutto tondo, a trecentosessanta gradi. Si, perché si può essere campioni a diversi livelli. E re Roger non è fenomeno soltanto quando brandisce la sua racchetta.

E’ notizia di recente pubblico dominio, seppur non (giustamente) confermata, del profondo impegno sociale del tennista elvetico sul continente africano. Conosciamo la “Roger Federer Foundation” fin dalla nascita del 2011. Una fondazione amministrata in prima persona dall’atleta di Basilea e cooperante con Action Aid inizialmente nella gestione di sei centri di assistenza in Malawi. Un progetto di sostentamento a livello educazionale e sanitario che prevede, nell’arco di dieci anni, di coinvolgere oltre un milione di bambini africani. Botswana, Malawi, Namibia, Sud Africa, Zambia e Zimbabwe i Paesi già coinvolti nell’operazione dall’avvio del programma nel 2011.

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Ciò che non conoscevamo, data anche la delicatezza e la necessaria riservatezza di certe dinamiche di solidarietà, è l’esposizione di re Roger nel progetto. Dopo l’ultima, recentissima sortita in Malawi, il fenomeno elvetico non ha potuto evitare che emergessero alcuni dettagli economici che non possono passare sotto silenzio. Già rimarcare come, dopo un impegno stringente come quello di Wimbledon, la scelta di recuperare energie tra bambini disagiati e in condizione di estrema indigenza sia del tutto fuori del comune è quanto meno doveroso. La diffusione dell’entità del sostegno da parte della Roger Federer Foundation trapelata in questi giorni diventa perciò un onere morale. Si parla di un investimento di 14 milioni di dollari (quasi 13 milioni di euro), finalizzato alla costruzione di 81 scuole materne sul territorio africano. Parte del fondo sarà inoltre destinata alla riqualificazione e alla manutenzione di altri 400 complessi educativi distribuiti sul continente nero.

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Non è di nostro interesse commentare oltre queste cifre. Ci pensano già in maniera egregia i Novak Djokovic della situazione. Vogliamo solo prendere a prestito e fare nostro, modellandolo dal punto di vista dei semplici addetti ai lavori, l’omaggio del simpatico tennista serbo a Federer citato in apertura: “E’ un onore aver avuto la possibilità di conoscere queste personalità, che rappresentano il punto di riferimento per un’ intera generazione di sportivi“.

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