Il fascino delle Olimpiadi travalica da sempre lo sport per sconfinare nelle dinamiche politiche e, per estensione, nella storia. Succedeva con i Giochi dell’antichità, durante i quali era consuetudine fermare  le guerre in corso per tutta la durata delle attività olimpiche, succede ancora oggi in epoca contemporanea. Anno 2012, Giochi di Londra. Protagoniste la Corea del Nord e quella del Sud che, a distanza di sessanta anni, si diedero battaglia al tavolo da ping pong. Vedere gli atleti dei due Paesi stringersi la mano in occasione di una semplice partita di quella che rappresenta una delle maggiori discipline sportive dell’ara asiatica, sinceramente andò al di là del risultato.

Agli occhi dello sportivo, l’eccezionalità dell’evento rimandò ai precedenti del 1988 e delle stesse Olimpiadi londinesi di quell’anno, seppur nelle fasi preliminari. Nell’88, con le Olimpiadi di Seoul (e quindi con la Corea del Sud organizzatrice), si assistette al boicottaggio sportivo del governo di Pyongyang, che si rifiutò di partecipare. Il 25 luglio 2012, invece, in occasione del match di calcio femminile tra le nordcoreane e la Colombia, allo stadio di Glasgow comparve sul tabellone luminoso la bandiera sudcoreana. Una gaffe, quella degli organizzatori albionici, che innescò l’immediata reazione delle atlete nordcoreane, decise a non prendere parte alla competizione. Sfiorati la rissa e l’incidente diplomatico, i rappresentanti e le atlete della Corea del Nord ritornarono in campo solo dopo quaranta minuti, dove tra l’altro si imposero con il risultato di 2 a 0.

Agli occhi dello storico, il tavolo da ping pong riunificatore di Londra 2012 rievocò ben altri ricordi. A cominciare dal triennio 1950-1953, arco temporale dello scontro bellico tra Pyongyang e Seoul. Da una parte e dall’altra due realtà diversissime sotto gli aspetti della forma istituzionale e dell’economia; lo sfondo quello, tesissimo, della Guerra Fredda. L’incipit venne dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea, in regime di dittatura comunista e filocinese, che decise di oltrepassare il 38° parallelo e invadere la Repubblica di Corea, democrazia capitalista filostatunitense, rivendicando il diritto a governare sull’intera penisola coreana. L’atto di forza, unitamente alle preoccupazioni nucleari insite alla Guerra Fredda, comportò l’intervento immediato dell’ONU che, tramite la collaborazione degli Stati Uniti e di altri diciassette Paesi, tentò di liberare la Corea del Sud occupata e di ristabilire gli equilibri. Equilibri che, anche con i negoziati di pace, non mutarono rispetto alla situazione preesistente: le due Coree rimasero divise in Corea del Nord e Corea del Sud e il faticoso armistizio di Ginevra del 1954 (disconosciuto da Pyongyang nel maggio 2009) certificò i 3 milioni di morti, gli avamposti militari americani permanenti di stanza a Seoul e l’ingentissimo impatto economico di una guerra civile assurda.

In una situazione di perenne stallo, con un conflitto latente e tecnicamente ancora in essere, i momenti di dialogo offerti dal mondo dello sport non possono che essere auspicabili. E poco importa se da occasione di tregua bellica, l’Olimpiade si è trasformata nella modernità in tavolo di relazioni politiche. Un tavolo, sia esso anche da ping pong, è sempre un buon inizio. Con gli ultimi rivolgimenti politici in territorio coreano e con le Olimpiadi di Rio alle porte, auspichiamo che gli avvenimenti del passato possano fungere da esempio e che i Giochi possano essere teatro anche di distensione internazionale tra differenti popolazioni e comunità.