Il 2016 è anno olimpico, l’anno che tutti gli appassionati di sport attendono con trepidazione ed entusiasmo. Il countdown è iniziato, mancano appena sette mesi ai Giochi di Rio: piscine, piste, pedane, bacini, campi brasiliani conosceranno presto i loro protagonisti. Anche il 2015 sportivo appena concluso comunque ha regalato emozioni, illusioni, delusioni. Difficile ripercorrerlo esaurientemente, ci soffermeremo quindi su ciò che più ci ha colpito, su quello che a nostro giudizio (assolutamente sindacabile) consideriamo il bello e il brutto di questo anno sportivo.

Bella l’avventura di Valentino Rossi: a 36 anni ha lottato come un leone, fatto valere la sua classe, battuto in diverse gare piloti molto più giovani, riempito le piazze di migliaia di fans osannanti davanti ai maxischermi. Brutta l’impossibilità per lui di gareggiare all’ultimo atto del duello ad armi pari, a causa dell’ultima posizione assegnatagli sulla griglia di partenza del GP di Valencia; il sogno della vittoria del decimo titolo mondiale è sfumato senza poter lottare, con i piloti spagnoli che invece di cercare di superarsi e battersi (prima regola dello sport) si sono scortati vicendevolmente fino al traguardo, conquistando la vittoria ma non l’affetto e il rispetto dei tifosi.

Bella la riconferma di Usain Bolt: proprio nell’anno in cui sembrava vulnerabile, colpito da acciacchi e infortuni, circondato da una pletora di sfidanti pronti a scalzarlo, considerato addirittura da qualche esperto sul viale del tramonto, dapprima ha stravinto i 100 metri ai Mondiali di atletica di Pechino; a quel punto, come gli consigliavano manager ed allenatori, avrebbe potuto rinunciare ai 200 metri, a mettere di nuovo in palio la sua invincibilità, in una distanza su cui si sentiva meno sicuro. E invece no, il re si è presentato ai blocchi di partenza e ha spazzato via la concorrenza anche sui 200 metri. A Pechino non l’ha fermato nemmeno il Segway guidato da un cameraman un pò distratto: travolto, come se nulla fosse, l’atleta giamaicano si è rialzato con una piroetta, e ha aiutato l’altro, il cameraman, dolorante e imbarazzato.

Brutta (e triste) la parabola discendente dell’atletica italiana: non solo è uscita dalla rassegna mondiale senza una medaglia, senza neppure avvicinarsi a una medaglia, con i trionfi di Pietro Mennea, Sara Simeoni, Alberto Cova, Gelindo Bordin lontani anni luce; ma nel 2015 è stata anche travolta da un’inchiesta riguardante mancati controlli antidoping che ha coinvolto tanti big azzurri e che rischia di assottigliare al minimo la nostra rappresentanza alle Olimpiadi di Rio. Siamo fiduciosi che tutti possano dimostrare la loro buona fede ed essere scagionati dalle accuse, ma il nuovo scandalo, è inutile negarlo, nuoce fortemente all’immagine di uno sport che ha sempre meno appeal e praticanti tra i nostri giovani.

Bella (anzi straordinaria) la favola del tennis femminile italiano: per la prima volta nella storia, la finale di un Grande Slam, l’US Open, è stata tutta italiana. Si sono affrontate Flavia Pennetta e Roberta Vinci, due amiche che giocano insieme da quando avevano dieci anni: due ragazze pugliesi, del nostro sud, che dimostrano che nella vita, se ci si crede e si ha talento, ogni impresa è possibile: anche quella di primeggiare nel tennis mondiale, partendo da due circoli della provincia più profonda, troppe volte snobbata e abbandonata ma capace di forgiare campioni, uomini e donne veri.

Brutta (e sempre più desolante) è la lontananza del calcio dalla gente: campionato spezzatino, improbabili anticipi e posticipi, Coppa Italia giocata alle 14:30 nei giorni infrasettimanali sono realtà ormai consolidate. A parte il “salotto buono” della Champions League, gli stadi sono sempre più vuoti: abbiamo assistito a Firenze a Italia – Malta, partita valevole per le Qualificazioni Europee con soli diecimila paganti, in un silenzio quasi irreale, interrotto solo dai timidi e sporadici cori dei 60 tifosi maltesi presenti. Certo gli scandali che sconvolgono il sistema calcio non alimentano la passione: le squalifiche di Blatter e Platini, le “gaffe” del Presidente Tavecchio, il caso della corruzione della Dfb, la Federcalcio tedesca sospettata di aver “comprato” l’assegnazione dei Mondiali 2006 (quelli vinti dall’Italia).

Bella la storia del ciclista sardo Fabio Aru, secondo al Giro d’Italia e vincitore della Vuelta 2015. Il Cavaliere dei quattro mori non è solo un campione ma anche un ragazzo simpatico e determinato, che ha fatto ogni sacrificio per conciliare studio e sport, per raggiungere la tanto agognata maturità classica. Così ha raccontato alla Gazzetta dello Sport i viaggi andata e ritorno sul Continente per andare a correre con una squadra professionistica, purtroppo non esistente in Sardegna: “A volte, a causa del vento, si cambiava l’aeroporto di atterraggio, da Olbia a Cagliari o viceversa. Io non mi sono mai scoraggiato. A scuola non ero un fenomeno, ho sempre puntato a salvarmi, a differenza del ciclismo. Però i compiti, specie le versioni di latino e greco che al Classico non sono banali, li ho sempre fatti con scrupolo. Non volevo restare indietro, perdere tempo, così sfruttavo ogni momento, l’attesa in aeroporto prima di prendere l’aereo, anche le prime ore del mattino. La scuola è importantissima, ti dà una grande apertura mentale”.

Brutta (anzi terribile) è stata la sequenza di attentati che hanno insanguinato Parigi il 13 novembre 2015. È stato preso di mira anche lo Stade de France, uno stadio, un tempio dello sport, un luogo dove ci si distrae dalle difficoltà della vita, dove non hanno più valore le differenze sociali, dove si provano sentimenti antipodali, ci si appassiona, si tifa, si gioisce, si piange per la propria squadra. Almeno lo stadio però, grazie al tempestivo intervento di coraggiosi steward, ha resistito, non è stato violato, ha respinto l’assalto di una violenza tanto folle e cieca. Un piccolo segno di speranza in una notte tanto tragica.