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Storie all’Overtime – Il bello e il brutto di Rio 2016

Stiamo per tuffarci nel clima delle Paralimpiadi, al via a Rio De Janeiro il prossimo 7 settembre. Ma prima di tifare per Alex Zanardi e Assunta Legnante, Martina Caironi e Bebe Vio, vogliamo ripercorrere le emozioni che ci hanno regalato le Olimpiadi brasiliane: gioie e dolori, vittorie e sconfitte, conferme e delusioni, gesti di fair play e comportamenti poco nobili. Ecco ciò che a nostro giudizio (assolutamente sindacabile) consideriamo il bello e il brutto della trentunesima edizione dei Giochi Olimpici.

Non solo bella ma addirittura entusiasmante la spedizione italiana: a sentire certe Cassandre la squadra azzurra non sarebbe nemmeno dovuta atterrare a Rio. “Non c’è stato ricambio generazionale”, “sarà una delle spedizioni più deludenti di sempre”, si leggeva in certi articoli di esperti. E anche secondo i pronostici della rivista statunitense Sports Illustrated, l’Italia, in netto peggioramento rispetto a Londra 2012, sarebbe dovuta uscire dalla top ten dello sport mondiale con appena una ventina di podi conquistati. Un toto-megaglie per fortuna sbagliatissimo. Nonostante i suoi endemici problemi, la mancanza di strutture, l’assenza di pratica ed educazione sportiva nelle scuole, una base di praticanti ancora insufficiente, lo sport italiano a Rio si è confermato nell’elite mondiale.  Con 28 medaglie (8 ori, 12 argenti, 8 bronzi), l’Italia si è piazzata al nono posto del medagliere dietro solo a grandissime potenze, con un lieve miglioramento rispetto a Pechino 2008 e Londra 2012. Quasi ogni sera siamo andati a dormire con l’inno tricolore in testa, in un’escalation di urla e abbracci, sventolii di bandiere e sorprese spesso positive.

Al di là dei freddi numeri, tante sono state le imprese entusiasmatp: l’inaspettata vittoria nel judo di Fabio Basile che con la sfrontatezza e l’energia dei suoi 21 anni ha sbaragliato la concorrenza; l’infallibile mira dei nostri tiratori al volo, i migliori del mondo; il doppio oro di Niccolò Campriani, riconfermatosi campione nonostante i cambiamenti di regolamento nel tiro a segno;  il trionfo nella scherma della nuova leva Daniele Garozzo, a perpetuare la lunga tradizione vincente del fioretto italiano. Un mix ben composto di campioni affermati e giovani rampanti.

 

Dopo anni di buio, segnali di risveglio, accompagnati da ottime prospettive per il futuro, sono arrivati da discipline storiche come judo, ciclismo su pista, canottaggio, quasi scomparse dal nostro medagliere. Lontano dai riflettori il nostro movimento ha saputo mettersi in discussione e migliorarsi, puntando forte sui giovani. Tradizione rinnovata ma anche nuovi traguardi raggiunti. Da salutare piacevolmente in particolare “le prime volte”, le specialità che mai prima di Rio erano andate a medaglia: il mezzofondo maschile di nuoto (con lo splendido oro nei 1500 metri di Gregorio Paltrinieri, più forte degli avversari e del peso del pronostico), tuffi femminili (con Cagnotto-Dallapè argento e Cagnotto bronzo a coronamento di una straordinaria carriera), beach volley (Lupo – Nicolai), omnium ciclismo (Elia Viviani).

 

Ci hanno riempito d’orgoglio le squadre di pallanuoto (maschile e femminile) e di volley, che sono tornate dal Brasile con una medaglia. I ragazzi di Blengini, in particolare, hanno disputato un torneo eccezionale: vinto una memorabile semifinale contro gli USA che sembrava sul punto di essere persa; meritato l’affetto di milioni di italiani che hanno apprezzato lo spirito e l’unità di questo gruppo. E’ mancata la ciliegina sulla torta, quell’oro sfumato che resta un tabù, che nemmeno la generazione di fenomeni di Lucchetta e Bernardi, Zorzi e Tofoli è riuscita a portare a casa. Ma la pallavolo italiana non si abbatte di certo per questa terza finale olimpica persa negli ultimi venti anni. Consapevole della sua forza, a testa altissima, viaggia verso Tokyo, condotta da wonder boy Simone Giannelli, un fenomeno appena ventenne.

Non solo gioie però. Anche qualche delusione. Ad esempio dalla vela e dalla boxe, incapace di ripetere i recenti successi ma che, ne siamo sicuri, saprà riprendersi. Brutte sono state le performance offerte dai nostri rappresentanti dell’atletica, una disciplina che ci ha regalato nella storia ben 60 medaglie. Sono d’obbligo due premesse: la spedizione italiana, senza “Gimbo” Tamberi  infortunato e il marciatore Alex Schwazer squalificato per doping alla vigilia dei Giochi, partiva oggettivamente in salita, priva delle sue punte di diamante; bisogna inoltre sempre ricordare che vincere nell’atletica del 2016 è un’impresa molto più difficile rispetto al passato, quando non c’erano gli atleti etiopi e keniani a dominare fondo e mezzofondo e i bolidi giamaicani a lasciare le briciole agli altri negli sprint. Tuttavia dagli atleti azzurri ci si aspettava di più: il palcoscenico olimpico dovrebbe esaltare, portare ognuno a superare o almeno ad avvicinare i propri limiti. E invece nulla: zero medaglie (come non accadeva da Melbourne 1956) e pochissimi acuti, il perdurare di una crisi profonda, un tunnel che pare senza via d’uscita. Con un paradosso che fa riflettere: hanno costruito in Italia e grazie alle eccellenze italiane i loro successi due campioni di Rio 2016: l’oro del salto con l’asta, il brasiliano Thiago Braz, si allena da due anni presso il centro “Bruno Zauli” di Formia, sotto le cure del fisioterapista italiano Damiano Viscusi e di Vitaly Petrov, tecnico russo ma formiano d’adozione, già allenatore di Gibilisco, stranamente “dimenticato” dalla nostra Federazione negli ultimi anni; il sudafricano Wayde Van Nierkerk, neocampione olimpico e primatista mondiale dei 400 metri, con la sua allenatrice si sta preparando da anni nel silenzio complice di Gemona del Friuli, la città rinata dalle sue ceneri dopo il terremoto del 1976. Per il rilancio dell’atletica italiana probabilmente non servono strane alchimie, ma occorre solo sfruttare le tante risorse presenti nel nostro Paese. Con la speranza di rivivere prima o poi momenti magici come quelli regalati da Berruti, Mennea, Cova, Sara Simeoni.

 

 

Sì, se puede! potrebbe essere il titolo della bella favola di Monica Puig, la ventiduenne tennista numero 34 al mondo che, dopo una carriera senza particolari acuti, a Rio ha battuto una dopo l’altra tutte le favorite del torneo singolare femminile fino a conquistare un’incredibile e storica medaglia d’oro, la prima in assoluto nella storia del suo Paese, Porto Rico, dove ormai è molto più di un’eroina.

Brutto (e triste) è il comportamento di quegli atleti che non hanno saputo accettare la sconfitta. Primo fra tutti il saltatore con l’asta francese Renaud Lavillenie che, nonostante i favori del pronostico, si è dovuto accontentare dell’argento. Un insuccesso che ha attribuito ai fischi dei brasiliani che tifavano per l’eroe di casa, Thiago Braz, poi oro. Un clima che Lavillenie ha addirittura osato paragonare a quello di Berlino 1936, quando i tedeschi, sotto regime nazista, fischiarono l’atleta nero vincente Jesse Owens. E scarso spirito olimpico hanno dimostrato anche i tre nuotatori francesi della 4×200 che tramite media hanno accusato della mancata qualificazione in finale il compagno Agnel, reo di aver rinunciato alla semifinale per interessi personali. A catechizzare i colleghi di spedizione Teddy Riner, il judoka portabandiera transalpino: “i fischi degli spettatori fanno parte del gioco e i panni sporchi si lavano in famiglia. Non vorrei che si pensasse che i Francesi non sanno perdere”. Parole sacrosante, proferite però da un’atleta che non ricorda nemmeno più cosa sia una sconfitta, essendo imbattuto da ben sei anni!

I suoi compagni di delegazione dovrebbero piuttosto imparare la lezione di vita offerta dal pugile italiano Roberto Cammarelle, insignito del premio “Etica Sportiva” nell’ambito di Overtime Festival 2012 “per aver accettato con dignità e sportività l’ingiusto verdetto che lo ha privato della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 2012”.

Hanno fatto il giro del mondo anche le immagini dei due allenatori della Mongolia che, non accettando il verdetto dei giudici sfavorevole al loro atleta nella lotta libera, hanno improvvisato sulla pedana per protesta uno spogliarello, restando in mutande. Uno spettacolo brutto (anzi vergognoso) non assecondato dall’atleta, che invece è andato a complimentarsi con l’avversario (non ce ne vogliano gli allenatori della Mongolia ma anche “la prestazione artistica” ha lasciato molto a desiderare, noi preferiamo ancora il burlesque di Dita Von Teese!).

https://www.youtube.com/watch?v=ZuvgOgaSHb8

Belle (anzi fantastiche) sono state le carriere di alcuni atleti all’ultima apparizione olimpica che hanno conquistato un posto d’onore nella storia dello sport: Usain Bolt con le 3 triplette sui 100 mt, 200 mt e 4×100 mt; Michael Phelps, che ha cambiato la storia del nuoto con 28 medaglie conquistate di cui 23 d’oro; il baronetto Bradley Wiggins con cinque titoli vinti nel ciclismo su pista dal 2004 ad oggi; la cestista Sue Bird che a 35 anni ha centrato la quarta medaglia d’oro con la formazione statunitense; il cavaliere tedesco Ludger Beerbaum, leggenda vivente del salto ad ostacoli, 52 anni, 7 partecipazioni olimpiche e 4 ori; la sprinter Allyson Felix capace di portare a casa in 4 edizioni 6 ori. Sono tutti campioni accomunati dal’aver avuto la capacità di non accontentarsi delle prime vittorie, di continuare ad allenarsi per migliorare le proprie doti, di sopportare pressioni mediatiche e favori del pronostico, di riconfermarsi vincenti ad ogni occasione.

Brutto (ed è un eufemismo) il comportamento dello storico rivale di Phelps, Ryan Lochte: il nuotatore statunitense non solo ha pensato di concludere una notte carioca di bagordi vandalizzando insieme a tre compagni di squadra il distributore di un incolpevole benzinaio; ma ha anche incomprensibilmente deciso di mascherare la marachella organizzando una patetica messinscena: sfruttando il cliché della violenza diffusa nella città brasiliana, si è inventato di essere stato aggredito da alcuni malviventi al ritorno nel villaggio olimpico, con tanto di pistola puntata alla testa. Smascherato dalle telecamere di sorveglianza del distributore, il suo comportamento ha addirittura rischiato di aprire un caso diplomatico tra USA e Brasile ed esposto in molti impianti gli atleti stelle e strisce ai fischi degli inviperiti tifosi brasiliani. La migliore punizione per Lochte? Quella dei suoi sponsor, che lo stanno abbandonando uno ad uno.

A Rio lo spirito olimpico l’abbiamo trovato nella gara di due atlete, Nikki Hamblin (Nuova Zelanda) e Abbey D’Agostino (Stati Uniti), che si sono aiutate a vicenda nella gara di qualificazione dei 5000 mt sulla pista di atletica. Nelle fasi concitate della corsa la D’Agostino ha urtato la Hamblin, facendola cadere. In un primo momento è stata l’americana a fermarsi per aiutare la collega a rialzarsi, incitandola a finire la gara. Poi però la situazione si è capovolta. Dopo pochi passi è stato evidente che l’infortunata più grave era proprio la D’Agostino. La neozelandese, mettendo da parte l’agonismo e senza pensare ai quattro anni di sacrifici fatti per arrivare a giocarsi una finale alle Olimpiadi, è rimasta al fianco della collega, aiutandola ad arrivare al traguardo. Un bellissimo gesto di sportività completato dall’abbraccio lungo e sincero che le due ragazze, fino a pochi minuti prima perfette sconosciute, si sono scambiate a fine competizione.

Fair play ma anche gesti molto meno nobili. Anche lo sport talvolta purtroppo non può fare miracoli: la delegazione libanese si è rifiutata di salire sullo stesso bus utilizzato dagli atleti israeliani per raggiungere la cerimonia di apertura; bruttissimo poi il gesto del judoka egiziano El Shahaby che, sconfitto per ippon, si è rifiutato di stringere la mano al vincitore, l’israeliano Or Sasson, beccandosi i fischi del pubblico presente e la sanzione del CIO che l’ha prontamente rispedito a casa.

Nonostante questi passaggi a vuoto, lo sport e le Olimpiadi continuano ad avere la forza dirompente di abbattere barriere e muri, aiutando ad avvicinare i popoli, permettendo di lanciare messaggi di pace e speranza: si sono viste così giocatrici di Beach Volley fronteggiarsi – le une in hijab, le altre in bikini – nel rispetto delle culture reciproche mentre la rifugiata siriana Yursa Mardini ha dedicato il suo impegno sportivo a tutti i migranti che sfidano il mare in cerca della terra promessa.

E mentre assaporiamo ancora le emozioni di Rio 2016, per noi “malati” di sport il conto alla rovescia è già iniziato: in fin dei conti a Tokyo 2020 mancano appena 1420 giorni.

By |2017-03-15T10:51:56+00:00settembre 2nd, 2016|Storie all'Overtime, Storie all'Overtime HM|0 Commenti

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