Incommentabili le quotidiane abiezioni che lordano il mondo del calcio nostrano e internazionale. Esausti gli appassionati di questa disciplina, a questo punto fin troppo amata. Non ci sorprenderemmo, infatti, se di fronte a cotanto scempio, il popolo del pallone ripercorresse idealmente il cammino ebraico di fuga dalla schiavitù, in cerca di liberazione dell’oppressione. In molti hanno già intrapreso il percorso, diversi sono già giunti presso lidi meno contaminati. E come biasimarli? Noi di Storie all’Overtime non vogliamo essere profani, né tanto meno vestire i panni di irrisori Mosè di turno. Semplicemente, respiriamo etica sportiva e non ci possiamo arrendere; sappiamo bene che gli uomini, con le proprie nefandezze al seguito, passano, mentre lo sport non cesserà mai di esistere. E, in attesa che i meschini mercanti del tempio passino, cerchiamo di restituirlo al legittimo proprietario: alle persone che lo amano.

La storia all’Overtime di questo articolo è dedicata alla gente, ai veri “padroni” dello sport, senza i quali nessun’attività o disciplina esisterebbe. Coloro i quali non hanno nessun tipo di ritorno o di interesse economico, ma vivono dell’ampio ventaglio di emozioni intrinseche alle pratiche sportive. Si tratta della seducente e tumultuosa vicenda del Gasómetro di Buenos Aires.

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Il macrocontesto è quello dell’impiantistica sportiva, tematica calda a qualsiasi latitudine. Figuriamoci in una terra caliente come quella argentina, nella quale l’appartenenza sportiva (e, in particolar modo, calcistica) trascende la passione tifosa per sfociare in connotante identità individuale e collettiva. L’Estadio Gasómetro è stata la prima, storica casa sportiva del San Lorenzo de Almagro, team recentemente balzato agli onori delle cronache per il tifo “colorito” del candido Papa Francesco. In realtà, stiamo parlando di un sodalizio glorioso per gli argentini, e di una tifoseria celeberrima agli addetti ai lavori di tutto il mondo per la sua impetuosa partecipazione e il suo bollente supporto folkloristico. Situato nel quartiere di Boedo, zona di Baires rinomata per il tango e per i circoli bohemien, il Gasómetro originava la sua denominazione nella vicinanza di centrali e serbatoi di miscele aeriformi. Un impianto al centro della vita quotidiana dei cittadini e dei tifosi del San Lorenzo, che proprio nella struttura di Boedo avevano fortificato le mura della propria passione. Una risma di sentimenti ed emozioni gravitanti tutt’attorno alle gradinate per sette giorni su sette, in attesa di esplodere all’interno del catino nel momento della partita. Un meccanismo  consolidato col tempo e oliato dalla tradizione; lo zenit del fenomeno nel vittorioso campionato del 1968,  allorquando i “carasucias” (le facce sporche) del San Lorenzo riuscirono a rimanere imbattuti per tutto l’arco della stagione.

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Un sapiente ingranaggio di fabbricazione popolare, racchiuso simbolicamente nel perimetro del Gasómetro, ma il cui nucleo nevralgico si collocava all’interno dei più sinceri ed empatici rapporti sociali. Un congegno umano inglobato prima, e spazzato poi, dall’incedere opprimente del Processo di Riorganizzazione Nazionale a firma Jorge Videla. Il generale argentino, infatti, nel corso della sua criminale dittatura tra il 1976 e il 1981, trovò anche il tempo di espropriare l’Estadio Gasómetro, adducendo la necessità del provvedimento per la riqualificazione dell’area in un complesso di case popolari e obbligando, di fatto, il San Lorenzo alla svendita. La transazione si tradurrà, ad appena due anni dall’esproprio (avvenuto formalmente nel 1979), in una vendita del terreno a favore della multinazionale Carrefour, in previsione della realizzazione di un centro commerciale. A prezzo più che triplicato, naturalmente.

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Dall’insediamento del sanguinario Videla e con la cancellazione del Gasómetro, principia il peggiore periodo della storia sportiva dei rossoblu di Baires. I carasucias vanno incontro ad avvilenti retrocessioni e si stabilizzano nei bassifondi delle classifiche. Ma, soprattutto, si vedono costretti a girovagare per ben quattordici anni alla ricerca di una sede sportiva, sfruttando di volta in volta strutture di fortuna. Solo nel 1993, sotto la presidenza Miele, il San Lorenzo tornerà ad avere un proprio stadio: quel “Pedro Bidegain” mai amato dai tifosi e ribattezzato el Nuevo Gasómetro col naso turato. Un impianto dalle alterne fortune (il San Lorenzo tornerà alla vittoria di altri due titoli nazionali su quel terreno), lontanissimo parente del precedente catino in qualità di punto di riferimento quotidiano per il proprio popolo. Una sistemazione vissuta come temporanea e interessata da malcelate venature di nostalgia del passato. Un limbo che, tuttavia, ha ormai i giorni contati. Con l’approvazione della legge Ley de Restitución Histórica da parte della Giunta municipale di Baires e grazie alla “spinta” di centomila tifosi scesi in Plaza de Mayo nel 2012, il governo centrale della capitale argentina ha disposto la restituzione ai legittimi proprietari delle terre espropriate nel corso della dittatura Videla. Con esse, naturalmente, anche il terreno del vecchio Gasómetro, rimasto per oltre trent’anni nelle mani di Carrefour. Entro il 2016, il San Lorenzo riporterà “la chiesa al centro del villaggio”, ovvero restituirà alla città lo storico impianto. Proprio lì, dove è stata plasmata la sua fama, al numero 1700 di Avenida La Plata. Nelle mani della sua gente, di coloro che lo hanno amato e lo ameranno. Dove vogliamo che ritorni anche lo sport di casa nostra.

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