A poche settimane dalla conclusione della quinta edizione di Overtime, rimangono indelebili le immagini più suggestive dei numerosi appuntamenti del Festival. Tra essi, le fortunate alleanze tra sport ed arte che hanno eletto protagonisti insigni cronisti sportivi alle prese con il multiforme mondo della letteratura. Giornalisti che, con le loro penne, cercano di vestire lo sport attraverso le pregiate vesti del racconto o del romanzo. Discepoli di giganti della scrittura che, per alterne vie, hanno precorso l’attuale, intasato tratto di connessione tra sport e letteratura italiana.

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La memoria attinge alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, con una spedizione tricolore già vincente per la presenza, tra i cronisti nazionali, dell’immenso Italo Calvino. Per il narratore cubano-sanremese agli esordi, non si trattò del primo contatto con il filone sportivo. Già in precedenza, Calvino aveva avuto modo di tangere l’argomento, interessandosi dell’ “appropriazione” delle imprese sportive del campione ciclista Gino Bartali da parte della Chiesa, a fine propaganda. Inoltre, il fine autore de “Se una notte d’inverno un viaggiatore” si era già confrontato con il “pianeta” calcio attraverso una sua personalissima cronaca di Italia-Inghilterra del 1948, dalla quale aveva ricavato l’articolo “La partita che non ho visto“, compendio di tutte le attività umane gravitanti attorno allo stadio nel corso della gara. Calvino arrivò in Finlandia da inviato del quotidiano “L’Unità”, probabilmente costretto dal proprio direttore. Lì diede saggio delle sue abilità, presentando al pubblico atleti poco noti ma di caratura mondiale, come il campione finlandese del mezzofondo Paavo Nurmi, alle prese con l’accensione del braciere olimpico, e il marciatore italiano Giuseppe Dordoni. Calvino consegnò ai lettori de L’Unità uno sguardo nuovo sulle Olimpiadi, ma Helsinki 1952 fu fondamentale soprattutto per un altro motivo, strettamente aderente al percorso letterario dello scrittore. Forse proprio in Finlandia, infatti, avvenne il definitivo scollamento con la mera figura del giornalista e la conseguente virata sulla funzione di scrittore, fortemente caldeggiata dall’editore Einaudi.

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Assolutamente contrapposto l’approccio con il contesto sportivo di Pier Paolo Pasolini. Lo scenario è sempre quello olimpico, il teatro, non ancora congestionato dalla globalizzazione, quello della Roma del 1960. Pasolini sta esordendo alla regia cinematografica con “Accattone“, ma certamente non lascia orfana quella penna che molteplici, sovversive emozioni sa tracciare, soprattutto per una consistente fetta d’Italia ancora diversamente educata. La corrispondenza dai luoghi olimpici per “Vie Nuove“, settimanale sinistrorso di ampio respiro intellettuale, è una delizia per un appassionato sportivo come Pier Paolo. Naturalmente, la rubrica di dialogo coi lettori imbastita è provocatoria per definizione, come si conviene all’indole dell’artista bolognese. Pasolini incalza sulle colonne della rivista, demolendo una propaganda olimpica che presentava l’evento come foriero di nuova occupazione per i cittadini. Consegna la fortuna dei Giochi nelle mani di quei ladri che potevano agire indisturbati all’interno delle case lasciate vuote dal pubblico di appassionati sportivi. Colloca l’atleta nell’olimpo del super uomo vaticinato dagli antichi greci agli albori delle competizioni. Quella del Pasolini olimpico è un’invettiva contro lo status elitario dell’atletica, che non sa scendere nel tragico se non attraverso la disciplina della maratona, congiunta al mantra di esaltazione delle passioni primordiali del popolo. Per questo, tra le sue veementi cronache, trova maggiore spazio la rozza spontaneità della gara di tiro alla fune tra Italia e Ungheria, piuttosto che un’aristocratica finale dei 200 metri sorprendentemente vinta dall’italiano Livio Berruti.

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Ai cantori dello sport attuale spetta un compito gravoso: quello di tramandare una tradizione narrativa capace di raggiungere le vette. E, se certe cime rimangono irraggiungibili, è quanto meno allettante provare ad abbigliare le passioni sportive con indumenti dalla foggia pregiata. Come aveva modo di esporre Pasolini, di cui ricorre il quarantennale del brutale assassinio proprio il 2 novembre, va portata dentro “lo stadio, così anonimo, la concretezza vivente delle recenti battaglie, delle recenti morti, delle recenti passioni, ma tutto come purificato, diventato esperienza e dolore di ognuno di noi e, come tale, superato, vinto dall’incalzare del tempo e della storia“.

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