Ci risiamo. Il Brasile “sportivo” torna a far parlare di sé, in maniera assai poco lusinghiera. Con l’aggravante, questa volta, di essere additato quale mandante di pratiche esecrabili. Le accuse, infamanti, arrivano dall’alto e con un’aura di autorevolezza, dato che pervengono dal Comitato Onu per i diritti sull’infanzia, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Le autorità brasiliane, secondo le informative Onu, si sono macchiate e si stanno macchiando di violente politiche repressive nei confronti della popolazione minorile interessata da condizioni di disagio. Si parla di una vera e propria “ondata di pulizia” da parte delle forze dell’ordine verde-oro, per nascondere sotto il tappeto le gravose problematiche socio-economiche di bambini e adolescenti ai margini della società. La finalità del repulisti? L’esibizione di un’immacolata (ma fittizia) vetrina comunitaria in vista delle prossime, prestigiose Olimpiadi di Rio de Janeiro.

Ed è proprio nella metropoli sede dei prossimi Giochi estivi che si starebbero concentrando i maggiori soprusi. Sulla base delle informazioni raccolte dai media locali e dell’ annuario brasiliano di pubblica sicurezza, il Comitato Onu con sede a Ginevra avrebbe rilevato un cospicuo incremento delle esecuzioni sommarie di minori, quasi sempre accompagnate dall’impunità dei responsabili e molto spesso con il coinvolgimento diretto delle forze dell’ordine. Il fenomeno si acuisce nei confronti dei ragazzi più sfortunati delle favelas, e generalmente contro i cosiddetti “meninos de rua”, ovvero i bambini di strada. 55.878 gli omicidi infantili registrati nel 2013, 58.559 quelli nel 2014. Dati agghiaccianti che, se possibile, assumono un aspetto ancor più repellente se contestualizzati in un quadro di generale “ornamento” del tessuto territoriale in funzione di gestione ed accoglimento dei maggiori eventi sportivi internazionali. L’Onu si è mossa in direzione preventiva, chiedendo al governo di Brasilia l’immediata approvazione di leggi speciali che impediscano la detenzione arbitraria dei bambini di strada. La risposta degli amministratori carioca, affidata ai responsabili della pubblica sicurezza, si è trincerata dietro la statistica del tasso di omicidi infantili tra 2000 e il 2013, in evidente calo soprattutto sul territorio statale di Rio.

Checché ne dicano gli amministratori locali, il Brasile non è nuovo a dinamiche sociali di questo tenore nel generale ambito gestionale degli eventi sportivi di ampia portata. Sono ancora impressi nella memoria, infatti, i tumulti di protesta messo in atto dalla popolazione brasiliana nelle principali città del Paese a partire dalla seconda metà di giugno 2013. All’epoca, I dimostranti verde-oro vomitarono tutta la propria indignazione nei confronti dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici, a fronte di un abnorme dispendio di investimenti pubblici per la realizzazione dei Campionati del Mondo di calcio del 2014. Oltre un milione di persone nelle piazze per rivendicare il diritto ad una più equa distribuzione del denaro dei cittadini, oltre all’occupazione dell’Esplanada dos Ministerios, il Congresso di Brasilia. Le contestazioni, allora, condussero alla morte di due manifestanti, a centinaia di feriti e ad ingentissimi danni provocati alle strutture cittadine. Una tensione sociale estesa e diffusa, cifra simbolica del disagio di un Paese interessato da profonde contraddizioni e alle prese con quotidiane battaglie contro fame, analfabetismo e corruzione, ancora ad un tasso troppo elevato.

Interdetti, impotenti, ma fortemente interessati alla più limpide gestioni degli eventi sportivi, ci rimettiamo ai dirigenti brasiliani tutti, perché approfittino dei Giochi olimpici per affrontare di petto le problematiche più stringenti del proprio territorio. Lo sport è anche vetrina, ma soprattutto miglioramento delle condizioni psicofisiche dell’individuo: ci auguriamo che lo spirito di Olimpia, già largamente insudiciato e disonorato a molteplici latitudini, non venga oltremodo disatteso.