Nessuna attenuante per Dzhokhar Tsarnaev. Il ventunenne ceceno, responsabile (insieme con il fratello Tamerlan, ucciso durante il tentativo di fuga) della strage alla maratona di Boston del 2013, è stato dichiarato colpevole di tutti e trenta i capi di imputazione ascrittigli. Proprio in questi giorni, nell’anniversario dell’attentato, la giustizia americana sta procedendo con l’avvio del procedimento che condurrà il giovane immigrato a rispondere di ben diciassette reati che prevedono la pena capitale. Abbandoniamo con fervore i gangli e le diatribe morali che  si avviluppano agli ordinamenti giuridici a stelle e strisce, a favore della memoria sportiva. La cui vividezza è ciò che più ci preme.

Jacqueline Benson

Boston, 15 aprile 2013. Si corre la maratona più antica degli Stati Uniti d’America. La meno commerciale. La Boston Marathon, evento sportivo profondamente sentito dalla comunità intellettuale del Paese statunitense, dal quel tiepido giorno di primavera è anche la maratona più duramente colpita dal fenomeno del terrorismo. E’ infatti in questa data che due rudimentali ordigni, posizionati nei pressi del traguardo della corsa, provocano la morte di un bambino di otto anni e di due giovani ragazze, oltre al ferimento, in alcuni casi con conseguente amputazione degli arti inferiori, di almeno altre 180 persone.

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Il fatto di sangue è avvenuto nei pressi di Copley Square e precisamente su Boylston Street, con un intervallo tra le due esplosioni di appena dodici secondi e su una distanza di circa duecento metri. Il ragazzino colpito a morte, Martin Richard, si trovava a pochi metri dal traguardo al momento della seconda esplosione, ed attendeva il papà impegnato nella manifestazione in veste di runner. Rispettivamente di 29 e 20 anni di età, invece, le altre due giovanissime vittime dell’attentato: l’impiegata di Madford Krystle Campbell Lingzi Lu, studentessa di origine cinese, che frequentava la facoltà di matematica e statistica alla Boston University. Entrambe cadute in occasione della deflagrazione del primo ordigno.

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Le vittime Martin Richard, Krystle Campbell e Lingzi Lu

 

Nelle dinamiche interessanti il sanguinolento attentato alla maratona di Boston si possono rintracciare entrambi i capisaldi alla base della rielezione alla presidenza Usa di Barack Obama: la politica sull’immigrazione e quella sull’uso delle armi. All’epoca della strage, infatti, il presidente americano è al suo secondo mandato da appena tre mesi (gennaio 2013), grazie alla strenue campagna elettorale fondata sulle politiche di sicurezza interna e sulla necessità di una drastica riduzione dell’accessibilità alle armi da fuoco. Fin da subito, la responsabilità degli ordigni rudimentali piazzati alla maratona è attribuita dall’Fbi a due immigrati ceceni, Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev. Inoltre, il folle atto dei due fratelli Tsarnaev colpisce duramente l’ultimo miglio del percorso, tratto della corsa dedicato, per l’edizione 2013, ai sopravvissuti della strage alla Sandy Hook Elementary School di Newtown in Connecticut. Un episodio, quest’ultimo, che aveva mosso molte coscienze, rilanciando pesantemente negli Usa il dibattito sul controllo delle armi. Una serie di coincidenze? Non è dato sapere. Così come non è ancora ben definibile la sorte dell’unico colpevole rimasto in vita per la strage alla Boston Marathon.

Di certo ci sono tre giovani vite spezzate. Centinaia costrette alla sofferenza o alla menomazione permanente. E un cronometro interrotto sul tempo di 4 ore, 9 minuti e 43 secondi: il momento esatto della prima esplosione dall’inizio della gara.

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