Non solo il 27 gennaio, anche il 10 febbraio nella memoria. Un ricordo opprimente ma doveroso, nel solco della consapevolezza della fallacia umana. Un omaggio al passato, propedeutico alla comprensione e al superamento degli errori consegnati alla storia. Il 10 febbraio ricorre in Italia il “Giorno del ricordo”, commemorazione delle vittime delle foibe. A partire dal 2004, è in questa data che nel nostro Paese vengono riportati all’attenzione dell’opinione pubblica le persecuzioni, le deportazioni e i massacri subìti dalle comunità veneto-giuliana e dalmata alla fine della seconda guerra mondiale. Crimini di guerra ed eccidi di massa simbolicamente e macabramente ricompresi nell’espressione “strage delle foibe”, ovvero le cavità carsiche in cui vennero gettati (vivi o morti) oltre diecimila italiani nel periodo che va dal 1943 al 1947.

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L’intenzione di questo blog non è certo quella di indagare le molteplici cause socio-politiche che hanno prodotto, nel corso del tempo, la sanguinolenta contesa per le terre dell’adriatico orientale tra popolazioni slave ed italiane. A Storie all’Overtime preme piuttosto alimentare il mantenimento del ricordo delle vittime, tramite ciò che più amiamo: lo sport. Lo vogliamo fare attraverso l’avventurosa vicenda di uno dei trecentocinquantamila esuli in fuga dal terrore e dalla fame, in seguito all’annessione dell’Istria e della Dalmazia da parte della Jugoslavia nel 1947. Un sportivo di caratura mondiale, un oro olimpico: il marciatore Abdon Pamich.

Pamich a Tokyo verso lo stadio

Pamich, fiumano classe 1933, ha solo quattordici anni quando si trova costretto ad abbandonare la propria città insieme con il fratello maggiore. In maglietta e calzoncini corti, si mette in cammino verso Milano con il sogno di ricongiungersi al padre, già fuggito in precedenza da Fiume in cerca di lavoro. L’impossibilità di accasarsi stabilmente nella città meneghina, tuttavia, prolunga l’odissea, gravata da fame, freddo, mezzi di fortuna ed espedienti assortiti finalizzati alla sopravvivenza. Anche Udine e il campo profughi di Novara tra le tappe intermedie, prima del tanto atteso ricongiungimento familiare in quel di Genova.

E’ sotto la Lanterna che Abdon intraprende un secondo, lungo cammino. Sempre a piedi, a passo di marcia, ma questa volta senza l’incubo di fuggire, bensì con il sogno di primeggiare. Dopo i primi, timidi approcci sportivi in discipline come boxe, nuoto e ciclismo, Pamich si avvicina, quasi per caso, all’atletica. E’ la marcia la specialità nelle sue corde. Lo capirà soltanto nel tempo, affrontando strenui e graduali allenamenti, da coniugare necessariamente con il lavoro. 05_672-458_resizeLa rivelazione a Praga a metà degli anni ‘50, su una distanza di 50 chilometri, affrontati da perfetto sconosciuto e gomito a gomito con i maggiori primatisti del mondo. Una vittoria che gli indicherà la strada del successo. Oro alle Olimpiadi di Tokyo nel ’64, bronzo in quelle di  Roma del ’60. Non basta: due ori e un argento europei, tre vittorie ai Giochi del Mediterraneo, 42 titoli di campione italiano assoluto su tutte le distanze di marcia. Numeri da far perdere la testa a chiunque; non al futuro psicologo e sociologo Abdon Pamich, per il quale “la marcia è un lungo dialogo interiore con se stessi”.

Nato su di un territorio di confine, il marciatore fiumano ha oltrepassato il limite che segna la fine della paura e il principio della rivalsa. Ha costretto l’ingiustizia a tramutarsi in compensazione, facendosi beffa dei paletti impiantati dal destino. Ha consegnato alla storia dalla “s” maiuscola e a quella dello sport la memoria di un passato vivido ma superabile. Ben visibile, affinché possa essere compreso e valicato. In che modo? Con la consapevolezza cristallina della frontiera tra individualismi e sopraffazione. “Non si fa lo sport solo per vincere, altrimenti chi non vince mai cosa fa? C’è stato un marciatore, Carlo Bomba, che ha gareggiato fino a 80 anni e ha vinto solo una Roma – Castelgandolfo. Era un uomo di assoluta correttezza e onestà. Durante una gara volevo farlo vincere, ma si rifiutò di passarmi davanti. Quello si che era un vero atleta”. Firmato Abdon Pamich.

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