30 novembre, un anniversario da ricordare. La vigilia dei Mondiali di calcio organizzati in Australia e Nuova Zelanda – è inutile nasconderlo – è stata caratterizzata dalle polemiche conseguite alla esclusione dalla lista delle convocate di un simbolo del football femminile italiano, Sara Gama, che con un lungo post su Facebook non ha nascosto il suo dispiacere: “Dopo essere stata preconvocata e aver svolto la preparazione fisica ricevuta, al pari delle mie compagne, ho appreso soltanto tre giorni fa che non farò parte della rosa che partirà per il Mondiale in Australia e Nuova Zelanda“, ha scritto la calciatrice, aggiungendo tra l’altro di avere “grande rispetto dei ruoli e da professionista di accettare la scelta della Commissaria Tecnica, nonostante l’amarezza di queste ore difficili per le modalità e i tempi con cui questa decisione mi è stata comunicata”.
Dal canto suo l’allenatrice, ribadendo come la decisione sia stata particolarmente sofferta e sia maturata dopo una lunga e travagliata riflessione, incalzata dai giornalisti con toni garbati ha spiegato: “E’ mio dovere e responsabilità provare a prendere le decisioni migliori, l’esclusione di Sara è una scelta prevalentemente di carattere tecnico, tattico e fisico. Stanno crescendo tante giovani, per l’idea di calcio che voglio portare al Mondiale credo ci siano in questo momento giocatrici più avanti di lei”.
Al di là della mancata qualificazione agli ottavi dalle azzurre, eliminate ai gironi da Svezia e Sudafrica, non compete certo a noi cercare di interpretare quel “prevalentemente di carattere tecnico, tattico e fisico” che lascia spazio e campo al dubbio che ci siano anche altre motivazioni ad aver ispirato l’esclusione.
Con questo articolo vogliamo semplicemente ricordare un’altra scelta. Assolutamente storica. Non soltanto simbolica e sicuramente non di facciata. Un decisivo passo in avanti per un intero movimento. Per tutto lo sport italiano. E anche per la cultura sportiva che tanto ci sta a cuore. L’elezione datata 30 novembre 2020, ormai tre anni fa, di Sara Gama come vicepresidente dell’AIC, l’Associazione Italiana Calciatori, prima donna in assoluto a ricoprire la carica.
La capitana della Juventus Women – nel Consiglio federale già dal 2017 – ebbe così un ruolo ancora più attivo nella crescita del calcio femminile italiano di cui è una delle atlete più rappresentative e seguite. Campionessa dal grande carisma, per cui la Mattel ha creato una Barbie – la Barbie di Sara Gama appunto – in virtù della sua grinta «in grado di ispirare ogni bambina a perseguire sempre i propri sogni». Ammirata per le doti indiscusse sul campo, per l’eleganza innata con cui, con la maglia numero tre, interrompe le azioni avversarie facendo ripartire quelle della propria squadra. Apprezzata per le battaglie combattute nelle stanze dei Palazzi per tutelare e difendere i diritti delle calciatrici, per chiedere e ottenere una parità di trattamento con i colleghi uomini troppe volte promessa ma mai realizzata per uno sconcertante disinteresse delle istituzioni. Per eliminare una volta per tutte il pregiudizio concettuale per cui il calcio femminile è meno importante di quello maschile.

Sara Gama con la maglia del PSG. (Foto di Pierre-Yves Beaudouin, CC BY-SA 4.0)
L’elezione di Sara è stata una grande vittoria per tutto il movimento del calcio femminile italiano. Che, fino a pochi anni fa, era considerato come qualcosa di folkloristico o poco più. Per capirlo basta ricordare le condizioni in cui si disputò la finale di Coppa Italia 2015 – otto anni fa, non quaranta – tra Brescia e Tavagnacco ad Abano Terme: quando le squadre entrarono sul rettangolo di gioco trovarono un campo senza righe – vennero tracciate a sfida in corso – e con erba altissima su cui il pallone faceva fatica a rotolare. Per la premiazione poi, dulcis in fundo, fu allestito un tavolinetto bianco da giardino, per giunta sgangherato e traballante. Una mancanza totale di rispetto per le giocatrici che reagirono rifiutandosi di essere premiate dai rappresentanti della Lega Nazionale Dilettanti.
Mille difficoltà hanno incontrato tutte le ragazze praticanti questo sport, fin da bambine. Alcune – quelle fortunate – assecondate nel seguire la propria passione dai genitori. Altre – la maggior parte -spronate a dedicarsi ad altro con la classica frase “il calcio non è uno sport per signorine”. Prima della recente nascita di scuole calcio tutte al femminile, le ragazze giocavano fino a 14 anni in squadre maschili, uniche femmine in mezzo a tanti maschi. Costrette spesso a sopportare sorrisini di scherno, ad ingoiare mezze frasi maliziose. E, terminata la partita, non essendoci spogliatoi riservati a loro, tornavano a casa con la divisa piena di fango, o, nel migliore dei casi, si cambiavano negli sgabuzzini degli attrezzi o, infreddolite, attendevano all’aperto che l’arbitro si facesse la doccia e “liberasse” lo spogliatoio per poterci finalmente entrare loro. Per le giocatrici che, fortificate, superavano tutto questo, a 15 anni si presentava un altro passaggio traumatico: essendo vietato continuare da quell’età a giocare in squadre maschili, dovevano trovarne una femminile. Impresa non facile. Perché le squadre erano poche, presenti per lo più nei grandi centri. E per raggiungere i loro campi di allenamento le ragazze provenienti dalla provincia erano costrette a sobbarcarsi estenuanti e costose trasferte in macchina, più volte alla settimana.
Per quelle che “ce la facevano”, che arrivavano in serie A, la salita non era certo finita. Le società, anche quelle vincenti e di più alto livello, garantivano solo rimborsi spese o miseri stipendi. E per sbarcare il lunario, le ragazze giocavano, studiavano e lavoravano contemporaneamente. Oppure tentavano la strada dell’estero, andando in società molto più organizzate delle nostre. Ma allo stesso tempo separandosi dagli affetti, affrontando difficoltà di ambientamento. Sono storie comuni anche a tante ragazze della Nazionale italiana, raccontate nel libro di Alessandro Alciato “Non pettinavamo mica le bambole” (2019, Baldini+Castoldi) che, attraverso le storie delle sue protagoniste, descrive magistralmente la situazione in cui versava il calcio femminile italiano prima dei Mondiali di Francia 2019. La competizione che, insieme alla nascita dei team femminili delle grandi società, ha segnato uno spartiacque, un prima e un dopo, che ha acceso i riflettori su queste ragazze, di cui l’Italia si è accorta e innamorata. Per la loro genuinità, per la passione che traspirava da ogni gesto. Per le vittorie. Per essere arrivate, contro e al di là di ogni previsione, fra le prime otto squadre al mondo. Per aver battuto formazioni sulla carta più attrezzate come Australia e Cina. Approfittando, per una volta nella loro vita, del confronto con il calcio maschile: loro protagoniste in Francia, la Nazionale dei maschi neppure qualificata per i Mondiali di Russia.
Sara Gama, papà congolese e mamma triestina, una laurea in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Udine, un passato anche al Paris Saint-Germain, ha potuto rappresentare al meglio le istanze delle sue colleghe. Perché ha vissuto le loro stesse difficoltà. Per giocare si è dovuta sorbire ore di treno per raggiungere Udine, mentre i suoi amici potevano scegliere tra decine di squadre vicino casa. Ha patito gli stessi pregiudizi. E nonostante, in generale, sia sempre stata accolta bene in campo e fuori, qualche leone da tastiera, sui social, ha scritto che non dovesse essere il capitano della Nazionale italiana per il colore della sua pelle. Amarezze e ostacoli che non l’hanno abbattuta ma che non ha voluto tacere durante il discorso tenuto di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dei festeggiamenti per i 120 anni della Federazione Italiana Giuoco Calcio: “credo che per noi donne questi 120 anni di calcio siano stati vissuti in maniera diversa. Il calcio è nato molto tempo fa e anche quello praticato dalle donne ha mosso i suoi primi passi non molto tempo dopo quello degli uomini, ma il percorso delle due realtà di questo sport è stato molto diverso, e la nostra disciplina ha faticato a decollare e a vedersi riconosciuta una sua dignità. Per questo ci piace pensare anche che il nostro calcio sia piuttosto giovane e tutto sommato dare 120 anni a delle donne penso non sia proprio il massimo”.
Foto copertina – Sara Gama con la maglia azzurra. (Foto di Threecharlie/Danyele, CC BY-SA 4.0)











