Roberto Cammarelle e il suo capolavoro etico a Londra 2012

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Il rispetto dell’avversario e dell’arbitro. L’accettazione della sconfitta e del verdetto del campo. Sono regole comportamentali essenziali dello sport, principi molto celebrati e osannati ma non sempre applicati e seguiti in un mondo, quello sportivo, che come ogni altro settore dell’esistenza umana non è idilliaco, ma presenta difetti, lacune, ingiustizie, scorciatoie. Per fortuna, però, questi principi non sono stati ancora del tutto affossati e soppiantati, sopravvivono, messi in pratica e incarnati da sportivi che hanno elevato la correttezza a cifra stilistica e ragione di vita.

Tra loro, senza ombra di dubbio, Roberto Cammarelle, più volte ospite di Overtime Festival, un campione di pugilato che si è contraddistinto non solo per le tante vittorie in carriera ma anche per il fair play dimostrato in tante occasioni, nella vittoria e nella sconfitta.

Una storia, quella di Roberto, diversa da quella di tanti altri pugili che provengono da contesti sociali disagiati, da famiglie problematiche, che cercano nella boxe un’occasione di riscatto, di rivalsa, trovandovi un porto sicuro, una confort zone, una rete sociale protettiva, impermeabile ai pericoli e alle logiche della strada. Cammarelle, proveniente da una famiglia lucana molto solida e unita, cresciuto a Cinisello Balsamo in un ambiente sereno, ha iniziato a boxare per motivi completamente diversi, quasi per caso, a 11 anni, per dimagrire, su consiglio di un medico, appassionandosi ben presto a questo sport in maniera entusiastica e viscerale.

Il portacolori delle Fiamme Oro racconta la sua storia in un appuntamento pubblico. (Foto di Angelo Spagnuolo)

Fin da giovane si è messo in evidenza dimostrando di avere virtù al di sopra della norma, un’ottima tecnica, una notevole sicurezza, un’invidiabile scelta di tempo e uno stile molto elegante, doti che hanno reso la sua boxe completa, permettendogli di dominare nel corso degli anni la sua categoria, quella dei supermassimi (91 kg).

Di Cammarelle ricordiamo sicuramente le emozioni che ci ha regalato, il palmarès eccezionale: i due Mondiali vinti da dilettante, il primo nel 2007 a Chicago, davanti al suo mito pugilistico Muhammad Alì presente in platea e il secondo nel 2009 a Milano, a pochi chilometri da casa sua, più forte degli acciacchi che stavano cominciando a tormentare e minare il suo fisico; il bronzo ad Atene 2004, prima delle tre medaglie olimpiche conquistate; l’oro di Pechino 2008 vinto in finale con disarmante perentorietà, annichilendo nell’ultima competizione di quella rassegna a cinque cerchi il beniamino di casa, il cinese Zhang Zhilei, tramortito dalla sicurezza, la classe e i colpi dell’azzurro; l’argento a Londra 2012, battuto in finale, dopo un verdetto a dir poco assai discutibile, dall’inglese Antony Joshua che poi, passato professionista, diventerà uno dei protagonisti più acclamati, ricchi e celebrati della boxe moderna.

Roberto, però, al di là e oltre questi straordinari successi, sarà per sempre ricordato anche per la classe, il fair play, lo spirito olimpico, l’etica con cui accettò, senza battere ciglio, senza rimostranze o sceneggiate che abbiamo invece visto molte altre volte sui ring a fine incontro, una palese ingiustizia, quel verdetto di Londra 2012 così opinabile, considerato iniquo anche da tanti giornalisti, commentatori ed esperti di boxe britannici.

È stato quello il capolavoro della carriera di Cammarelle, il più prezioso dei suoi omaggi allo sport: mantenere lucidità e calma, tenere sotto controllo rabbia e frustrazione nel momento in cui stai prendendo consapevolezza che il sogno dell’oro olimpico cullato per quattro lunghi anni di allenamenti e sacrifici è svanito non per tuoi demeriti, ma per altri fattori, nonostante tu abbia la certezza di aver vinto sul “campo” quel match, di essere stato più forte e incisivo del tuo avversario nelle prime due riprese, gestendo poi il suo ritorno e respingendo i suoi assalti dirompenti ma poco efficaci e precisi nella terza e ultima ripresa.

Ho sempre accettato il verdetto degli arbitri, anche quando lo ritenevo errato o quando mi ha penalizzato. Non è stato facile ma è l’insegnamento che ho ricevuto. E ho sempre cercato la vittoria ai punti e non per K.O., rispettando al massimo il mio avversario, soprattutto quando lo vedevo in seria difficolta”. Con queste parole semplici, pronunciate con naturalezza e serenità, il portacolori delle Fiamme Oro sintetizza la filosofia e il motivo conduttore della sua condotta agonistica.

Un uomo, Cammarelle, che ha fatto sempre guidare le sue decisioni dalla coerenza, senza lasciarsi attrarre dalle sirene di facili guadagni. Ha ad esempio deciso, senza nessun rimpianto, di non passare professionista. Una scelta criticata anche da tanti appassionati di pugilato, sulla quale hanno senz’altro influito il mal di schiena e il logorio del suo fisico dopo tante battaglie. Dettata però soprattutto dalla consapevolezza che in quel mondo così dorato la tecnica, a cui Cammarelle ha dedicato un’intera carriera, trova ormai poco spazio surclassata dalla potenza e dalla forza bruta. E poi un altro aspetto ha avuto rilevanza: pittosto che combattere tra i professionisti solo per sé stesso e per accaparrarsi laute borse, ha preferito continuare a essere dilettante per partecipare alle Olimpiadi, rappresentare in quell’occasione un intero movimento pugilistico, una bandiera, la sua Nazione, l’Italia.

Un esempio per le nuove generazioni di sportivi, a cui può raccontare la sua storia etica e vincente.

 

Foto copertina – Roberto Cammarelle in guardia durante la sua partecipazione ad Overtime 2022. (Foto Overtime Festival)

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