Tante volte abbiamo letto, sentito, utilizzato l’espressione “Zona Cesarini” per definire un gol segnato negli ultimi istanti di una partita di calcio e anche per indicare, più in generale e al di là dell’ambito sportivo, qualcosa fatto in extremis, all’ultimo momento disponibile.
L’espressione, la cui origine è sconosciuta ai più, venne coniata dal giornalista sportivo Eugenio Danese e “dedicata” a Renato Cesarini – calciatore oriundo argentino che giocò anche nella Juventus e nella Nazionale Italiana allenata da Vittorio Pozzo – nel dicembre 1931, quando a Torino diede letteralmente una spallata al suo compagno di squadra Costantino per impossessarsi di un pallone vagante e segnare al novantesimo minuto la rete che decretò il definitivo 3-2 per l’l’Italia in una partita decisiva contro l’Ungheria, qualificando in tal modo gli Azzurri alla finalissima della Coppa Internazionale, il torneo antesignano degli attuali Campionati Europei.
Ma chi era davvero Renato Cesarini? Che ruolo ha avuto nel mondo del calcio? Al di là e oltre questa faccenda della “zona” quale è stato il suo percorso di vita e di carriera?
Queste domande si è posto il giornalista, storyteller e documentarista senigalliese Luca Pagliari, che si è messo sulle tracce della storia di Cesarini, nato nel 1906 al Castellaro, una frazione collinare del Comune di Senigallia. Il lavoro di ricerca, culminato dapprima nel libro “Zona Cesarini. Il calcio, la vita” (Bompiani) e poi in uno spettacolo teatrale dal medesimo titolo, è stato minuzioso e ha avuto il grande merito di liberare Cesarini dalla gabbia di un neologismo in cui è stato imprigionato per tanto troppo tempo, di farne riscoprire la vita romanzesca giocata alla costante ricerca delle emozioni più profonde.

La copertina del libro “Zona Cesarini. Il calcio, la vita”. – Foto di Angelo Spagnuolo
Pagliari, per saperne di più, ha consultato fonti, contattato giornalisti ed ex calciatori, soprattutto è riuscito a rintracciare Omar Sivori, calcisticamente scoperto proprio da Cesarini. El Cabezòn, solitamente diffidente e restio a rispondere alle domande dei giornalisti, trattandosi di Cesarini ha aperto con generosità il baule dei suoi ricordi e per onorarlo è volato a Senigallia, appena pochi mesi prima di morire, per raccontare a Pagliari aneddoti e retroscena riguardanti quello che considerava a tutti gli effetti un padre.
Il giovane Cesarini cresce in un conventillo, una diroccata casa padronale a ridosso del porto di Buenos Aires dove la sua famiglia di origini marchigiane si era trasferita alla ricerca di un futuro migliore senza peraltro trovarlo nell’immediato, vivendo tra speranza e nostalgia, affrontando le dure prove della quotidianità. E’ un ragazzino vivace e intelligente, che per guadagnarsi da vivere si esibisce agli incroci delle strade con capriole ed equilibrismi, facendo la questua con il cappello. Viene notato e ingaggiato ben presto come acrobata da un circo, un’attività che esalterà e svilupperà l’innata agilità e elasticità del suo fisico.
La sue passioni più grandi sono due: il tango in cui si cimenta con sempre maggiore successo e soprattutto il calcio. Il fenomenale dribbling secco a rientrare, le intuizioni tattiche, una strabordante personalità in campo e nello spogliatoio cominciano a procurargli una certa fama prima nella squadra del Borgata Palermo, poi in quella più prestigiosa del Chacarita Juniors, infine in tutta l’Argentina con il soprannome di El Tano, “l’Italiano”.

Un’immagine dello spettacolo teatrale andato in scena al Parco Miralfiore di Pesaro il 31 luglio 2023. (Foto di Angelo Spagnuolo)
La sua carriera e la sua vita cambiano grazie a Mumo Orsi, un campionissimo dell’epoca, un altro oriundo, il violinista di Avellaneda che approdato alla corte della Juventus in Italia si trova un po’ spaesato e solitario per le vie di Torino e soprattutto sul rettangolo di gioco, dove nessuno riesce ad accendere le sue giocate da autentico fuoriclasse. Suggerisce così con successo alla dirigenza bianconera, per far fare un definitivo salto di qualità alla squadra, l’acquisto di quel ragazzo argentino, El Tano appunto, con cui non aveva mai giocato ma sentiva di condividere la stessa filosofia di gioco improntata sulla tecnica e la ricerca dello spettacolo.
Cesarini, dopo un viaggio da mille e una notte a bordo del transatlantico Duilio, attraversando l’Oceano Atlantico nella direzione opposta a quella intrapresa dai suoi genitori, sbarca al porto di Genova con una valigia carica di entusiasmo, speranze ed eleganti cravatte per cui nutre un’autentica passione, comprandone a decine pur non essendo ancora né ricco né benestante.
Renato si ambienta subito. Con i suoi gol, gli assist, le giocate fantasiose e imprevedibili, senza tirare mai indietro la gamba quando occorre, diventa punto di riferimento e trascinatore di una Juventus che in cinque anni, tra il 1930 e il 1935, vincerà cinque scudetti, entrando di diritto nella storia del calcio italiano. Neppure fuori dal campo passa inosservato: conquista i cuori di tante dame torinesi, continua a ballare il tango, si cimenta in interminabili partite a carte, fa le ore piccole presentandosi al mattino al campo di allenamento in pigiama o addirittura in smoking direttamente proveniente, senza neppure un rapido passaggio per casa, dai locali notturni della città. Lo vedono anche passeggiare per il centro di Torino con una scimmia portata al guinzaglio, destando scalpore, infrangendo regole e consuetudini del cosiddetto stile Juventus, provocando spesso la stizzita reazione della società che non gli risparmia rimbrotti, filippiche e anche qualche pesante multa.
Finita la parentesi italiana, torna in Argentina, vince due campionati con il River Plate ma nel 1937, ancora giovane, capisce che è ora di cambiare vita, di appendere gli scarpini al chiodo, pur rimanendo nel mondo del calcio. Inizia così il secondo tempo, il secondo atto della sua storia. Intraprende la carriera di allenatore, anche in questo caso interpretando quel ruolo, quel mestiere a modo suo, con grande e spiccata personalità. Cesarini diventa il maestro dei maestri, la Bibbia del Fútbol, Don Renato. Pretendendo dai sui giocatori serietà e disciplina, lasciandoli tuttavia liberi di esprimere le loro giocate, senza soffocarli in esasperanti tatticismi. Convince il visionario Presidente del River, Antonio Liberti, ad aprire la prima scuola calcio del Paese, allestendo una capillare rete di osservatori in grado di individuare in ogni angolo di Argentina i ragazzi con il DNA da calciatori.
Decenni prima del calcio totale olandese, Cesarini fa giocare un futbol baldanzoso e spettacolare al River, soprannominato in quegli anni la Máquina per la perfezione dei suoi meccanismi, con i terzini che si spingono in avanti e gli attaccanti che tornano indietro a difendere, disorientando con questo accorgimento tattico i loro marcatori. Decenni prima della Masia, la celebre cantera del Barcellona, impone che tutte le squadre giovanili adottino lo stesso modulo utilizzato dalla prima squadra.

Renato Cesarini e Omar Sivori. (Foto di Angelo Spagnuolo)
Cesarini tornerà anche in Italia, allenando la Juventus in due periodi distinti. Nella seconda esperienza, quella da direttore tecnico nel 1959 al fianco di Carlo Parola, chiamato appositamente da Umberto Agnelli per rendere più spumeggiante il gioco di una squadra già vincente ma poco entusiasmante, avrà l’opportunità di guidare Omar Sivori. Il ragazzo del cui talento, anni addietro, si era innamorato a prima vista. Sivori, che abitava a San Nicolás, nella sperduta provincia argentina, era stato convocato dal River a Buenos Aires per un provino in cui tradito dall’emozione e dalla pressione non era riuscito a mettere in mostra tutti i colpi straordinari di cui era capace. Tornato a casa tra la delusione e la frustrazione sua e del fratello che lo aveva accompagnato, senza nutrire più alcuna speranza e aspettativa di carriera, riceve un telegramma assolutamente inaspettato dal River per un secondo provino. Omar questa volta non tradisce le attese, segnando tre gol in poco più di mezz’ora. A fine seduta sarà proprio Cesarini a comunicargli la decisione del River di puntare su di lui, rivelandogli questo retroscena: “9 osservatori su 10 dopo il primo provino volevano scartarti. Ma il decimo ero io e ho deciso di darti un’altra chance col secondo provino, perché in te ho intravisto le movenze e i movimenti senza palla di un calciatore”.
Siamo profondamente grati a Cesarini per questa intuizione e a Luca Pagliari per averci fatto riscoprire un grande protagonista del calcio internazionale che spicca al di là e oltre quella zona per cui viene sommariamente e superficialmente ricordato.
Foto copertina – Renato Cesarini ai tempi del Chacarita Juniors. (Foto di autore anonimo, da Revista El Gráfico Nº 874, 1936, in pubblico dominio)











