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Ivica Osim, il mister che non giocava alla lotteria dei rigori

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Foto copertina – sksturm.at

Immaginate per un istante questa scena surreale: vedere Maurizio Sarri o Gennaro Gattuso abbandonare il rettangolo di gioco prima che venissero calciati i rigori decisivi per l’assegnazione dell’ultima edizione di Coppa Italia. Senza per giunta neppure aver deciso e indicato prima chi fra i propri giocatori rientrasse nell’elenco dei cinque rigoristi. Lasciando la scelta alla squadra. In piena autogestione, in piena autonomia. Impossibile, direte voi, che un allenatore possa arrivare a tanto. A ogni livello, a ogni latitudine, in ogni occasione. Figuriamoci in un quarto di finale di un Mondiale. Impossibile per tutti, ma non per Ivica Osim, l’allenatore della Jugoslavia che a Italia ’90 arriva a giocarsi la semifinale ai rigori contro la più quotata Argentina. Dopo una partita condotta magistralmente, nonostante l’inferiorità numerica per l’espulsione di Refik Sabanadzovic che aveva il compito – diciamo non semplicissimo – di marcare un certo Diego Armando Maradona. E dopo aver avuto le occasioni più clamorose e nitide per vincere quel match nei 120 minuti.

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La Jugoslavia di Osim a Italia ’90. (eurosport.it)

A Osim la lotteria dei rigori proprio non piace, non riesce a digerirla. La considera completamente avulsa dal gioco, dalla partita, dall’essenza stessa del calcio. Una roulette russa su cui un allenatore non può in alcun modo incidere. Profondamente ingiusta come criterio e mezzo per decidere una qualificazione. E così quel 30 giugno 1990 allo stadio Comunale di Firenze – intitolato nel novembre 1991 ad Artemio Franchi – dice più o meno queste parole alla sua squadra: «ragazzi, vi ho condotto fino a qui, ora tocca a voi. Ci vediamo negli spogliatoi. Buona fortuna. E comunque vada, grazie di tutto». Quella sera la lotteria è ancora più pazza e bizzarra del solito, con gli errori di campionissimi come Dragan Stojkovic e Maradona e quello decisivo di Faruk Hadzibegic. Dal boato finale con le urla di gioia in spagnolo, Osim rimasto da solo negli spogliatoi capisce che il sogno mondiale è finito, che la sua Jugoslavia è stata eliminata e non potrà giocarsi la semifinale a Napoli contro l’Italia. Un’eliminazione che ha una connotazione non solo sportiva, perché come racconta magistralmente lo scrittore Gigi Riva nel libro capolavoro “L’ultimo rigore di Faruk”, presentato a Overtime 2018, la leggenda popolare nei Balcani vuole che il passaggio di quel turno e un’eventuale vittoria del Mondiale avrebbero potuto cambiare il corso della storia, contribuendo al ritorno di uno spirito nazionalista jugoslavo ed evitando la disgregazione e le guerre che si sarebbero verificate di lì a poco.

L’episodio di Firenze è solo uno spunto per parlare di questo personaggio del mondo del calcio, forse troppo poco conosciuto, di sicuro fuori dagli schemi, lontanissimo dal politicamente corretto. Prima che allenatore giocatore di buon livello. Nato a Sarajevo durante la seconda guerra mondiale, milita per undici stagioni – dal 1959 al 1970 – nella “squadra dei ferrovieri”, lo Željezničar di Sarajevo, prima di trasferirsi in Francia. Maestro del dribbling, colleziona 16 presenze con la maglia della nazionale jugoslava, segnando 8 reti. E’ l’uomo squadra nella fase di qualificazione agli Europei del 1968 in Italia, ma nonostante la sua innata e celebre capacità di uscire dal campo con maglietta e pantaloncini intonsi anche nelle giornate più fangose non riesce a schivare i ripetuti colpi proibiti dei difensori britannici nel corso della semifinale con l’Inghilterra. Osim si infortuna nei primi minuti di gioco, con la Jugoslavia costretta a giocare in dieci per quasi tutta la partita, non essendo all’epoca consentite le sostituzioni. Nonostante ciò, i Plavi – i blu – vincono per 1-0 ma non potranno utilizzare il loro uomo più rappresentativo né nella prima, né nella seconda finale: 1-1 e 2-0 per l’Italia, primo e finora ultimo successo azzurro nella competizione europea.

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Lo Željezničar del 1967: Osim è il primo in piedi da sinistra. (@BiHFootball on Twitter)

Calcio ma non solo per Osim, che tra una partita e l’altra trova il tempo per studiare e laurearsi in Scienze matematiche presso l’Università di Sarajevo. Ivica il Professore intraprende ben presto la carriera da allenatore e i successi non tardano ad arrivare. Nel 1986 viene chiamato alla guida della nazionale jugoslava reduce da tante campagne sportive fallimentari. E soprattutto ad un’impresa all’apparenza impossibile: trasformare un insieme di straordinari, talentuosi ed egoisti solisti del gioco del calcio che non si passano la palla, in una squadra, meglio ancora se vincente. Creare l’amalgama, come si dice. Facile a dirsi, difficilissimo da realizzare. Soprattutto nel contesto della Jugoslavia di quei tempi, lacerata da venti secessionisti che spiravano con violenza inaudita. Durante i Mondiali di Italia ’90, nel ritiro di Sassuolo, i giocatori serbi stanno solo con i serbi. E i croati con i croati. E ovviamente – neanche a dirlo – i bosniaci, i fedelissimi di Osim, nelle ore libere frequentano solo bosniaci. Uno spogliatoio incandescente, attraversato da forti tensioni e divisioni, pronto ad esplodere. Che però Ivica riesce a gestire e addirittura a compattare. Facendo capire da buon e convincente professore l’interesse di tutti a giocar bene e collaborare, che quella per molti sarebbe stata l’unica e irripetibile occasione per ben figurare a un Mondiale.

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spox.com

Da perfetto antesignano di Josè Mourinho, Osim interpreta il ruolo del poliziotto cattivo. Carattere burbero e spigoloso, proprio come farà il tecnico portoghese anni dopo, l’Orso agisce da parafulmine, accentra su di sé polemiche e critiche per allontanare tensioni e pressioni dalla sua squadra, per far mantenere la mente dei suoi uomini sgombra da cattivi pensieri e concentrata sull’obiettivo. La stampa, soprattutto quella belgradese, non gli perdona questo atteggiamento, si inventa di tutto pur di screditarlo. Come la fake news secondo cui Osim si sarebbe scolato unidic bottiglie di whisky alla vigilia di un match. Ora, sicuramente qualche bicchierino col suo entourage ci scappava in quelle calde serate estive italiane, ma undici bottiglie…tutto troppo inverosimile, assurdo, roba da coma etilico! Osim per tutta risposta si prende gioco dei giornalisti, mettendosi a parlare improvvisamente in francese durante le conferenze stampa per non farli capire più nulla, per metterli in difficoltà.

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Ivica Osim e i suoi ragazzi impegnati contro la Spagna al Bentegodi di Verona (T. Mihajlovic – ilnobilecalcio.it)

Prima di ogni partita, puntuali come orologi svizzeri, a Osim arrivano le telefonate dei presidenti delle sei Repubbliche in cui è divisa la Jugoslavia. Ognuno raccomanda all’allenatore che la sua Repubblica sia ben rappresentata in campo, con più elementi possibile in formazione. L’Orso sornione abbozza, dice di non preoccuparsi e altrettanto puntualmente fa di testa sua, dimostrandosi pronto a cambiare idea e a rivedere schemi e formazioni per il bene della squadra. Intanto la Jugoslavia avanza nel Mondiale. Prendendo consapevolezza dei propri mezzi, trovando incredibilmente quell’amalgama tanto agognata. Dopo il passaggio del girone – netta sconfitta con la Germania e vittorie con Colombia e Emirati Arabi – l’ottavo di finale contro la Spagna è un capolavoro tattico. 2-1 per i Plavi dopo i tempi supplementari, doppietta di Stojković. E cosi arriviamo là dove il nostro racconto era partito, ai quarti di finale contro l’Argentina, a quei rigori che il Professore non vede e che sanciscono la fine della corsa.

Osim, che ha sempre rifiutato l’incasellamento etnico dichiarandosi fieramente jugoslavo, afferma: «Tra due anni la Jugoslavia potrà vincere gli Europei, sempre ammesso che non la demoliscano prima». Parole profetiche. La Jugoslavia si dissolve, lui decide di lasciare la panchina della nazionale per protesta contro la guerra civile scoppiata in Bosnia e dichiara che quella decisione è un atto di solidarietà nei confronti di Sarajevo e della sua famiglia. In seguito alle sanzioni economiche e diplomatiche dell’Onu contro Serbia e Montenegro, la nazionale jugoslava viene esclusa dagli Europei di calcio del 1992 a dieci giorni dal via. Viene ripescata all’ultimo istante la Danimarca, che sorprendentemente vincerà quella competizione.

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Ivica Osim riceve un riconoscimento alla carriera dallo Sturm Graz, club che ha allenato dal 1994 al 2002. (kleinezeitung.at)

L’amore per il calcio di Osim è più forte di ogni altra cosa: pur angosciato per la tragedia che sta vivendo la sua Sarajevo sotto assedio, continua la sua brillante carriera all’estero: Panathīnaïkos, otto anni in Austria allo Sturm Graz, dopo il Mondiale del 2006 viene nominato commissario tecnico del Giappone in sostituzione di Zico. A questo punto il destino gioca al Professore uno scherzo drammatico: Osim è colpito da un gravissimo ictus, si teme per la sua stessa vita. La pellaccia dell’Orso è dura, Ivica si salva. Il recupero però è estremamente difficoltoso. Rientrato in patria, continua la riabilitazione. In un’intervista televisiva del marzo 2011, Osim racconta quanto avrebbe desiderato e come sarebbe stato addirittura propedeutico alla sua guarigione poter ritornare ad allenare una squadra, anche di seconda o terza categoria, solo per rimettersi in gioco. Niente da fare. Appello caduto nel vuoto, rimasto inascoltato. La carriera da tecnico si conclude.

Ma Osim sotto altre forme e in altre vesti continua a mettere la sua esperienza a disposizione del calcio e della sua gente. Risultando decisivo. Nel 2011 riesce a far revocare la sospensione della Federazione calcio della Bosnia Erzegovina decisa dalla FIFA e dalla UEFA per l’incapacità del calcio bosniaco di eleggere un solo presidente di Federazione al posto di tre – un croato, un serbo, un bosgnacco -. Lui, da sempre così spigoloso e poco incline al compromesso, con moderazione e tanta pazienza riesce a convincere le tre parti in causa a modificare lo statuto della Federazione rendendolo conforme alle richieste internazionali, prevedendo l’elezione di un solo presidente per volta. Osim porta a casa il risultato laddove per anni la politica lacerata aveva miseramente fallito. E’ anche e soprattutto grazie a lui se abbiamo potuto ammirare Pjanić e Džeko ai Mondiali del 2014. L’ennesima vittoria. Perché Ivica è sempre rimasto in campo: a parte quella sera del 1990 a Firenze, quando ha deciso di non giocare alla lotteria dei rigori.

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nacional.hr

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