Carolina Costagrande e il suo impegno educativo e sociale

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Ho avuto il piacere di vederla giocare dal vivo per cinque stagioni a Pesaro, con la maglia numero dodici della Robursport sponsorizzata Scavolini, società di volley femminile che tra il 2005 e il 2010 riuscì a vincere 3 scudetti, due Coppe CEV, una Coppa Italia e tre Supercoppe italiane, ritagliandosi un meritato spazio nella storia italiana di questo sport. Carolina Costagrande è stata schiacciatrice capitana e condottiera di quella squadra, protagonista assoluta degli anni d’oro del volley femminile pesarese, giocatrice dotata di una classe innata e pervasa da una feroce determinazione. Durante gli incontri sembrava perennemente in trance agonistica, alla costante ricerca della perfezione, del colpo vincente da far cadere nella metà campo avversaria. Un’agonista nata, che amava prendersi le sue responsabilità e che con il suo esempio e il suo carisma trainava e stimolava a fare sempre meglio le compagne. Una leader che preferiva i fatti alle parole, proiettata a centrare un unico obiettivo: la vittoria.

L’abbiamo incontrata e ascoltata nuovamente qualche settimana fa, a sette anni dall’abbandono definitivo dell’attività agonistica, a Pesaro, in occasione di una serie di festeggiamenti organizzati per celebrare i 15 anni trascorsi dalla conquista del primo dei tre scudetti targati Roboursport. E ci hanno positivamente colpito la serenità, la maturità, la consapevolezza con le quali oggi racconta e analizza i momenti salienti della sua carriera.

Carolina Costagrande in maglia Scavolini. (Foto di Francesco Gasparetti, CC BY 2.0)

Ripercorrendone i successi e le gioie, senza però tacere e dimenticare anche gli aspetti meno esaltanti che caratterizzano e mettono alla prova la vita di un’atleta professionista: l’inevitabile nostalgia di casa che l’ha attanagliata quando, ancora giovanissima, lasciò il suo paese di origine, l’Argentina, per approdare in Italia e iniziare la scalata ai vertici del volley internazionale; la sofferenza, anche fisica, provata dopo le sconfitte che le pesavano tantissimo; la conquista della Champions League vissuta come una sorta di ossessione sportiva e sempre sfumata per un soffio; lo spazio marginale riservato alla vita sociale e al divertimento perché “vincere lo sentivo come un dovere, ho sempre preso il gioco molto molto sul serio. Nello sport facciamo vedere la parte bella, il prodotto finale, ma dietro ci sono tantissime altre cose.”.

Carolina si è soffermata sull’alchimia perfetta che contraddistinse negli anni vincenti la formazione pesarese e che si creò anche per merito di un ambiente che coccolò e supportò le ragazze, mettendole nelle migliori condizioni possibili per esprimersi al meglio in campo: “Adesso, da adulta, dopo 7 anni che ho smesso di giocare, mi rendo ancora più conto di quanto siano stati decisivi per la realizzazione dei nostri obiettivi lo staff, i tifosi, tutte le persone che gravitavano intorno alla squadra”.

Esplicativo della forza e della compattezza di quella compagine il ricordo del primo scudetto, conquistato nel 2008, e soprattutto del punto decisivo messo a segno proprio da lei: “Sentivo una grande pressione. Pochi mesi prima avevamo perso una Coppa Italia e le nostre avversarie avevano iniziato la rimonta a seguito di un mio errore. Eppure le mie compagne mi hanno di nuovo dato fiducia passandomi quella palla decisiva. Il braccio era il mio ma in quell’ultima schiacciata c’era la forza di tutta la squadra”.

Come tanti altri sportivi professionisti, anche la Costagrande dopo la fine della carriera ha affrontato la difficoltà di iniziare una nuova vita, di capire cosa le piacesse fare dopo la lunga e fantastica parentesi della pallavolo, di ricostruirsi una quotidianità non più scandita dagli allenamenti e dai privilegi riservati a un’atleta: “Faccio un esempio: da giocatrice quando subivo un infortunio o avvertivo un dolore lo staff medico organizzava e predisponeva immediatamente una visita. Dopo la chiusura dell’attività sportiva ho dovuto iniziare anche io a fare i conti con la mutua per prendere un appuntamento”.

Carolina però è riuscita a trovare la sua strada, restituendo ciò che ha avuto la fortuna e il merito di ottenere e costruirsi nella vita grazie allo sport. Oltre a fare la procuratrice di giocatrici e la commentatrice di volley per alcune emittenti televisive statunitensi, ha avviato un ambizioso progetto scolastico e sociale: “in Argentina abito in un paese molto piccolo. Durante la pandemia la didattica a distanza era difficile per molti bambini che così abbandonavano la scuola. Così abbiamo capito che serviva una nuova scuola. La mia zona è rurale e quindi abbiamo dato vita ad una scuola agraria, pre-universitaria, per ragazzi dai 13 ai 18 anni, con il sostegno didattico dell’università di Rosario. Proviamo a fare riavvicinare i bambini ai valori della nostra terra, per dargli un lavoro e un futuro”.

Un progetto ambizioso di crescita educativa e professionale che Carolina perseguirà con la consueta grinta e determinazione.

 

Foto copertina di Mentnafunangann, CC BY-SA 3.0

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