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Cantona e la tribù dei calciattori

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Foto copertina – goal.com

A vederlo così, maestoso e magnetico, con la pistola in mano, l’aria affannata, lo sguardo disperato di chi non ha niente da perdere ed è disposto a tutto; vien da pensare che Eric Cantona per tutta la vita non abbia fatto nient’altro che recitare. Anche nella sua prima vita, sì, quando giocava da dio – anzi, da Dieu, come lo chiamavano i suoi tifosi -, segnava a Old Trafford gol memorabili, si metteva in posa per la Storia con il colletto alzato e l’aria di sfida, e se gli giravano prendeva a calci un tifoso che aveva osato scalfirne l’ego beccandosi poi – ha sempre pagato per le sue colpe – ben nove mesi di squalifica e un centinaio di ore di lavori socialmente utili. A vederlo così, bravo, bravissimo e credibile nella parte di un disoccupato che rientra nel loop del lavoro e finisce nei guai, viene da dare ragione a chi dice afferma che i calciatori altro non sono che attori, nati e pasciuti per stare lì, al centro della scena a prendersi l’applauso del pubblico pagante.

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In molti probabilmente lo ricorderanno per questo calcio volante sferrato a un tifoso del Crystal Palace, uno dei gesti più iconici della sua carriera da calciattore (theoldnow.it)

E dunque: la serie si chiama “Lavoro a mano armata”. Da qualche giorno la trovate su Netflix. È tratta da un libro dello scrittore francese Pierre Lemaitre. Sono sei puntate, narrazione fluida, tensione a livelli altissimi, prova d’attore strepitosa di Cantona. Nella sua prima vita – quella in cui rincorreva un pallone – l’abbiamo amato per la manifesta diversità che sbatteva in faccia a chiunque. Anima ribelle, il francese strafottente. Eccessivo, unico, irripetibile. Uno di quei campioni che fai fatica a mettere a catalogo. Marcava sempre una differenza. Lo fa anche nelle vesti di attore. Ha interpretato se stesso per un maestro come Ken Loach (“Il mio amico Eric”, 2014), è stato cowboy nel selvaggio West per in “The Salvation” (2014), ha attraversato con disinvoltura il territorio della commedia francese in “Ulysse e Mona” (2018), è stato un borderline in “Le Rois du monde” (2015), una sorta di tragedia greca in salsa modena, e presto lo vedremo nei panni di un cacciatore di serial-killer in “The Voyageur”, dove recita nelle vesti di un ex poliziotto zavorrato da una vita sbandata e animato da un personalissimo senso di giustizia. Una filmografia ricca e variegata, quella di Cantona; a conferma che il 54enne francese non smette mai di stupire.

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L’Eric Cantona di oggi, in una scena di “Lavoro a mano armata” (gogomagazine.it)

Per trovare una doppia-carriera tra campo e set così prestigiosa bisogna tornare indietro di molti anni, al nostro Raf Vallone. Visse molte vite, si fece dribblare da Meazza al debutto in serie A, era il 1935, e strinse fra le sue braccia Silvana Mangano in “Riso Amaro”, capolavoro del neorealismo. Fu molte cose: giornalista culturale all’Unità, calciatore con la maglia del Torino tra il 1934 e il 1941, attore di cinema e di teatro, più tardi anche in tivù, ramo sceneggiati. Fu un divo tra i più acclamati, perché quelli erano gli anni che il buio delle sale cinematografiche accendeva i sogni e a Raf Vallone, con una faccia così, gli riusciva facile. In tempi più recenti vari calciatori si sono dati in prestito al cinema. Quasi sempre interpretando loro stessi in film dimenticabili, commedie all’italiana dalla risata a comando come “L’allenatore nel pallone 1 e 2” – Pruzzo e Ancelotti nel primo, Totti e Buffon nel secondo – o “Tifosi”, con comparsate di Maradona e Franco Baresi.

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Raf Vallone e Silvana Mangano sul set di “Riso Amaro” nel 1949, otto anni dopo aver dato il suo addio al calcio per dedicarsi, almeno inizialmente, al giornalismo (imdb.com)

E se di Pelé viene ancora ricordata la rovesciata da poster esibita in “Fuga per la vittoria” (1981) del grande John Huston, i campioni divi degli ultimi 20-30 anni si sono sempre smarcati dal cinema. Da Cristiano Ronaldo a Messi, da Zidane a Ibrahimovic, da Ronaldo il Fenomeno a Neymar: svariati i docufilm che sviscerano vite e carriere, ma non vi è traccia di prove attoriali significative. Uno come David Beckham – con quelle pose così fashion – sembra nato per fare cinema. Eppure, a parte un film che lo cita – “Sognando Beckham”, l’inglese ha partecipato solo a un paio di film, il più significativo tre anni fa: “King Arthur – Il potere della spada”.

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Il quarantunenne Pelé, in pensione già da quattro anni, in “Fuga per la vittoria” (1981, ilsussidiario.net)

Un suo connazionale, Vinnie Jones, dopo un’eccellente carriera da mediano nella Premier League inglese degli anni ’80 e ’90 e la fama del “più cattivo giocatore della storia del calcio”, ha trovato nel cinema una second-life decisamente gratificante. Jones, che appartiene alla generazione di Cantona, ha una filmografia lunghissima che comincia nel 1998 – aveva appena smesso col calcio – e continua ancora, dopo vent’anni di successi. Il primo film è anche quello che ha rivelato al grande pubblico la sua bravura di caratterista ed è un piccolo cult: “Lock & Stock – Pazzi scatenati”, di Guy Ritchie. L’ex “Canaglia del Wimbledon” come l’avevano soprannominato, è tra gli attori più richiesti nei film in cui serve un bandito, un criminale particolarmente efferato, uno la cui faccia incuta terrore. I quaranta e passa tra film e serie-tv che Vinnie Jones ha girato testimoniano una carriera di tutto rispetto.

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  1. […] Patrizio Oliva, sicuramente uno dei personaggi più popolari di questo sport. “Ho sempre amato il mondo dello spettacolo. Anche quando combattevo, ho partecipato a programmi tv e cantato su disco. Adesso starei tutti i […]

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