Il giorno in cui finì il digiuno di Armani e delle Scarpette Rosse

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Si è da poco conclusa la stagione del basket italiano con la meritatissima vittoria dello scudetto da parte della Virtus Bologna, dopo una serie finale che non ha mai avuto storia, un perentorio 4-0 che non ha dato scampo a Milano, partita con i favori del pronostico ma giunta all’atto finale fisicamente e mentalmente logorata dopo una lunghissima e dispendiosa stagione condotta comunque ad alti livelli anche in Europa.

Vittorie e sconfitte hanno accompagnato negli ultimi anni in Italia il percorso della squadra meneghina, che si è comunque confermata l’unica in grado di restare costantemente ai vertici della pallacanestro nostrana. Un ruolo da protagonista niente affatto scontato, costruito e consolidato dopo un periodo, quello a cavallo tra fine anni ’90 e prima decade del 2000, tormentato e complesso, scevro di soddisfazioni eclatanti.

Con questo articolo vogliamo ricordare quanto accadde esattamente sette anni fa, il 27 giugno 2014, un giorno importante, anzi decisivo, nella storia del club milanese, perché ha rappresentato la fine di un incubo, grazie alla conquista di un tricolore mancante da tanto, troppo tempo.

E dire che anche nella finale playoff scudetto 2014 contro la Siena di coach Crespi le cose si erano terribilmente complicate. Chissà in particolare cosa avrà pensato Giorgio Armani qualche giorno prima del trionfo finale, più precisamente la sera del 23 giugno. L’Olimpia Milano, la squadra di basket che sosteneva da dieci anni e di cui era proprietario dal 2008, aveva appena incredibilmente perso al Forum gara 5 contro la Mens Sana. Una battuta d’arresto imprevista, che lasciava alla squadra toscana la grande opportunità di vincere la serie in Gara-6 a Siena.

Sembrava che tutto fosse compromesso, che svanisse il sogno di riportare lo scudetto a Milano dopo 18 anni di lungo digiuno, che la maledizione continuasse, che si ripetesse sempre la stessa beffarda storia: in estate i favori del pronostico, l’ingaggio dei migliori giocatori sulla piazza strappati alla concorrenza a suon di contratti milionari, la squadra affidata ad allenatori dai curricula eccezionali e vincenti; in primavera le cocenti e nette sconfitte, i trofei e gli obiettivi sfumati, le vittorie rinviate a data da destinarsi, le coppe alzate al cielo da altri che avevano speso molto meno per allestire i roster, gli inevitabili sfottò delle tifoserie avversarie.

Giorgio Armani. (Jan Schroeder-it.wikipedia.org)

Armani, abituato ai successi sui mercati e le passerelle di tutto il mondo, a far innamorare dei suoi abiti intere generazioni di uomini e donne, ha dovuto fare i conti con la legge e la meritocrazia dello sport: i soldi non sono tutto, non garantiscono il trionfo, sono importanti ma non bastano, le vittorie vanno sudate e conquistate con spirito di sacrificio e grinta; quella grinta che per molti anni è mancata alle sue squadre e a i suoi giocatori. Quella determinazione che invece ha sempre contraddistinto lui, mai tentato di abbandonare la nave, trascinato a proseguire l’avventura dall’enorme passione per la pallacanestro al di là di ogni calcolo economico e di marketing.

Anche quella stagione 2013/14 sembrava rispettare pienamente il solito copione: un campionato iniziato in sordina; l’inopinata sconfitta in Coppa Italia contro Sassari accompagnata dalla pesante contestazione degli ultras milanesi; l’occasione più unica che rara di giocare le finali di Eurolega a Milano persa a causa della sconfitta, seppur molto onorevole, con il Maccabi Tel Aviv.

Fu una prodezza incredibile, il canestro da 3 sul filo della sirena in Gara-6 realizzato a Siena da uno strepitoso Curtis Jerrels, a cambiare il corso della storia e a permettere a Milano di giocarsi lo scudetto in Gara-7 in casa propria e a conquistarlo dopo un’altra autentica battaglia, vinta 74-67, davanti a 13.000 spettatori. Un pubblico che gremì il Forum di Assago, per troppi anni rimasto silente e semi vuoto, ai margini dell’interesse cittadino, con uno zoccolo duro di veri appassionati e le troppe assenze di chi considerava non più “di moda” il basket a Milano.

Giorgio Armani e i ragazzi dell’Olimpia Milano nel 2009: i primi passi della nuova era per le “Scarpette Rosse”. (Bruno Cordioli-it.wikipedia.org)

Le Scarpette Rosse, allenate da coach Banchi, si aggiudicarono per la ventiseiesima volta un titolo che non entrava in bacheca addirittura dal 1996. Un periodo di astinenza lunghissimo per un società abituata negli anni ’80 e inizi ’90 del secolo scorso a dominare il basket italiano e in taluni frangenti anche europeo. Anni di forti delusioni, con il rischio fallimento corso in un paio di occasioni. Giorgio Armani vide ripagati i tanti sacrifici, alzando quella coppa che più di ogni altro si meritava, indossando una maglietta celebrativa con la significativa scritta “The Red Shoes Are Back”.

Accanto a lui David Moss, capitan Gentile e Daniel Hackett, grande amico e ospite nel 2011 di Overtime Festival; non solo un campione, approdato nelle ultime stagioni in top club europei come Olympiakos Atene e CSKA Mosca, ma anche un ragazzo genuino, legato ancora oggi agli amici di sempre, orgoglioso della sua città, Pesaro, e del quartiere in cui è cresciuto, Pantano.

In conclusione una considerazione: occorrerebbero altri Giorgio Armani, novelli Borghi, Scavolini, Benetton, Stefanel, più imprenditori veramente appassionati di questo sport, per risollevare le sorti di una pallacanestro italiana che comunque sta dando segnali di risveglio, di nuova vitalità.

La Nazionale italiana, giovane e sbarazzina, si giocherà tra qualche giorno un posto ai Giochi di Tokyo nel torneo preolimpico di Belgrado: un’impresa proibitiva ma non impossibile. Sembrano per fortuna lontani i tempi dei fallimenti di società illustri, della scomparsa dal grande basket di Siena, a causa di una gestione finanziaria del club a dir poco scellerata. Alcune piazze storiche, come la Fortitudo Bologna, sono riemerse dai campi periferici delle categorie inferiori nelle quali erano state relegate; altre, come la Virtus Bologna, sono tornate ai successi e ai livelli che competono loro per tradizione, blasone e pubblico. Altre ancora, come Napoli Basket che ha centrato proprio oggi il ritorno in serie A1, paiono avere progetti ambiziosi e strutture più consolidate che in passato.

Daniel Hackett in posa per il calendario Pindaro Eventi.

Sperando che presto un altro doloroso digiuno termini: l’ultima squadra italiana a vincere l’Eurolega è stata la Virtus Bologna nel lontanissimo 2001. I tanti appassionati italiani di questo sport hanno fame di grande basket e nuovi successi internazionali.

Un Varese-Milano d’annata: era il 1969. (it.wikipedia.org)

 

 

Foto copertina – Il Mediolanum Forum nel 2008, all’alba della nuova era targata Armani. (pablocanateam – it.wikipedia.org)

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Un commento

  1. […] Il pronto e repentino riscatto avvenne l’anno successivo, stagione 2010/11, quando decise di tornare alle origini, di rivestire quella maglia biancorossa della Victoria Libertas Pesaro che aveva indossato fino a 15 anni. Un ritorno a casa quanto mai salutare e decisivo per la sua carriera, in quanto Hackett giocò un campionato strepitoso, replicato l’anno dopo, con la Scavolini a giocarsi un’isperata semifinale scudetto contro Milano. Quel biennio pesarese rappresentò un trampolino di lancio fenomenale, che lo proietterà prima a Siena dove vinse campionato, Coppa Italia e Supercoppa – successivamente revocati per le note vicissitudini del club toscano -, poi all’Olimpia Milano dove conquistò nel 2014 uno scudetto che non entrava nella bacheca meneghina dal lon…. […]

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